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Economia

Cosa serve per fare dell’Italia la nuova Israele del software

Su VentureBeat un dibattito tra italiani. Che concordano su una cosa: serve Silicon Valley per fare il salto di qualità

Nelle scorse settimane ho scritto che dagli italiani di Silicon Valley arriva un messaggio: l’Italia può diventare la nuova Israele del software. L’Italia ha talento da vendere anche in campo informatico. Se le aziende italiane scelgono Silicon Valley per crescere, l’Italia ha la forza per essere un grande laboratorio di ricerca e sviluppo avanzata: con il cosiddetto modello Capobianco . Tutti d’accordo? In apparenza, no. Sulla rivista Venture Beat infuria il dibattito . Ad animarlo, ovviamente, due italiani: il venture-capitalist Massimiliano Magrini di United Ventures e lo startupparo investitore Armando Biondi di ADEspresso .

Vi dico la mia: partendo da presupposti diversi, tutti e due confermano che le premesse per arrivarci ci sono. L’Italia del software non è ancora Israele, ma se in Italia soggetti imprenditoriali e istituzionali scommettono insieme, l’obiettivo è raggiungibile. Ce la si può fare: ma bisogna crederci e, soprattutto, guai a ignorare il ruolo di trampolino di Silicon Valley.

Massimiliano Magrini è l’uomo che ha messo in cantiere una pipeline di finanziamenti per nuove aziende italiane di successo in Italia, tipo Cloud4Wi, per portarle a crescere a San Francisco. Il bicchiere mezzo pieno che Magrini illustra su VentureBeat vede un’Italia con 1800 startup attive nel nostro Paese, a fronte dei quali ci sono relativamente pochi investitori istituzionali (33, di cui 22 sono fondi di venture capital). La legislazione italiana sulle startup è cambiata in meglio. Ci sono incentivi fiscali, vari casi di startup ben decollate, personale qualificato, leggi del lavoro piu’ flessibili. Attenzione, dice il nostro ai venture capitalist stranieri: qui si muove qualcosa e fareste bene a tenerci d’occhio.

Armando Biondi, anche lui con un piede in Italia e uno in California, sembra rassicurare i pessimisti. La qualità delle startup italiane non è pari al numero elevato. I casi di successo sono ancora relativamente pochi. I fondatori di nuove aziende hanno buone idee di prodotto ma raramente hanno dimostrato di sapere costruire organizzazioni capaci di generare flussi crescenti di profitto. Pochi hanno fatto la “exit”, cioè hanno venduto il loro giocattolo. Inoltre, dice, gli investitori italiani sono lenti nel decidere e non hanno reti internazionali. Tutto da buttar via, dunque? No. Biondi riconosce che gli ingegneri italiani hanno talento, sono pagati (purtroppo) poco, hanno una capacità superiore di design e sono sempre più connessi con reti di italiani e italofili all’estero. Gratta gratta, anche Biondi concorda sul fatto che buone premesse ci sono.

Il punto è che il software italiano non può decollare globalmente se pensa di poterlo fare senza un aggancio forte con Silicon Valley. Qui ci sono tutte quelle competenze e quegli asset che servono ad una buona idea italiana di prodotto per diventare macchine di profitto – in modo che poi i laboratori di R&D possano scalare. Ripetendo quanto è avvenuto a Tel Aviv o Haifa nei decenni passati. Biondi lo dimostra: la sua startup ADEspresso cresce a San Francisco con radici a Milano. In Silicon Valley l’azienda si propone ai grandi protagonisti del mercato; ma metà dei dipendenti dell’azienda vivono e lavorano in Italia.  

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