Alitalia, tre cose da sapere sul salvataggio
CARLO CARINO / IMAGOECONOMICA
Alitalia, tre cose da sapere sul salvataggio
Economia

Alitalia, tre cose da sapere sul salvataggio

Perché inglesi, francesi e tedeschi non possono puntare il dito contro l'ingresso di Poste italiane nel capitale della compagnia di bandiera

L’assemblea Alitalia che ha dato via libera all’aumento di capitale da 300 milioni di euro , è stata lunga e faticosa come poche altre. Aperta nel pomeriggio di lunedì s’è chiusa nella mattinata di martedì. Intanto, piovono pietre da oltre Manica con la British Airways che lancia l’accusa di aiuti di stato, e Massimo Sarmi, il capo di Poste italiane, corre a Parigi per convincere Air France a restare in partita perché non ha nulla da temere e molto da guadagnare. Vedremo. Tutto è ancora aperto, a cominciare dalla gestione di Alitalia perché il consiglio ha rassegnato le dimissioni. Dunque, aspettiamo prima di giudicare se si tratta di un “pacco” o di un “ponte” gettato nel vuoto per far passare la compagnia aerea dallo stato comatoso a una seria ristrutturazione.

Ogni giorno ha la sua pena e quella odierna si chiama salvataggio pubblico. “Non abbiamo fatto nessun protezionismo”, assicura Fabrizio Saccomanni, ministro dell’economia. Ma se si vuole difendere le proprie (buone) ragioni, è meglio dire pane al pane e vino al vino. L’intervento di Poste italiane nel capitale con 75 milioni è un aiuto di stato : anche se quei quattrini non vengono direttamente dalle tasche dei contribuenti e magari nemmeno dalle tasche dei risparmiatori che aprono i libretti postali, il proprietario unico è il Tesoro.

È  un aiuto illegale come dicono gli inglesi che viola il principio dell’una tantum chiamato nella Ue “one time-last time”? No, perché la nuova Alitalia non è più la vecchia: è una società tutta privata, i cui azionisti sono industriali e banche. Dunque non si tratta di versare altri soldi nella vecchia compagnia pubblica che è stata liquidata nel 2008. Una finzione giuridica? Non esattamente. Ma certo non basta per mettere l’operazione in regola con le norme europee. Occorrono altre condizioni fondamentali:

1) Quello delle Poste deve in primo luogo essere un investimento di mercato, dimostrato dal fatto che l'intervento avviene alle stesse condizioni degli investitori privati.
2) L'aumento di capitale è un aiuto alla ristrutturazione e perciò sono soldi necessari: un piano di ristrutturazione che assicuri un ritorno alla redditività della società nel lungo termine; un contributo della società beneficiaria ai costi della ristrutturazione per minimizzare gli aiuti; misure che compensino le distorsioni della concorrenza provocate dall'aiuto pubblico (per esempio riduzione di rotte e qui sono pronti come falchi Ryanair o Easyjet e, perché no, la stessa British o la sua filiale spagnola Iberia).
3) Per rispettare il criterio one time - last time, Cai-Alitalia non potrà più beneficiare dell'intervento dello stato per i prossimi dieci anni.

Il ritorno dello statalismo è un fenomeno preoccupante, ma è stato per lo più provocato dalla crisi del 2008 in tutti i paesi occidentali, a cominciare dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti. Il modello anglo-sassone non è stato più immune del modello renano o di quello mediterraneo. Senza spirito polemico, basti ricordare agli inglesi la nazionalizzazione della Northern Rock o della Lloyds Bank, agli americani General Motors e Chrysler per non parlare degli 800 miliardi girati dal Tesoro alle banche. Francesi e tedeschi è meglio che stiano zitti. Tra l’altro, Air France ha come azionista di riferimento proprio il ministero delle finanze.

Per mettere a tacere la campagna contro il neoprotezionsimo italiano, si potrebbe ricordare che la Cassa depositi e prestiti non è entrata in Telecom Italia mentre in Deutsche Telekom e in France Télécom i rispettivi governi detengono il pacchetto di maggioranza, o che, a proposito di poste, sono ovunque di stato e alcuni paesi non le hanno nemmeno liberalizzate, a differenza dall’Italia. Lo stesso dicasi per le ferrovie. Insomma, si sa che non siamo stinchi di santo, ma bisogna reagire a un’ondata propagandistica che tende a mettere di nuovo alla gogna l’Italia anche quando non se lo merita.

In ogni caso, il miglior modo di tappare la bocca non è con le chiacchiere, ma è sempre con i fatti. Dunque, si rifacciano i vertici, si presenti al più presto un piano industriale serio. Non solo. È sempre meglio tenersi aperta una via d’uscita verso un partner industriale valido nel caso France Télécom-Klm,  già piena di guai suoi, si tirasse indietro.

Il governo, da parte sua, dovrebbe chiarire non solo a Bruxelles, ma urbi et orbi, che l’intervento delle Poste è una misura straordinaria e temporanea. Esattamente come è stato il soccorso del Tesoro americano alle banche e all’automobile. Non un modello di mercato duro e puro, ma pur sempre una misura d’emergenza in vista di un ritorno alla norma, cioè all’impresa privata che cammina con le proprie gambe. Negli Stati Uniti gli investimenti e i prestiti pubblici sono stati restituiti (quasi tutti), i contribuenti in alcuni casi hanno persino guadagnato qualcosa. Di fronte al modello Chrysler, cosa avrebbero da ridire gli inglesi che ancora tengono grandi banche nella valigetta rossa dove il Cancelliere dello Scacchiere chiude a chiave il bilancio di Sua Maestà?

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