Borse, i tre motivi dei ribassi di questi giorni
Borse, i tre motivi dei ribassi di questi giorni
Economia

Borse, i tre motivi dei ribassi di questi giorni

I timori sulla frenata della Cina e sulla fine degli stimoli della Federal Reserve provocano la fuga dai mercati emergenti e il crollo dei listini di Tokyo. Cosa aspettarsi adesso

In calo, ma non in picchiata. Si può riassumere così l'andamento registrato durante la mattina dalle principali borse europee, con Piazza Affari che perde un frazionale 0,3% circa, mentre in Europa le peggiori performance sono quelle del listino di Francoforte, che cede circa un punto percentuale. Tra gli operatori dei mercati, c'è stato un leggero sospiro di sollievo, dopo il tonfo della borsa di Tokyo, che ha chiuso le contrattazioni odierne con una flessione pesantissima, pari al 4,18%.

INVESTIMENTI: COSA ASPETTARSI NEL 2014

Sta di fatto, però, che le piazze finanziarie internazionali sembrano aver perso buona parte dello sprint che le ha caratterizzate negli ultimi mesi e anni. Ieri, per esempio, il listino italiano ha ceduto oltre due punti e mezzo percentuali, in un lunedì nero che ha visto gli indici di Wall Street muoversi nella stessa direzione, con cali superiori al 2%. Che cosa è successo? Per gli analisti, le pesanti correzioni di questi giorni sono dovute sostanzialmente a tre ragioni. Eccole nel dettaglio.

LE PRESE DI BENEFICIO

Senza dubbio, a spingere i ribassi sono state anche le fisiologiche prese di beneficio di molti investitori, che hanno pensato di portare a casa i guadagni realizzati dopo un ciclo di forti rialzi del settore azionario. La pensa così Claudio Barberis, responsabile per l'asset allocation della società di consulenza finanziaria indipendente MoneyFarm, che resta cautamente ottimista sulle prospettive delle borse nel medio periodo. In particolare, Barberis sottolinea come il quadro dell'economia reale in Europa e negli Stati Uniti sia comunque tuttora in fase di miglioramento, anche se qualche dato congiunturale peggiore delle attese può portare un po' di nervosismo sui mercati, facendo crescere la volatilità, cioè le oscillazioni verso il basso e verso l'alto dei listini.

L'INCOGNITA FED

Un po' meno ottimista è invece Vincenzo Longo, strategist della società britannica di trading, Ig Markets. Per Longo, infatti, ci sono molti segnali di una rinnovata paura tra gli investitori, che potrebbe durare per tutto il primo semestre del 2014. La prova di questo sentiment arriva dalla risalita delle quotazioni dei Bund, i titoli di stato tedeschi, e del prezzo dell'oro: due investimenti-rifugio che oggi attirano di nuovo consistenti flussi di denaro e che di solito tornano in auge quando i mercati azionari imboccano un trend all'ingiù. In altre parole, sui mercati è in atto quello che gli addetti ai lavori definiscono flight to quality, cioè una fuga dagli investimenti più rischiosi (come le azioni) verso quelli più sicuri. A pagare lo scotto di questo cambio di rotta sono soprattutto i mercati dei paesi emergenti, dall'Asia fino al Sudamerica, che finora hanno macinato una montagna di guadagni. Sono proprio i mercati emergenti quelli dove si indirizzano gli investitori che amano di il rischio e che vanno a caccia di guadagni a due cifre. Ora, però, dopo anni di vacche grasse, nella finanza internazionale il vento sembra cambiato. In particolare, la Federal Reserve (la banca centrale americana) è impegnata nel tapering, cioè nella riduzione graduale degli stimoli all'economia, basati su massicce iniezioni di liquidità. Molti investitori, dunque, cominciano ad avere la sensazione che l'era del denaro a buon mercato stia per giungere al capolinea e cominciano ad abbandonare i listini e le valute (come appunto quelle dei mercati emergenti) considerate meno sicure.

I RISCHI SULLA CINA

Prima di trarre conclusioni troppo affrettate, tuttavia, per Longo è bene tenere d'occhio quello che accadrà nei prossimi giorni in America, dove venerdì saranno pubblicate le nuove statistiche sulla disoccupazione, mentre c'è grande attesa anche per il primo intervento pubblico di Janet Yellen , che ha da poco preso il timone della Federal Reserve (Fed) al posto di Ben Bernanke. “Credo che la Fed continuerà a muoversi con coerenza nella stessa direzione seguita finora”, dice Barberis, “con un progressivo allentamento degli stimoli all'economia durante il 2014 e un graduale rialzo dei tassi a partire dal 2015”. Niente di nuovo, insomma, rispetto a quanto già annunciato.

Per l'esperto di MoneyFarm, nell'economia americana ci sono indubbiamente alcune zone d'ombra, legate soprattutto a una crescita dei consumi delle famiglie un po' più debole del previsto e alla presenza diffusa di molti mini-jobs, cioè di posti di lavoro a tempo parziale e un po' troppo sottopagati. Tuttavia, per Barberis resta indubbio che gli Stati Uniti siano il paese che ha adottato finora le misure più efficaci per uscire dalla crisi. Lo stesso Barberis, pur avendo un'esposizione neutrale nel suo portafoglio verso i mercati emergenti, invita a non fare drammi di fronte ai segnali di rallentamento dell'economia cinese, dove il pil potrebbe aumentare nel 2014 a un tasso ben inferiore al 7-8% degli anni scorsi. “Finora i paesi emergenti hanno corso come un treno e adesso hanno iniziato soltanto a passeggiare”, dice l'analista, “ma sempre di crescita economica si tratta”. Meglio non farsi prendere dal panico, dunque, neppure di fronte a dei tonfi come quello registrato dal listino di Tokyo che, sottolinea il responsabile dell'asset allocation di MoneyFarm, “è da molto tempo una piazza finanziaria più volatile delle altre”. In Giappone, infatti, le autorità monetarie tengono da anni i tassi d'interesse attorno allo zero, favorendo così gli investimenti maggiormente speculativi, come quelli azionari. Appena sui mercati nipponici c'è qualche novità negativa, però, i listini vanno in picchiata.

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