Crisi economica: siamo più solidi di quanto crediamo, è matematico
Crisi economica: siamo più solidi di quanto crediamo, è matematico
Economia

Crisi economica: siamo più solidi di quanto crediamo, è matematico

Debiti e competitività: le statistiche che rovesciano i luoghi comuni

Se vogliamo pagare un conto meno salato in termini di tasse durante questa crisi che non sembra più finire, se vogliamo essere meno puniti dai mercati e giudicati meno superficialmente dagli stessi organismi internazionali e dalle agenzie di rating, dobbiamo cominciare a ricostruire con pazienza l’immagine del nostro Paese, iniziando dalla base, vale a dire dalle statistiche. Per vendere i nostri Btp sui mercati dobbiamo fare un marketing più aggressivo e smettere di diffondere superficiali messaggi autolesionistici; dobbiamo chiarire che molti indicatori economici convenzionali distorcono la reale situazione del nostro Paese.

Facciamo alcuni esempi. Per anni le economie sono state giudicate sulla base di due semplici parametri, la crescita del pil e il rapporto debito pubblico/pil, che hanno clamorosamente fallito nel prevedere l’attuale crisi. La Spagna, l’Irlanda, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, i cui pil crescevano molto sospinti da bolle immobiliari e finanziarie alimentate dal debito privato, avevano debiti pubblici bassi ed erano giudicati  degli autentici modelli.

Persino la Grecia, pur avendo un debito pubblico che diventava sempre più alto per fare correre il pil, non era considerata tanto male, perché, a differenza dell’Italia, aveva pur sempre una crescita forte. Poi il crac del 2008 ha scompaginato il quadro. I debiti privati si sono trasformati in debiti pubblici, la crescita facile è finita per tutti e dove il pil era aumentato di più, sospinto dalla droga dei debiti, è stata distrutta una buona parte dello stock del patrimonio finanziario e immobiliare delle famiglie.

Finalmente l’Economist pubblica da alcuni giorni sul suo sito internet un orologio interattivo del debito pubblico mondiale che ci rende giustizia e mostra come l’Italia ormai non sia più la sola ad avere un debito pubblico elevato, avendo però nel contempo a suo vantaggio il debito delle famiglie rimasto più basso al mondo, cosa però che ben pochi sanno. Tra il 2008 e il 2013, considerando i paesi ad alto reddito, l’Italia sarà l’economia ad avere sperimentato la minore crescita del suo debito pubblico per abitante: solo 1.100 dollari circa di incremento contro i 6.200 della Germania, gli 8 mila della Francia, i 21.600 degli Stati Uniti o i 33.300 dell’Irlanda.

Il solo debito pubblico Usa per abitante collocato sul mercato (senza tenere conto dei debiti degli enti governativi, degli stati e delle municipalità) raggiungerà nel 2013 i 40.050 dollari superando quello italiano, che sarà di 39.920 dollari. Anche i debiti pubblici pro capite di Irlanda e Canada sorpasseranno quello dell’Italia, mentre sono prossimi ad avvicinarlo pure quelli di Francia e Gran Bretagna, che saliranno intorno ai 37 mila dollari. Persino il debito pubblico pro capite tedesco, che raggiungerà i 34 mila dollari, non è più tanto diverso da quello italiano.

Tuttavia, poiché il debito statale viene convenzionalmente rapportato al pil, il debito dell’Italia continua ad apparire molto più elevato di quello di altri paesi. Eppure il pil non serve se non in parte a pagare il debito o a «garantirlo». Solo le entrate fiscali annue che esso genera possono servire a tale scopo, compensando le uscite statali o superandole. Perché, allora, non rapportare invece il debito pubblico al patrimonio delle famiglie, visto che questa è l’unica vera garanzia reale retrostante che rende davvero finanziariamente solida un’economia?

Si scoprirà in tal caso che il rapporto debito pubblico/ricchezza finanziaria netta delle famiglie in Italia nel primo trimestre 2012 era intorno al 74 per cento, valore non distante da quelli di Francia e Germania (che sono intorno al 64-65 per cento), mentre i paesi veramente alle corde, come Spagna (99), Irlanda (146) e Grecia (242), presentano rapporti assai superiori. Se poi al denominatore si ponesse anche la ricchezza immobiliare delle famiglie assieme a quella finanziaria, il debito pubblico italiano risulterebbe oggi il più basso tra i paesi avanzati, meglio persino di quelli di Francia e Germania.

Spesso si sente dire che è uno scandalo che il 10 per cento più ricco della popolazione italiana detenga circa il 40 per cento della ricchezza complessiva. Ma è un’affermazione insensata perché ciò costituisce un record positivo, non negativo. In America o in Svizzera, infatti, il 10 per cento dei più ricchi detiene oltre il 70 per cento della ricchezza totale e in Francia oltre il 60.

Viceversa, in Italia la ricchezza mediana, quella cioè del cittadino adulto che divide esattamente in due la popolazione e che è indice di una buona equidistribuzione della ricchezza stessa, è la terza al mondo (156 mila dollari per adulto nel 2011 secondo uno studio del Credit Suisse) preceduta solo dall’Australia e dal Lussemburgo, mentre quelle di Usa (53 mila dollari) e Germania (57 mila) sono quasi un terzo della nostra.

Quanto alla presunta perdita di competitività che molti indicatori standard sulla carta sembrerebbero evidenziare, è un dato di fatto che l’Italia è invece uno dei soli cinque paesi del G-20 (assieme a Cina, Giappone, Germania e Corea) ad avere un surplus strutturale con l’estero per i manufatti industriali. Surplus che nel 2012 arriverà a toccare il livello record di 80 miliardi di euro.
*vicepresidente Fondazione Edison

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