Così Apple potrebbe avere evaso un miliardo di euro in Italia
Così Apple potrebbe avere evaso un miliardo di euro in Italia
Economia

Così Apple potrebbe avere evaso un miliardo di euro in Italia

La mela è accusata di frode fiscale, ma con le norme attuali ha buone chance di essere dichiarata innocente

La notizia ha fatto di corsa il giro del mondo. Il New York Times titola: «Le autorità fiscali italiane indagano su Apple». E a ruota tutti gli altri, dal britannico Guardian, alla Reuters, fino a templi digitali dell’hi-tech come Mashable o The Verge, scendono nei dettagli. Raccontano lo scontro tra il fisco tricolore e la mela morsicata, i colpi di sciabola tra un’accusa pesante, di rilevanza penale, e una difesa strenua di chi afferma, senza nascondere una certa indignazione, la sua piena, totale innocenza.

I fatti: Cupertino, o almeno la sua costola italiana, non avrebbe dichiarato al fisco italiano poco più di un miliardo di euro. Nello specifico, 206 milioni nel 2010 e 850 milioni nel 2011. Un imponibile che sarebbe frutto di vendite realizzate nel nostro Paese, su cui Apple avrebbe dovuto pagare le tasse. Da qui l’accusa di frode fiscale da parte della Procura di Milano a carico di due manager dell’azienda, probabilmente coloro che hanno compilato i bilanci, iscritti nel registro degli indagati. Di più: alcuni funzionari dell’agenzia delle dogane con compiti di polizia giudiziaria si sono presentati nella sede milanese della mela, nella centralissima piazza San Babila, e hanno sequestrato materiale cartaceo e informatico.

La società americana ha fatto ricorso contro questo sequestro e ha pubblicamente affermato la sua innocenza per bocca di Josh Rosenstock, capo della comunicazione per l’Europa. «Apple» ha detto «paga ogni dollaro ed euro delle tasse dovute ed è continuamente oggetto di controlli fiscali da parte di governi di tutto il mondo. Le autorità fiscali italiane hanno già sottoposto Apple Italia ad audit nel 2007, 2008 e 2009 e hanno confermato la piena conformità dell’azienda ai requisiti di documentazione e trasparenza OCSE. Siamo certi che l’accertamento in corso giungerà alla stessa conclusione». Come dire, nemmeno troppo tra le righe: non abbiamo nulla da temere per il 2010 e il 2011 e il miliardo contestato. Abbiamo agito secondo la legge.

A una prima lettura sembra una storia già sentita: molte polemiche aveva già suscitato quest’estate la notizia che la mela avrebbe pagato nel 2012 nel nostro Paese solo 4 milioni di tasse, rispetto a profitti globali per 41,7 miliardi di dollari (non viene dichiarato il dettaglio Paese per Paese). E più di una volta società dello stesso spessore, Google in prima fila, sono finite sotto la lente d’ingrandimento della Guardia di Finanza per trovare eventuali irregolarità. Ricerca che ha portato ad aprire questa nuova indagine proprio contro Apple.

Per capire cosa potrebbe essere successo veramente non bisogna guardare né l’Italia né Cupertino. Basta leggere cosa scrive l’Irish Times, uno dei giornali più importanti dell’Irlanda. È qui, in particolare a Cork, che ha sede la costola europea della mela morsicata. Ed è qui, che Apple avrebbe «reindirizzato il ricavato delle vendite italiane per la controllata irlandese». Insomma, i soldi non sarebbero spariti nel nulla. Semplicemente, i dirigenti dell’azienda li avrebbero iscritti nei conti della sede centrale europea, che guarda caso ha sede in un Paese dove il gettito fiscale è molto meno pesante rispetto allo Stivale.

Il nodo è tutto qui: Apple Italia è una società di servizi, che fornisce assistenza e supporto ai clienti e svolge poche attività collaterali, dunque produce pochi redditi. E li dichiara. La società commerciale, quella che vende tablet, computer e telefonini per l’Europa, è irlandese. Ed è dunque lì che paga le tasse. Almeno in linea di principio. Aggiunge l’Irish Times che già in passato la Apple si è dovuta difendere per il suo operato con tre sussidiarie incorporate ma non residenti sul territorio irlandese. Che peraltro, almeno sulla carta, non sarebbe nemmeno contentissimo di finire ogni volta nell’occhio del ciclone, di fare la figura del paradiso fiscale del Vecchio Continente: il ministro delle finanze Michael Noonan ha promesso misure per «fermare il sistematico abuso del sistema tributario irlandese».

Fatto sta che alla luce dell’attuale quadro, visti i precedenti non soltanto nostrani, se non saranno rilevate irregolarità di altro tipo, la Apple potrebbe avere agito correttamente. Se non eticamente, almeno dal punto di vista legale. Non a caso si discute di introdurre nel nostro ordinamento una norma che imponga che i profitti realizzati in Italia siano obbligatoriamente tassati in Italia, anche quando non si ha alcuna filiale fisica sul nostro territorio. Non approvarla vuol dire consegnarsi all’incertezza. Rischia di essere un implicito liberi tutti. A meno che i pm di Milano non portino un giudice a sentenziare il contrario, condannando Apple e stabilendo così un rumoroso precedente.
        

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