E ora togliete il segreto al caso Lo Porto
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E ora togliete il segreto al caso Lo Porto
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E ora togliete il segreto al caso Lo Porto

La morte del cooperante siciliano ucciso nel 2015 in Pakistan da un drone americano resta avvolta nel mistero. Però i governi avevano promesso trasparenza

A oggi, 15 marzo 2015, né il governo italiano né il governo statunitense hanno ancora rispettato le promesse fatte alla famiglia di Giovanni Lo Porto, una delle centinaia di vittime civili rimaste uccise in operazioni antiterrorismo di assassinio mirato ("targeted killing") condotte da droni americani su territorio Pakistano negli ultimi anni nel quadro della lotta globale al terrorismo. Stando a una recente sentenza dell’Alta Corte di Peshawar, tra il 2008 e il 2012 sarebbero stati uccisi 1.449 civili pakistani e 47 cittadini stranieri, mentre altri 335 civili pakistani insieme a 6 cittadini stranieri sarebbero rimasti seriamente feriti.

Ne hanno parlato oggi a Roma i familiari di Lo Porto con i loro legali, il professor Andrea Saccucci e l’avvocato Giorgio Perroni, che hanno rinnovato la richiesta di fare piena luce sull’accaduto. Con loro si sono schierati Sergio D’Elia, segretario di Nessuno tocchi Caino, ed Elisabetta Zamparutti, membro del Comitato europeo per la prevenzione della tortura.

Benché le operazioni di "targeted killing" siano considerate illegittime dal punto di vista del diritto internazionale (sono state ripetutamente condannate dalle Nazioni Unite e dalle stesse autorità pakistane) continuano a essere effettuate dall'amministrazione Obama, in base a direttive segrete. Questo lascia le vittime “collaterali” prive di ogni forma di tutela e persino del più elementare “diritto a conoscere” i fatti che hanno portato al sacrificio di tante vite umane.

Lo Porto ha perso la vita a soli 37 anni, il 15 gennaio 2015, in Pakistan: è stato la prima vittima collaterale italiana di un "targeted killing", condotto attraverso un drone. Lo Porto, siciliano, era un esperto di cooperazione internazionale: era in Pakistan per prestare assistenza alle popolazioni civili. Il 19 gennaio 2012, a meno di una settimana dal suo arrivo, era stato rapito con un collega tedesco da un commando composto da quattro jihadisti che li aveva prelevati con la forza nella sede della Ong Welthungerhilfe, per la quale lavoravano.

Il 16 gennaio 2015, intervenendo alla Camera in occasione della liberazione di due volontarie italiane rapite in Siria, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni aveva voluto rivolgere un “’pensiero speciale’’ anche alla famiglia di Giovanni, rassicurandola ufficialmente che il governo Renzi stava lavorando alla vicenda “con massimo impegno e discrezione”. Purtroppo quel giorno Giovanni era già morto.

Lo avrebbe rivelato il 23 aprile 2015 il presidente Barack Obama: il 15 gennaio 2015 l'edificio dove Lo Porto era tenuto prigioniero era stato bombardato e raso al suolo dai droni americani, causando la morte non solo di quattro presunti affiliati ad Al Qaeda, ma anche di Giovanni e di un secondo ostaggio, il cittadino americano Warren Weinstein.

Nel suo discorso del 23 aprile Obama si è assunto la piena responsabilità per l’accaduto e ha preso l’impegno solenne affinché “l’esistenza di questa operazione fosse declassificata e resa pubblica”, riconoscendo che le famiglie di entrambe le vittime avevano “il diritto di conoscere la verità”.

Il giorno successivo, 24 aprile, parlando alla Camera dei deputati, il ministro Gentiloni ha rivelato che il presidente del Consiglio Matteo Renzi era stato informato della morte di Giovanni nella tarda serata del 22 aprile, direttamente dal presidente Obama. Gentiloni ha sottolineato che “sull'intera vicenda è aperta un’inchiesta della magistratura” e ha assicurato che il governo avrebbe lavorato “per acquisire il massimo di ulteriori informazioni possibili sulle circostanze del tragico errore riconosciuto […] dal presidente Obama”. Risultati? Finora, nulla.

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