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Economia

Aziende: le norme anti-Cina che sta studiando la Ue

Per evitare le ormai troppe acquisizioni ostili, Bruxelles punta a rendere obbligatorio un proprio parere su qualsiasi investimento di rilievo

Gli investimenti esteri della Cina, da grande opportunità si stanno trasformando, almeno in Europa, in una serie minaccia per il sistema imprenditoriale continentale. Soprattutto quando sotto il faro dell’interesse di Pechino finiscono aziende che svolgono attività industriali altamente strategiche.

Italia, Germania e Francia hanno recentemente posto con forza questo problema all’attenzione di Bruxelles, che ora ha deciso di agire. Nei prossimi giorni infatti, secondo le anticipazioni dell’Ansa, la Commissione Ue guidata da Jean-Claude Juncker dovrebbe emanare una sorta di regolamento che potrebbe rendere più complicato per i cinesi effettuare investimenti in aziende europee. Vediamo più nello specifico di cosa si tratta.

Aziende off limits

Il nuovo meccanismo che dovrebbe proteggere le aziende europee da indesiderate scalate cinesi, prevede innanzitutto una sorta di schermo preventivo per tutte quelle società legate ai programmi
strategici Ue, soprattutto di carattere aerospaziale o connessi al mondo della ricerca e dell’innovazione, tra cui Galileo, Copernico e Horizon 2020.

In questo caso dunque verrà eretto una sorta di muro di carattere normativo e burocratico che dovrebbe evitare qualsiasi tipo di scorreria finanziaria da parte di gruppi cinesi.

Parere preventivo

Per tutti gli altri casi invece, quando ad essere interessati saranno comunque ambiti produttivi di particolare interesse industriale, come le telecomunicazioni, l’energia, l’aviazione e più in generale l’hi-tech, i Paesi dell’Unione saranno obbligati, nel rispetto di una trasparente e leale collaborazione, a chiedere una sorta di parere preventivo della Commissione ad eventuali investimenti societari da parte di gruppi cinesi.

Il parere in questione dovrà arrivare entro 25 giorni dalla richiesta. È bene però chiarire fin da subito che tale parere non sarà vincolante per le scelte finali, che resteranno comunque in capo ai singoli Paesi dell’Unione, nel rispetto di quelle che sono le regole internazionali sul commercio.

D’altra parte però se lo vorranno, potranno essere gli stessi Stati membri a sollecitare un intervento chiarificatore della Commissione ove ravvisassero operazioni di investimento particolarmente invasive da parte di società cinesi.

Chi si oppone al nuovo regolamento

Come già accennato, sono stati in particolare Italia, Germania e Francia a sollecitare un intervento regolativo dell’Unione sugli investimenti cinesi in Europa. Non mancano però le opposizioni a una tale impostazione.

Esse giungono innanzitutto dagli Stati liberisti del Nord Europa, che giudicano invasive norme che andrebbero a intaccare le normali dinamiche di libero mercato concorrenziale. D’altro canto ad esprimere perplessità sono anche alcuni Paesi membri del Sud dell’Europa, come Grecia, Portogallo, Malta, Cipro, e dell'Est, tra cui l'Ungheria, ancora molto bisognosi di capitali esteri. Staremo a vedere quale sarà il compromesso che si riuscirà a raggiungere.

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