Cuneo fiscale: 4 miti da sfatare
Cuneo fiscale: 4 miti da sfatare
Economia

Cuneo fiscale: 4 miti da sfatare

La differenza tra il costo del lavoro e la retribuzione netta dei dipendenti è più alta in Italia per gli impiegati e i dirigenti ma non per gli operai

Un passo in avanti, ma potrebbe ancora non bastare. Gli interventi previsti dalla legge di Stabilità contribuiranno a far calare del 5% il cuneo fiscale sui redditi medio bassi, stando ai recenti calcoli di Bankitalia che stima un prelievo medio del 44,5% al lordo dello sconto Irap e del bonus di 80 euro, che scende al 39,9% nel caso delle posizioni più basse. Cambia ben poco, invece, per gli impiegati e i quadri che continuano a perdere potere d'acquisto, abbassando ulteriormente il proprio tenore di vita.

La fotografia emerge dall'ultima indagine annuale di Mercer, condotta su 351 aziende medio - grandi, nazionali e multinazionali, attive nel nostro Paese con un numero di dipendenti medio di 300 e un fatturato pari a circa 130 milioni di euro nel 2013.

Secondo la società di consulenza vi sono spiragli positivi per il 2015, ma attenzione: "La pesantezza dell'attuale sistema di tassazione e di contribuzione fiscale rende il nostro Paese poco competitivo, soprattutto se lo confrontiamo con lo scacchiere internazionale" ha spietato Marco Valerio Morelli, amministratore delegato di Mercer Italia. Per l'esperto, inoltre, è necessaria una "maggiore attenzione alle richieste degli investitori istituzionali nel progettare sistemi di remunerazione e di incentivazione per il top management", anche per evitare fughe all'estero dei nostri migliori capitani d'azienda.

Ma quali sono le differenze tra l'Italia e gli altri paesi europei? Lo spieghiamo di seguito in quattro punti.


L'operaio italiano è ancora costoso (ma non troppo)

Quando si parla di cuneo fiscale bisogna fare gli opportuni distinguo. L’indagine Mercer è piuttosto chiara: il cuneo fiscale, ovvero la differenza tra il costo del lavoro sostenuto dall’impresa e la retribuzione netta percepita dal dipendente, risulta il più alto all’interno dei paesi europei occidentali industrializzati per le posizioni di middle management e dirigenti.

Diverso il discorso, se consideriamo il costo aziendale per il lavoro delle maestranze: è tedesco l'operaio più costoso in assoluto per un'azienda medio grande in Europa, anche se risulta quello con la remunerazione più alta e beneficia di un costo della vita favorevole e, quindi, con un potere di acquisto di gran lunga superiore a quello dei colleghi europei.

L’operaio italiano, invece, presenta un reddito reale allineato a quello dei colleghi francesi e spagnoli, sebbene il costo aziendale risulti inferiore a quello francese (Oltralpe è più alto l'onere della sicurezza sociale), anche se nettamente superiore rispetto ai livelli dei paesi dell'Europa Orientale.

Potere d'acquisto: più basso nel ceto medio

Negli ultimi tre anni, prosegue l'indagine Mercer, solo operai e dirigenti hanno visto adeguare le proprie retribuzioni all’inflazione, ma non gli impiegati, i quadri e i dirigenti intermedi (che costituiscono il cosiddetto ceto medio), i quali hanno continuato a perdere potere d’acquisto.

Nell'attuale contesto economico (con l'inflazione sotto il 2%), invece, le remunerazioni più basse sono state più protette rispetto alla dinamica dei prezzi, registrando un incremento complessivo del 7% in tre anni.

L'economia arranca, ma gli stipendi saliranno

Nonostante la deflazione e un quadro economico ancora debole (Pil 2015 allo 0,5%), l'incremento retributivo per chi lavora in società medio - grandi (nazionali o multinazionali) sarà pari al +2,5% medio per tutte le popolazioni aziendali: una scelta che potrebbe essere letta come un segnale di ottimismo delle aziende, secondo Elena Oriani, responsabile dell’indagine per Mercer Italia.

Ma in quali settori si guadagnerà di più? Mercer prevede incrementi superiori al 2,5% nei comparti più innovativi, quali high - tech e life - science, mentre altri settori, come il largo consumo, mostrano un approccio difensivo a fronte di una contrazione del mercato.

Salari bloccati per i top manager

Un discorso a parte merita il cosiddetto blocco dei salari (salary freeze), che in Italia interesserà soprattutto le figure apicali: circa un terzo delle società intervistate da Mercer afferma di non applicare incrementi retributivi e, anzi, di "congelare" le retribuzioni ai capo azienda e direttori a livello di casa madre, mentre il medesimo blocco è applicato a percentuali inferiori al 3% per operai, impiegati e quadri.

Non solo. In Italia vi è un cuneo fiscale superiore alle altre economie mature per le posizioni di maggiori responsabilità: mettendo a confronto le retribuzioni italiane con quelle tedesche, francesi e spagnole, i quadri e manager italiani risultano il fanalino di coda in termini di potere d'acquisto a causa dell'elevata pressione fiscale (55% del costo totale sostenuto dall’azienda) e dell'elevato costo della vita; tanto che il potere di acquisto dei manager di alcuni paesi dell’Est (ad esempio, la Polonia), per effetto del basso costo della vita, è superiore addirittura a quello dei colleghi italiani.

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