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Economia

Articolo 18 e pensioni, i punti di contratto tra M5S e sindacati

Tutte le affinità tra il movimento guidato da Luigi Di Maio e le sigle dei lavoratori, in particolare la Cgil

Le affinità maggiori sembrano esserci per adesso con la Cgil che, almeno secondo i sondaggisti, oggi annovera tra le proprie fila moltissimi elettori del Movimento 5 Stelle. Ma Luigi Di Maio, leader dell’M5S e vincitore assieme a Matteo Salvini delle ultime elezioni politiche, potrebbe trovare molti punti in comune anche con  gli altri sindacati, dalla Cisl di Annamaria Furlan alla Uil guidata da Carmelo Barbagallo. 

Del resto, un po’ tutte le maggiori organizzazioni sindacali si sono opposte con forza alle riforme previdenziali e del lavoro approvate negli ultimi anni in Italia: dalla Legge Fornero sulle pensioni del 2011 fino al Jobs Act del governo Renzi, varato nel 2015. Sono proprio quelle riforme contro cui il Movimento 5 Stelle ha tuonato più volte nella campagna elettorale, aprendo la strada a una inedita intesa con Cgil, Cisl e Uil, un tempo considerate da Di Maio come tre organizzazioni vecchie e da riformare. Più che a riformare i sindacati, invece, oggi Di Maio sembra pensare a fare carta straccia delle riforme che a Cgil, Cisl e Uil piacciono poco o non piacciono affatto. 

Se torna l’articolo 18 

La prima riforma detestata da Di Maio e dai sindacati (in primis alla Cgil) è senza dubbio il Jobs Act, la legge sul lavoro del governo Renzi che ha eliminato per le nuove assunzioni il vecchio articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, cioè la norma che imponeva alle aziende con più di 15 addetti di reintegrare sempre nell’organico un dipendente mandato via, quando il suo licenziamento veniva dichiarato ingiusto da un giudice. Il Movimento 5 Stelle non ha mai fatto mistero di voler reintrodurre l’articolo 18 per tutte le assunzioni, muovendosi dunque in sintonia con la Cgil e anche con gli altri sindacati. 

Riforma Fornero in soffitta 

Un’altra riforma degli ultimi anni bersagliata di critiche dall’M5S in campagna elettorale è stata quella delle pensioni, scritta nel 2011 dall’ex-ministro del welfare Elsa Fornero. Con quella legge, l’età pensionabile in Italia ha subito un brusco innalzamento. E’ salita sopra i 66 anni per i trattamenti di vecchiaia e sopra i 42 anni e mezzo di carriera per quelli anticipati, cioè i trattamenti pensionistici che maturano una volta raggiunta una determinata anzianità contributiva, indipendentemente dall’età. 

In campagna elettorale, il Movimento 5 Stelle ha sempre detto di voler eliminare la Riforma Fornero anche se non ha chiarito nel dettaglio in che modo lo farà. La promessa di Di Maio è comunque di reintrodurre una pensione di anzianità che scatta non appena vengono raggiunti i 41 anni di carriera, indipendentemente dall’età anagrafica. Si tratterebbe di un provvedimento che, qualora venisse approvato, sicuramente incontrerebbe il favore dei sindacati.

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