Contributi, perché non ci sono i soldi per tagliarli
PAOLO CERRONI / Imagoeconomica
Contributi, perché non ci sono i soldi per tagliarli
Economia

Contributi, perché non ci sono i soldi per tagliarli

Per abbassare il cuneo fiscale, cioè la differenza tra la busta paga lorda e netta, occorrono decine di miliardi di euro l'anno. E il governo non li ha

Un taglio ai contributi previdenziali per abbassare il cuneo fiscale, cioè la differenza tra il costo del lavoro lordo, che grava sui bilanci delle imprese, e la busta paga netta che i lavoratori percepiscono ogni mese. E' l'ipotesi circolata nei giorni scorsi e riportata da Repubblica, che parla delle soluzioni allo studio del governo, con la regia di Tommaso Nannicini, sottosegretario alla presidenza del consiglio e consulente economico di Palazzo Chigi.

Tra queste soluzioni, c'è appunto un taglio dei contributi previdenziali, la voce che pesa di più sul costo del lavoro. Si parla addirittura di una sforbiciata di 6 punti percentuali, i cui benefici verrebbero equamente ripartiti tra le aziende e i lavoratori, con una riduzione dei salari lordi e un contestuale aumento delle buste paga nette. In alternativa, si dice, potrebbe essere consentito agli stessi lavoratori di dirottare i contributi tagliati verso i fondi della previdenza integrativa, che servono per costruirsi una pensione di scorta.


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Tutte queste misure vengono descritte su da Repubblica come a “costo zero”, forse perché assorbirebbero altri sgravi contributivi oggi esistenti, come quello destinato a chi assume un nuovo dipendente a tempo indeterminato. Oppure perché, tagliando i contributi previdenziali oggi, lo Stato spenderà meno soldi domani, dato che le pensioni percepite dai lavoratori saranno in futuro più basse.

A ben guardare, però, si scopre che i provvedimenti a “costo zero” non esistono, almeno quando si parla di tasse, previdenza e buste paga. La ragione è semplice: il nostro sistema pensionistico, per chi non lo sapesse, funziona con un sistema che in gergo tecnico viene definito “a ripartizione”. Detto in parole povere, ciò significa che i contributi versati oggi da chi è ancora al lavoro servono materialmente per pagare le pensioni di chi è già a riposo, con una solidarietà intergenerazionale dove i giovani mantengono gli anziani.

È vero che le pensioni future verranno determinate in base alla quantità di contributi versati dal lavoratore durante la carriera. Si tratta però di una sorta di “finzione contabile” che serve per eseguire i calcoli degli assegni previdenziali. In realtà, gli accantonamenti previdenziali del lavoratore non rappresentano un capitale privato (come fossero un risparmio personale) ma finiscono subito nel calderone del bilancio dell'Inps e servono appunto per pagare le pensioni attuali.


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Non è dunque difficile capire perché, tagliando i contributi versati oggi da chi è al lavoro, vengano immediatamente a mancare dei soldi nelle casse dell'Istituto Nazionale della Previdenza, cioè dello Stato. In parte, queste risorse verrebbero recuperate con le tasse, giacché contribuirebbero a far crescere le buste paga dei lavoratori e i profitti delle aziende. Tralasciando questi dettagli, però, la sostanza non cambia: il taglio dei contributi non è affatto a costo zero.

Anzi, se dovesse assumere dimensioni consistenti, questo taglio potrebbe risultare alla fine davvero molto costoso. Per rendersene conto, basta rileggersi i calcoli che fece qualche anno fa Mirko Cardinale, economista ed editorialista del sito web Lavoce.info. Le sue simulazioni presero a riferimento i dati del 2011 ma lo scenario non era poi molto diverso da quello attuale. Riducendo tutti i contributi previdenziali di appena lo 0,5% (abbassandoli per esempio dall'attuale 33% al 32,5% circa), secondo Cardinale vi sarebbe un onere per i conti pubblici di oltre 3,3 miliardi di euro annui.

Con un taglio contributivo del 2,5%, invece, verrebbero a mancare nelle casse dello Stato oltre 16 miliardi di euro. Infine, con una sforbiciata del 5% ai contributi di tutti i lavoratori, Cardinale ha calcolato un costo di ben 33 miliardi di euro all'anno. Ecco perché è inevitabile porsi un interrogativo: dove trova il governo tutti questi soldi necessari a ridurre il cuneo fiscale? Al momento, la domanda resta senza risposta.


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