La Cina resta la patria delle multinazionali. Che iniziano a scegliere il centro alla costa
La Cina resta la patria delle multinazionali. Che iniziano a scegliere il centro alla costa
Economia

La Cina resta la patria delle multinazionali. Che iniziano a scegliere il centro alla costa

Nonostante il Paese non cresca più a due cifre, spostarsi in altre economie emergenti conviene poco. Ecco come sta cambiando la presenza degli stranieri in Cina

Quanto conviene alle multinazionali lasciare la Cina per spostarsi in altri mercati emergenti? Poco o nulla perché, indipendentemente dal rallentamento della Repubblica popolare (da cui gli altri Brics non possono certo dichiararsi immuni), le opportunità dell'Oriente sono molto difficili da eguagliare.

Negli ultimi due decenni il legame tra economia cinese e multinazionali si è rafforzato molto grazie alla complementarietà di interessi tra i due attori: continuare ad attirare investimenti dall'estero nel primo caso, stimolare una già straordinaria crescita del commercio globale nel secondo.

Per quanto fosse scontato che con la crisi economica internazionale qualcosa sarebbe cambiato, non è così automatico arrivare alla conclusione che per queste enormi società nella Repubblica popolare non ci sia più spazio. È vero che Pechino sta riconsiderando la sua politica di apertura alle aziende straniere e che queste ultime sembrano essere ora soggette a una nuova moda che le indurrebbe a trasferirsi in altri paesi emergenti come India o Brasile, ma aspettarsi in poco tempo un cambiamento così drastico è quanto meno poco realistico.

Per capire quali siano le reali intenzioni di chi con la Cina lavora già da tempo KPMG ha intervistato una serie di manager . Scoprendo che la maggior parte dei loro dubbi è legata non tanto all'opportunità di investire in Cina, ma al fatto di spostarsi dalla costa verso l'interno. Come stanno facendo numerose aziende per rimanere concorrenziali evitando quindi, a parità di costi delle materie prime, di soffrire troppo per l'aumento del costo del lavoro. Progressivamente cresciuto nelle regioni più orientali dopo la lunga serie di proteste che negli ultimi anni hanno infiammato aziende internazionali e non.

I motivi di tanta incertezza sono chiarissimi: se la scelta di mantenere gli impianti vicino alla costa annulla automaticamente i guadagni dal punto di vista della competitività dei prezzi o ci si sposta verso l'interno o si cambia paese. Per una serie di potenziali investitori aprire un nuovo impianto nelle regioni più interne della Cina è controproducente perché i rendimenti sono bassi, i costi altissimi e i ricavi non così incoraggianti.

Ma se tenere aperte le aziende sulla costa davvero non conviene, prima di rinunciare per sempre a seguire le orme di imprenditori cinesi sempre più attivi nell'Ovest è necessario valutare con attenzione le alternative che si hanno a disposizione.

La prima è cambiare nazione. Un'ipotesi non facilmente praticabile visto che investire nelle altre economie emergenti non è poi così semplice. Per non parlare del fatto che il Pil aggregato di Brasile, India e Russia è inferiore a quello della Cina.

La seconda è spostarsi sì nell'Ovest cinese, ma con il supporto di un partner locale. Con una joint venture. Superando in questo modo due ostacoli contemporaneamente. Vale a dire la nuova ostilità di Pechino verso gli investitori stranieri e le difficoltà culturali e logistiche legate all'apertura di un impianto in un angolo della Repubblica popolare molto diverso rispetto a quelli a cui la maggior parte degli espatriati è abituata.

Insomma, la sensazione è che le multinazionali debbano oggi entrare in una nuova Cina. E per farlo abbiano bisogno di appoggiarsi a chi, nel paese, ha più esperienza di loro. Offrendo in cambio capacità manageriali e know how. Un po' come è successo quando è partito il "primo" boom economico cinese. E se questi sono i prodromi del secondo conviene approfittarne subito, trasferendosi nella Repubblica popolare, non allontanandosene…

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