MASSIMO PERCOSSI/ANSA
Economia

Ape social, la storia di Fabrizio che non può andare in pensione a 63 anni

Il nome è finto ma il caso è vero. Così in molti si sono visti rifiutare la domanda di riposo anticipato. Ecco le storie raccolte dal sindacato

C’è il signor Fabrizio (il nome è di fantasia ma la storia vera) che ha lavorato per tre giorni pagato con i voucher. E c’è la signora Patrizia, disoccupata da diversi anni che ha tentato di arrangiarsi con  un contratto interinale di appena due giorni. Entrambi fanno parte delle migliaia di ultra60enni italiani che, secondo il patronato Inca Cgil, si sono visti rifiutare l’accesso all’Ape Social, l’ anticipo pensionistico istituito con la mini-riforma previdenziale del governo Renzi. 

Tutte le pratiche dovevano partire il 1° maggio scorso ma, tra uno slittamento e l’altro, le prime  domande di accesso all’Ape Social troveranno una risposta definitiva soltanto il 25 ottobre. Molte delle richieste, secondo i dati forniti dall’Inps, sono già state però rifiutate. 

Criteri rigidi

L’istituto nazionale della previdenza ha infatti applicato dei criteri molto rigidi nel concedere l’anticipo pensionistico, che per legge è riservato soltanto ad alcune categorie particolarmente disagiate come i disoccupati o i lavoratori esposti a usura. 

Secondo il patronato Inca della Cgil, moltissimi lavoratori si sono visti respingere le  domande soprattutto per una ragione: l’Inps ha ritenuto interrotto il periodo di disoccupazione anche quando l’aspirante pensionato ha lavorato soltanto per pochi giorni negli ultimi mesi, perdendo uno dei requisiti che dà diritto al riposo anticipato.  

In realtà, secondo l’Inca Cgil, si tratta spesso di cavilli che hanno lasciato a bocca asciutta molte persone e che spesso contrastano anche con la ratio delle leggi sul welfare, che considerano disoccupati anche coloro che tentano di tirare avanti con qualche lavoretto saltuario. Ma ecco, di seguito, alcuni casi eclatanti raccolti dal sindacato. 

Fabrizio - voucherista  per 3 giorni

Il signor Fabrizio ha lavorato per circa 40 anni come  dipendente; dopo un periodo di cassa integrazione, è stato licenziato fruendo dell’indennità di disoccupazione fino al 2013. Successivamente non si è più rioccupato né come dipendente né come lavoratore autonomo. Nel 2015, ha svolto una brevissima attività di lavoro occasionale accessorio pagato con i voucher che gli ha fruttato appena 157 euro netti

La legge dispone che il reddito derivante da voucher non incida sullo stato di disoccupazione o inoccupazione. L’Inps, tuttavia, ha respinto la domanda di riconoscimento dei requisiti di accesso all’Ape Sociale con la seguente motivazione: “risulta versata contribuzione successiva alla fruizione della disoccupazione (lavoro accessorio anno 2015". 

Patrizia - lavoratrice interinale per 2 giorni

La signora Patrizia ha lavorato per 36 anni nel settore privato; nel 2014, è stata licenziata fruendo dell’indennità di disoccupazione Aspi. Dopo la conclusione del periodo di fruizione della indennità ha svolto per 2 giorni lavoro dipendente part-time, con un contratto di somministrazione, percependo una retribuzione netta di 256 euro.

 L’Inps ha respinto l'acecsso all’Ape Social perché  “lo stato di disoccupazione risulta interrotto dalla ripresa dell’attività lavorativa”. Questa posizione dell’Istituto della Previdenza, secondo l’Inca Cgil,”  contraddice quanto c’è scritto nella legge sulle politiche attive del lavoro, secondo cui mantiene lo stato di disoccupazione chi ha un reddito inferiore a 8mila euro

Remo - operatore ecologico 

Remo è impegnato in attività gravosa da oltre 15 anni ed è, sulla base della dichiarazione aziendale e dell’estratto contributivo, in possesso di tutti i requisiti soggettivi per il diritto all’Ape Sociale. Eppure, secondo la Inca Cgil, l’Inps ha respinto la sua richiesta di pensione, senza specificare bene i motivi.     

Pasquale – operaio per 30 anni

Pasquale era un operaio edile da oltre 30 anni, con la qualifica di conduttore di gru e macchinari mobili. Ha svolto attività lavorativa gravosa  per oltre 36 anni e da qualche mese è stato anche licenziato. 

Pur essendo addetto a un'attività lavorativa usurante riconosciuta dalla legge, Pasquale si è visto respingere la richiesta perché la sua qualifica non corrisponde alla tipologia di attività gravosa indicata nella domanda di pensione. Un piccolo difetto nel compilare le carte, a quanto pare, può costare caro. 


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