Economia

Cedolare secca: quanto hanno risparmiato gli italiani

Scelta da oltre un milione di proprietari, il regime facoltativo piace soprattutto nel Centro Sud Italia

Cedolare secca. È la tassa "piatta" che, partita in sordina, è scelta da sempre più proprietari di immobili, soprattutto al Centro Sud. Stando ai dati del Mef, gli italiani che hanno optato per questa soluzione sono stati più di un milione nel 2013 (le statistiche più recenti si fermano alle dichiarazioni presentate nel 2014).

Chiamata così dai tributaristi, la cedolare secca è l'imposta sostitutiva sul reddito da locazione immobiliare: in pratica, il locatore accetta di pagare una tassa con aliquota fissa (al 21% ridotta poi, in alcuni casi, al 15% e al 10%) in modo da non pagare il Registro e il Bollo alla registrazione del contratto di locazione (o alla sua proroga o risoluzione) e per evitare di dichiarare gli affitti nel 730 o in Unico.


L’origine

Nata come imposta sul patrimonio finanziario, in particolare sui dividendi delle azioni e sugli interessi delle obbligazioni (si definisce secca perché la sua applicazione evita al risparmiatore di enunciarne l'importo nelle dichiarazioni dei redditi), nel 2011 si è voluto introdurla anche nell’ambito della tassazione sul patrimonio immobiliare.

Questo regime facoltativo, in genere, risulta più conveniente quando il proprietario ha anche altri redditi sottoposti a tassazione Irpef. Non conviene, invece, quando non si percepiscono altri redditi oltre quello derivante dai canoni (ossia quando la maggior parte delle proprie entrate deriva dagli affitti degli inquilini) o anche se si hanno redditi su cui non si paga l'Irpef, come nel caso delle pensioni con importi più bassi.

Chi può sceglierla

È riservata ai proprietari di un immobile - persone fisiche - e titolari di un diritto di godimento (diritto di superficie, usufrutto ecc.), ma si può applicare solo agli immobili adibiti ad uso abitativo (non i box) accatastati in una delle categorie abitative del gruppo "A" esclusi gli uffici e studi privai (categoria A10).

L'aliquota è pari al 21% del canone di locazione per il "contratto libero". Dal 2013 è stata ridotta l'aliquota al 15% (prima al 19%) per i contratti a "canone concordato" e per i contratti rivolti agli studenti universitari nei principali capoluoghi italiani, nei comuni confinanti con gli stessi e nei 3.000 che il Cipe definisce ad alta tensione abitativa (si veda l'elenco dal sito di Confedilizia).

In queste aree - e nei comuni in cui è stato deliberato lo stato di emergenza negli ultimi 5 anni a seguito di calamità naturali - si può godere di un ulteriore taglio fino al 10%, valido però solo per il quadriennio 2014 - 2017. Dal 2018 tornerà al 15%.

La lenta diffusione

Non è stato immediato il successo della cedolare secca. Dal debutto nel 2011, ci sono voluti tre anni per passare da poco più di mezzo milione a più di un milione per un ammontare di imponibile di circa 7,5 miliardi di euro (+26% rispetto al 2012) e un'imposta dichiarata di 1,5 miliardi di euro. Lo sprint degli ultimi anni è dovuto al successo di questa forma di tassazione dell'immobile nelle regioni del Centro Sud, dove il numero di chi l'ha scelta, stando alle successive rielaborazioni del Sole 24 ore sui dati del Mef, è più che raddoppiato in Molise, Abruzzo, Basilicata, Sardegna, Calabria e Sicilia, contribuendo in parte all'emersione degli affitti in nero.

L'effetto sulle tasche dei proprietari

Ma quanto si può risparmiare scegliendo la cedolare secca? Confedilizia ha provato a fare delle simulazioni per le città di Roma e Milano. Nel caso del contratto libero (aliquota al 21%) con un canone di locazione annuo di 10.000 euro, nella capitale il risparmio sarebbe di circa 1.400 euro (2.100 la tassazione con la cedolare rispetto agli oltre 3.500 con quella ordinaria), mentre nel capoluogo lombardo si pagherebbero 1.300 euro di tasse in meno (2.100 euro con la cedolare secca rispetto a poco più di 3.400 euro con l’ordinaria).

Nel caso di contratti concordati o per gli studenti universitari (10% fino al 2017), il risparmio rispetto all'aliquota precedente del 15%, applicata ad esempio a un canone annuo di 10.000 euro, sarebbe di ulteriori 500 euro nel 2014 rispetto al 2013.

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