BlackBerry, un declino che ha molto da insegnare
Justin Sullivan (Getty Images)
BlackBerry, un declino che ha molto da insegnare
Economia

BlackBerry, un declino che ha molto da insegnare

In un mercato iper-competitivo come quello degli smartphone chi si ferma (anche sulle sue convinzioni) è perduto

Un miliardo di dollari di perdite nell’ultimo trimestre, 4500 licenziamenti, due terminali su sei tolti dalla produzione. Per BlackBerry è arrivato il momento di tirare giù la maschera e spiegare a utenti e investitori cosa rimane di quel marchio che per qualche anno ha cullato il sogno di diventare il produttore di smartphone più importante del pianeta. Anche se, a dire il vero, la decisione della società di fare dietro-front, ritirarandosi dal mercato consumer per (ri)posizionarsi nel mondo aziendale la dice già lunga: se non è una resa poco ci manca.

E pensare che solo quattro anni fa, un americano su due aveva un BlackBerry e anche in Europa il brand della Mora veleggiava stabilmente nella top 3 dei produttori di telefonini. Cos’è cambiato in soli 48 mesi? La competizione serrata scatenatasi nel settore degli smartphone – laddove Apple e Samsung hanno dimostrato di avere una marcia in più – non può spiegare da sola un tracollo del genere. A pesare sono state anche le scelte del management, quelle fatte e quelle non. Basta riavvolgere il nastro per farle riaffiorare tutte.

L’OSSESSIONE PER LA TASTIERA QWERTY
La crisi di BlackBerry inizia il 29 giugno del 2007, giorno in cui Apple porta al debutto il suo primo iPhone. È un evento che segna una spaccatura netta nel panorama dei vendor di telefonia: da un lato c’è chi comprende la portata rivoluzionaria di quell’oggetto e cerca di seguirne le tracce (Samsung, Lg, HTC), dall’altro chi (vedi Nokia e BlackBerry) rimane ancorato sulle vecchie posizioni. Quelle della società canadese si riassumono in cinque lettere – QWERTY -  che sono poi le iniziali della sua inconfondibile tastiera estesa. Per la società canadese è il simbolo di un modo di intendere lo smartphone fatto di razionalità, precisione, affidabilità. Qualcosa che nessuna soluzione virtuale potrà mai scalfire. I fatti, però. dimostreranno il contrario. Perché gli utenti sono disposti a rinunciare a qualche comodità pur di avere fra le mani un dispositivo capace di ricreare la stessa esperienza dei PC di casa.

IL TELEFONO GIUSTO AL MOMENTO SBAGLIATO
Quando BlackBerry comprende finalmente che tutto il mondo si è ormai spostato verso le interfacce di tipo full-touch è ormai troppo tardi. Il BlackBerry Z10, primo dispositivo della sua storia costruito intorno a una piattaforma pensata per il controllo in punta di dita, arriva nel  gennaio 2013. Sono passati in definitiva sei anni dall’uscita dell’iPhone e il mercato, nel frattempo, ha già preso la sua piega: c’è chi vuole fortissimamente un iPhone e chi punta all’alternativa Android. Tutto il resto è noia o comunque qualcosa tale da non giustificare spese folli.

PROTAGONISTI DI NICCHIA O COMPRIMARI DI MASSA?
iPhone a parte, la crisi di BlackBerry nasce da un peccato originale: il desiderio di dimostrare al mondo di essere ben più di un marchio per il mondo business. La società canadese, a un certo punto della sua storia, si convince di essere pronta per fare il grande salto, dall’ambito professionale a quello della consumer. Trascura però un dettaglio: il dispendio economico che un mercato competitivo e innovativo come quello degli smartphone di massa richiede al giorno d’oggi. Fosse rimasta fra i confini del mercato enterprise BlackBerry sarebbe ancora un’azienda di successo? Forse no, ma probabilmente avrebbe limitato le perdite, sia in termini economici che di credibilità.

UNA SOCIETÀ CHIUSA NEL SUO MONDO
C'è infine un altro aspetto su cui vale la pena soffermarsi. La vicenda BlackBerry è l'ennesima dimostrazione di quanto sia difficile allo stato attuale replicare il modello di business adottato da Apple. Costruirsi in casa uno smartphone in tutte le sue componenti è una missione ai limiti dell'impossibile. Non è un caso che tutte le grandi avversarie della Mela - da Samsung a Lg, da HTC a Nokia - abbiano scelto di lasciare ad altri lo sviluppo del software. In questo senso, la decisione di non cedere alla tentazione di Android per puntare tutto sul sistema operativo di casa può essere considerata - col senno di poi - la più grande presunzione di BlackBerry. Che oggi si ritrova con una divisione hardware di scarso valore e una serie di risorse software confinate in un ecosistema chiuso. 

VENDERE, MA A CHI?
Analisti e addetti ai lavori sono d'accordo: l’unica speranza di salvare il marchio BlackBerry sta ora in una sua eventuale cessione a terzi. E in effetti la mega-sforbiciata all’organico (4500 dipendenti sono quasi il 40% dell’attuale forza lavoro) potrebbe far pensare a una società che sta cercando di alleggerirsi in previsione di una vendita. Già, ma quale società ha oggi i capitali - e soprattutto le motivazioni - per buttarsi in un’operazione del genere? Apple ha già il suo collaudatissimo ecosistema hardware-software, Google ha già fatto le sue scelte (acquisendo Motorola), idem Microsoft (con Nokia), HP è ancora scottata dall’acquisto di Palm, mentre HTC non sembra avere la potenza di fuoco adeguata. Rimangono solo Samsung (che non ha mai negato il suo interesse nel costruirsi in casa un’alternativa ad Android) e qualche azienda orientale in ascesa (Lenovo in primis). Intanto, secondo il Wall Street Journal e il New York Times, l’ex CEO e fondatore della società Mike Lazaridis (che rimane uno dei principali azionisti del marchio) avrebbe già avviato il dialogo con alcune società di private equity per sondare l’interesse a comprare. Arrivati a questo punto, forse, non conta tanto da chi arriva l'offerta ma a quanto ammonta. 

 
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