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Economia

Aumento dell'Iva, perché danneggia i più poveri (e l’economia)

L’Europa ci chiede di far salire l’imposta sui consumi. Ma a pagare saranno i redditi bassi, con un aggravio di 100 euro all'anno a famiglia

Conti alla mano, i rincari alla fine non sarebbero esorbitanti. Se l'iva salisse da 22 al 23% come l'Europa chiede oggi all'Italia per abbassare il deficit pubblico dello 0,2%, i prezzi al consumo di molti prodotti crescerebbero di circa lo 0,8%. Il che significa, tradotto in soldoni, dover pagare 5-10 centesimi in più per comprare una bottiglia di vino o 5-10 euro per acquistare un tv color o un personal computer.

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Eppure, il ministro dell'economia Pier Carlo Padoan oggi non sembra intenzionato a mollare la presa. Per lui, l'aumento dell'iva è un'ipotesi da scongiurare e i tecnici del ministero, a quanto pare, sono al lavoro per studiare qualche misura alternativa, partendo ovviamente da un taglio alle spese. Ma perché il rialzo dell'imposta sul valore aggiunto viene considerata così una iattura?

Una prima risposta l'ha data questa mattina la Cgia di Mestre, una delle più importanti sigle di categoria degli artigiani. L'ufficio studi di questa associazione ha elencato infatti tutti i beni e servizi che subirebbero un rincaro con l'aumento dell'imposta, dal vino ai carburanti, dalla biancheria per la casa agli oggetti di arredamento. Si tratta di generi di consumo che vengono acquistati più o meno da tutti, anche dalle famiglie povere. Dunque, a essere colpite dal caro-iva per la Cgia saranno soprattutto gli italiani con redditi medio-bassi.


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Con un incremento di un punto di Iva dal 22 al 23%, per esempio, una famiglia di 4 persone subirebbe un aumento di imposta di circa 100 euro all’anno che, ovviamente, peserebbero molto di più sui lavoratori che hanno già uno stipendio magro. Di conseguenza, secondo gli artigiani di Mestre, ci sarebbero ripercussioni negative sui consumi interni che costituiscono la componente più importante del nostro pil.

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"Abbiamo una spesa pubblica annua di 830 miliardi di euro circa", ha detto il segretario della Cgia Renato Mason, “perché non la riduciamo dello 0,4% per recuperare quei 3,4 miliardi di euro che ci sono richiesti da Bruxelles, invece di mettere le mani in tasca agli italiani?”. Domanda tutt'altro che campata in aria visto che il prossimo rincaro dell'iva, ammesso che avvenga, non sarebbe certo il primo.

Nel 2011, quando l'imposta salì dal 20 al 21%, la stessa Cgia stimò che le entrate per lo Stato, invece di aumentare, diminuirono di 3,4 miliardi di euro per effetto del calo dei consumi. Certo, nel 2011 la situazione della nostra economia era ben diversa perché l'Italia era in recessione mentre oggi il pil è positivo, seppur di qualche decimale. Il rischio che l'aumento dell'iva sia un rimedio peggiore del male, però, resta dietro l'angolo.

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