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Economia

Banca Etruria: tre cose da sapere sull'inchiesta

Le ragioni per cui i magistrati indagano sull'ex consiglio di amministrazione guidato da Lorenzo Rosi, con il padre del ministro Boschi al suo fianco

Un intero consiglio di amministrazione (cda) sotto indagine. E' questo l'ultimo sviluppo dell'inchiesta su Banca Etruria, istituto di Arezzo finito in dissesto alla fine del 2015. La procura della repubblica della città toscana ha iscritto infatti nel registro degli indagati i componenti dell'ultimo cda della banca, che aveva come presidente Lorenzo Rosi e come vicepresidente Pier Luigi Boschi, padre di Maria Elena, attuale ministro per le riforme istituzionali nel governo Renzi. Ecco, di seguito, una panoramica sulle ipotesi di reato al vaglio dei pm.

Le buonuscite generose

Una buonuscita di 1,2 milioni di euro. E' quella percepita nel 2014 da Luca Gronchi, ex direttore generale di Banca Etruria, che ha lasciato il management nel 2014. I magistrati indagano su questo lauto compenso e su altri emolumenti concessi dalla banca agli amministratori che potrebbero aver contribuito alla malagestione dell'istituto aretino. La liquidazione milionaria di Gronchi, decisa dal consiglio di amministrazione il 30 giugno di due anni fa, era già finita nel mirino degli ispettori di Bankitalia e lo stesso ex-direttore generale è oggi sotto inchiesta per ostacolo alla vigilanza, in uno dei diversi filoni d'indagine su Banca Etruria.

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Le consulenze milionarie

Più di 17 milioni di euro in tre anni. A tanto ammonta la cifra che Banca Etruria ha destinato alle consulenze. I magistrati che indagano sul crack dell'istituto toscano sospettano che queste voci di spesa (o almeno alcune) fossero tutt'altro che giustificate e che abbiano contribuito al dissesto dei bilanci. Tali rilievi sono gli stessi evidenziati a suo tempo dagli ispettori di Bankitalia e dai commissari liquidatori di Banca Etruria. Tra le consulenze sotto i riflettori, ci sono per esempio quelle concesse per progettare la possibile fusione (poi naufragata) con la Popolare Vicenza oppure quelle a favore della Jci Capital per 1,3 milioni di euro, per progettare l'aumento di capitale. Senza dimenticare altre voci di spesa un po' più sorprendenti come gli oltre 85mila euro stanziati per studiare la possibilità di “aspetti di business” in Kazakistan e Kirghizistan.

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I prestiti agli amici

La voce che ha contribuito maggiormente al dissesto di Banca Etruria è senza dubbio il credito facile, cioè i prestiti concessi agli amici degli amici che ha provocato un buco da 1,1 miliardi nel bilancio dell'istituto. Alcune di queste operazioni, secondo i magistrati (e prima ancora secondo gli ispettori di Bankitalia), potrebbero essere avvenute in palese conflitto d'interesse. Quasi una ventina di ex consiglieri e amministratori della banca, infatti, hanno beneficiato di fidi per un totale di 185 milioni di euro. Di questi, oltre 80 milioni si sono poi incagliati o sono finiti in sofferenza.

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