Il lato (poco) rosa dell'economia
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Il lato (poco) rosa dell'economia
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Il lato (poco) rosa dell'economia

In questo periodo di crisi bisognerebbe ripensare all'importanza delle donne intese come stimolo ed esempio per un'economia sociale

Anche l’economia ha un lato umano e relazionale. O perlomeno dovrebbe averlo. E se lo avesse realmente, non saremmo messi così male.
 

«Le difficoltà del tempo presente dipendono anche dal non riuscire a valorizzare l’immensa energia relazionale delle donne, che sono ancora troppo spesso ospiti e straniere nel mondo produttivo degli uomini e così non riescono ad esprimere tutte le loro potenzialità e talenti». Lo dice Luigino Bruni, docente di economia politica all’ università di Milano Bicocca e alla Lumsa di Roma, teorico e promotore dell’economia civile, basata sul principio di reciprocità e sul concetto di beni relazionali, fondanti la cosiddetta economica della felicità.
 
 Ma incominciano dall’origine della parola. Nella Grecia antica, economia e politica erano àmbiti distinti. L’oikonomia aveva un significato domestico poiché riguardava la gestione dei beni familiari, e cioè della casa, dominio principalmente della donna, ed era distinta dall’attività dell’uomo nella polis, cioè dalla politica. Distinzione che non durò a lungo poiché già nel IV secolo si usava il binomio politike oikonomia per indicare il complesso delle entrate e delle uscite di una città e cioè il modo in cui veniva amministrata. Successivamente, i Padri della Chiesa utilizzarono gli stessi termini per il governo del mondo.
 

Con un balzo di millenni arriviamo all’epoca moderna dove l’economia politica è all’ordine del giorno e se è vero che alcune categorie della politica sono entrate nella sfera dell’economia, è altrettanto vero che le logiche economiche sono state applicate al dominio politico con risultati deleteri. Ad esempio, stabilire gli indicatori più idonei a misurare il grado di benessere sociale è diventato un problema. E a questo riguardo basta ricordare le parole di Robert Kennedy durante un discorso all’Università del Kansas nel 1968: «Il Pil misura tutto tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta».

In questo stato di cose si è persa la visione e l’esperienza femminile. Lo sostiene lo stesso Bruni affermando che «la contaminazione tra economia e politica non ha portato con sé un protagonismo politico o pubblico della donna cui era originariamente associata l’oikonomia. Abbiamo invece continuato a pensare alla “casa” come il regno dell’economia domestica e l’economia, diventando politica e pubblica, nei suoi principi teorici è rimasta priva della donna e del suo specifico sguardo sul mondo con conseguenze gravi e sottovalutate».
 

Realtà autonoma, quella economica, dominata dal valore di scambio, esasperata dal dogma della “competizione-innovazione-progresso” e regolata da leggi proprie, come fosse realmente un’attività separabile e isolabile dalle altre attività umane, è stata per troppo tempo privata delle relazioni interpersonali che rappresentano il fragile ma imprescindibile anello di congiunzione fra economia e felicità. «Le note tipiche dell’incontro con il “tu”, e cioè gratuità, empatia e cura, la “donna di casa” le deve esercitare solo nella sfera privata e non in quella pubblica e questo perché qualcuno ha stabilito con un apriori che quelle caratteristiche relazionali ed emotive, più tipiche (ma non esclusive) del femminile, non fossero faccende serie e razionali per la seria e razionale sfera economica. Cambiare l’economia per renderla a “misura di donna” comporterebbe rivedere anche l’economia della famiglia».

Come dire che occorre recuperare il senso dell’etimologia della parola, e cioè il “buon governo della casa” dove la casa non è più soltanto la propria, ma anche l’azienda dove si lavora, la scuola dove si educa, il mondo dove si vive. Dalla crisi non si esce se non insieme. Grazie Bruni per avercelo ricordato.

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