Confindustria perde le piume
Economia

Confindustria perde le piume

Dietro l’altolà lanciato da Barilla («Tempo scaduto») si nasconde il disagio degli imprenditori per una struttura costosa e dominata dai gruppi pubblici. Il progetto di riforma langue e in molti se ne vanno.

C’è la diaspora eclatante di Sergio Marchionne e quella silenziosa di chi non paga le quote associative. Nell’un caso e nell’altro, la Confindustria perde le penne. E Giorgio Squinzi, dopo appena un anno di presidenza, sta vivendo momenti difficili. La decisione annunciata dalla Fiat nell’ottobre 2011 non era un gesto isolato. In quello stesso anno, i pagamenti sono diminuiti quasi del 10 per cento. Il bilancio del 2012 dovrebbe essere ancora peggiore. Solo le aziende pubbliche con i loro 40 milioni di euro possono far quadrare i conti. Anche se proprio l’ingombrante presenza dei colossi di Stato (Eni, Enel, Finmeccanica, Poste) è una delle ragioni per lasciare Confindustria.

L’ultima a uscire è stata la Finco che rappresenta produttori di materiali per le costruzioni. A lei s’è aggiunta l’Aniem (piccole imprese edili). Intanto, nascono associazioni parallele come Agire, animata da Alessandro Riello che si è dimesso più di un anno fa. Aderiscono imprenditori del Nord-Est di ogni tendenza: da Massimo Carraro (Morellato) che fa politica con il Pd al trevigiano Nicola Tognana vicino al centrodestra. S’aggiungono ai tanti che hanno preso cappello: il marchigiano Enrico Bracalente (Nero Giardini), il napoletano Gianni Punzo amico e socio di Luca di Montezemolo in Italo, Giorgio Jannone delle cartiere Pigna. «Il tempo è scaduto anche per Confindustria»: le parole di Guido Barilla, pronunciate il 16 aprile celebrando i cent’anni dell’azienda, sono state un’altra bruciante frustata. Barilla non esce, ma il suo sembra proprio un ultimatum.

L’apparato costa tanto, troppo: tra 500 e 550 milioni di cui 40 finiscono a Roma, nella struttura centrale. Squinzi ha promesso una riforma e ha creato una commissione affidandola a Carlo Pesenti. Ma s’è impantanata in polemiche e ripicche. Intanto, agli imprenditori che continuano a chiedere, la Banca d’Italia replica: perché voi in questi anni non avete investito abbastanza? Davvero, la Confindustria non ha più appeal nemmeno ai piani alti del sistema.

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Stefano Cingolani

Stefano Cingolani, nasce l'8/12/1949 a Recanati e il borgo selvaggio lo segna per il resto della vita. Emigra a Roma dove studia filosofia ed economia, finendo a fare il giornalista. Esordisce nella stampa comunista, un lungo periodo all'Unità, poi entra nella stampa dei padroni. Al Mondo e al Corriere della Sera per sedici lunghi anni: Milano, New York, capo redattore esteri, corrispondente a Parigi dove fa in tempo a celebrare le magnifiche sorti e progressive dell'anno Duemila.

Con il passaggio del secolo, avendo già cambiato moglie, non gli resta che cambiare lavoro. Si lancia così in avventure senza rete; l'ultima delle quali al Riformista. Collabora regolarmente a Panorama, poi arriva Giuliano Ferrara e comincia la quarta vita professionale con il Foglio. A parte il lavoro, c'è la scrittura. Così, aggiunge ai primi due libri pubblicati ("Le grandi famiglie del capitalismo italiano", nel 1991 e "Guerre di mercato" nel 2001 sempre con Laterza) anche "Bolle, balle e sfere di cristallo" (Bompiani, 2011). Mentre si consuma per un volumetto sulla Fiat (poteva mancare?), arrivano Facebook, @scingolo su Twitter, il blog www.cingolo.it dove ospita opinioni fresche, articoli conservati, analisi ponderate e studi laboriosi, foto, grafici, piaceri e dispiaceri. E non è finita qui.

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