Crisi europea, l’austerità può rallentare
Crisi europea, l’austerità può rallentare
Economia

Crisi europea, l’austerità può rallentare

Vanno discussi tempi e strumenti per ridurre il debito

L’economia europea è ancora in recessione e ci resterà per buona parte del 2013. La crisi di Cipro e le reazioni dei mercati mostrano quanto ancora elevata sia la fragilità finanziaria della moneta unica e che la guardia non si puo abbassare. Nel frattempo l’aggiustamento continua nei paesi del Sud dell’unione monetaria, sia dal punto di vista del consolidamento fiscale sia in termini di riforme strutturali. I risultati si cominciano a vedere. Nei paesi del Sud la competitività è migliorata, i deficit commerciali si stanno riducendo, in parte per la forte compressione della domanda. Per alcuni paesi, Irlanda e Portogallo, si potrebbe cominciare a vedere la luce in fondo al tunnel, se effettivamente riuscissero a ritornare sui mercati dei capitali nei prossimi mesi.

Ma le buone notizie finiscono qui. L’aggiustamento rimane fortemente asimmetrico. I paesi del Nord, soprattutto la Germania, continuano ad avere un significativo surplus di parte corrente. Il loro contributo alla domanda aggregata in Europa dovrebbe aumentare. Ma questo non richiede, come spesso si sostiene, una autoimposta perdita di competitività, né una dissennata espansione fiscale che probabilmente sarebbe controbilanciata da un aumento del risparmio privato. La Germania potrebbe contribuire in due modi. Favorire un aumento dei salari (sostenuto da una buona dinamica della produttività); promuovere una decisa liberalizzazione del mercato dei servizi, che spingerebbe in alto gli investimenti, sosterrebbe la crescita e contribuirebbe a ridurre il surplus commerciale.

Il dibattito invece si concentra, quasi esclusivamente, sulla politica fiscale e anche in questo caso con una prospettiva ristretta e ultimativa: austerità sì o no.

Il dibattito invece dovrebbe concentrarsi su altre due cose: quale debba essere la velocità del consolidamento fiscale e quale debbano esserne gli strumenti, dal lato sia delle spese sia delle entrate. In un contesto di recessione e in presenza di consolidamento fiscale generalizzato la velocità deve essere rallentata, gli obiettivi devono essere fissati in termini strutturali, cioè tenendo conto del ciclo (che peggiora i conti). Anche se questo comporta lo slittamento del raggiungimento di alcuni obiettivi. Qualche passo nella direzione giusta si comincia a fare.

A più di un paese è stato concesso uno slittamento degli obiettivi di bilancio. Il secondo aspetto riguarda la composizione della manovra di bilancio. Ampia evidenza empirica mostra che, a parità di aggiustamento, si possono avere risultati assai diversi in termini di impatto sulla crescita così come in termini di impatto sulla distribuzione del reddito. La tassazione indiretta e sulla proprietà ha effetti sulla crescita molto meno pesanti di una tassazione sul lavoro, quindi a parità di impatto sul bilancio bisognerebbe aumentare le prime e ridurre quest’ultima.

Lo stesso ammontare di riduzione del deficit di bilancio aumenta la disuguaglianza se finanziato con una diminuzione dei sussidi alle famiglie, mentre la abbassa se finanziato con un aumento della tassazione. Per riassumere: il consolidamento fiscale è necessario perché un debito elevato e soprattutto un debito crescente indeboliscono la crescita e aumentano la fragilità dell’economia. Ma il modo, la velocità e la qualità del consolidamento possono essere decisamente migliorati. Naturalmente sotto la pressione del mercato gli spazi di manovra si restringono sensibilmente. Ma non è inevitabile agire sotto la pressione dei mercati. Bisogna invece anticiparli, mostrare che il Paese ha una strategia efficace e credibile e ancorata nel medio periodo. I tempi della politica dovrebbero poter guidare i tempi dei mercati, non viceversa.

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