È il governissimo l'ultima salvezza di Bersani
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È il governissimo l'ultima salvezza di Bersani

Il leader Pd stringa un patto con il PdL per un governo che faccia alcune cose improcrastinabili. Come avrebbe fatto il vecchio Partito comunista italiano

Pier Luigi Bersani ha finalmente la sua occasione. Si trova di fronte a una scelta decisiva non solo per se stesso e per il Partito democratico, ma per il Paese. Una scelta drammatica e per lui estremamente difficile. Non esiste una soluzione a costo zero. Le rilevazioni di Renato Mannheimer oggi sul “Corriere della Sera” indicano che una buona parte dell’elettorato del Pd vorrebbe un accordo con i 5 stelle, comunque non con Berlusconi e il Pdl.

Del resto, un governo sostenuto da Pd e Pdl, tecnico o politico che sia, non potrebbe mai essere un governo di legislatura. Dovrebbe porsi pochi e ben precisi obiettivi, a cominciare da una nuova legge elettorale sul modello francese con elezione diretta del presidente della Repubblica, un set di riforme per intervenire su privilegi e costi della politica, e efficaci misure per la crescita e il sostegno alle imprese e alle famiglie più in sofferenza.

Il governo a maggioranza Pd-Pdl (e Monti) dovrebbe poi mantenere tutti gli impegni che l’Italia ha assunto con l’Europa non soltanto per salvarsi, e salvarci, ma per raddrizzare il timone storto dal debito pubblico e da un sistema ingessato della burocrazia e del mercato del lavoro. In particolare, il governo dovrebbe dar fiato ai giovani e riportare il merito al centro di ogni meccanismo di promozione sociale (e economica).

Si tratterebbe di un programma consistente, che nulla ha a che vedere con il non-programma di Grillo, un affascinante ma controverso testo in fieri di buone ma più che altro finora cattive proposte, dal referendum sull’Euro alla settimana lavorativa di 20 ore, al no a opere infrastrutturali come la Pedemontana e l’Alta Velocità. Il richiamo imperioso di Grillo ai suoi “portavoce”, sotto forma di un attacco all’art.67 della Costituzione che esclude il vincolo di mandato per deputati e senatori, mostra il peccato originale di un Movimento che non ha una specifica identità politica e i cui esponenti sono sì giovani, mediamente istruiti e animati da buona fede, ma anche inesperti, incredibilmente variegati (quindi inaffidabili per gli stessi leader del M5S, Grillo e Casaleggio) e provenienti spesso dalla sinistra estrema e dal radicalismo ambientalista.

Bersani sa bene che la base del suo partito è spaccata, molti non vogliono alcun tipo di patto con il Cavaliere Nero, preferiscono il comico Grillo. Sa bene pure che un governo di larghe intese, se non riuscirà nella missione di salvare l’Italia (quella in cui ha fallito Monti) e placare la rabbia dei tanti italiani estranei alle protezioni clientelari, condurrà a nuove elezioni e al trionfo di Grillo (se invece il governo farà bene, sarà Grillo a rischiare di più tornando alle urne, perché dopo la protesta, lo sfogo, e la deliberata volontà di mandare un segnale chiaro e forte ai partiti, dovrà subentrare la ragionevolezza).

Lo tsunami del M5S molto probabilmente spazzerà via l’ultimo partito-partito, il Pd. L’ostinazione con la quale Bersani persegue l’accordo con i grillini tradisce questa paura e, forse, questa consapevolezza. Ma Bersani dovrebbe considerare, sull’altro piatto della bilancia, l’interesse del Paese. Il segretario del Pd dimostri che meritava di governare. Dimostri di saper guardare al bene dell’Italia e non a quello personale o della sua classe dirigente. È vero che su di lui pesa la responsabilità maggiore in questo momento, ma è una responsabilità verso tutti gli italiani, non solo verso la cerchia ristretta dei suoi colonnelli o del Pd. Dimostri di essere all’altezza. Non è più tempo di battute su giaguari da smacchiare. È tempo di serietà. Pensi alla migliore tradizione del Partito comunista italiano. Che nei momenti topici della storia Repubblicana, dall’attentato a Togliatti al rapimento di Moro, ha fatto prevalere il bene comune.

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