Le altre Crimee
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Dopo il referendum : sale la tensione in tutto l'Oriente dell'Ucraina. Perché anche qui la maggioranza di lungua russa non vuole cedere ai filo-occidentali di Kiev. E sogna di tornare sotto lo zar Putin

Sotto la statua di Lenin, nella piazza principale di Donetsk, grossa città dell’Ucraina orientale presidiata giorno e notte dai filorussi, cinque ragazzini che si atteggiano a miliziani del deposto presidente ucraino Viktor Yanukovich sventolano due bandiere. Una raffigura un divieto d’accesso all’Europa, ma è l’altra quella degna di attenzione. È nera, blu e rossa, con l’aquila a due teste, e ricorda quella degli zar: ha gli stessi colori del vessillo della Repubblica di Donetsk, autoproclamata nel 1918 e indipendente dall’Ucraina sovietica, che durò lo spazio di pochi mesi.

A quasi un secolo di distanza, con la Crimea che sta per riabbracciare Mosca, i filorussi della parte sudorientale del paese vorrebbero coronare lo stesso sogno del passato. Uno dei giovani, che considera "golpista e illegittimo" il nuovo governo di Kiev, armeggia con l’iPhone per mostrare la mappa in rosso della futura Repubblica secessionista. Il nuovo fronte corre da Odessa a Donetsk, fino a Dnipropetrovsk, Luganks e Kharkiv: tutte grandi città della metà orientale dell’Ucraina, dove gran parte della popolazione è russofona. "Vogliamo un referendum, come in Crimea. La soluzione migliore è unirci alla Russia" sentenzia Vladislav, 23 anni, pronto a rioccupare per l’ennesima volta il palazzo del governo regionale a Donetsk.

Gli fa eco una truccatissima dama che difende la statua di Lenin dai "fascisti" di Kiev: "Il Donbass è una piccola Russia". La pasionaria si riferisce al bacino minerario del fiume Donec, che nel 1700 innescò il boom industriale dell’Ucraina orientale, ma le cui imprese, ormai decotte, dipendono in gran parte dalle commesse russe. Il 9 marzo erano in 15 mila a issare la bandiera russa al posto di quella ucraina davanti alla sede del governatore a Donetsk. "Siamo i patrioti del Donbass, e chiediamo un referendum con due quesiti: più autonomia con un federalismo spinto o l’unione alla Russia" spiega Andrey Purghin, barbetta rossiccia e occhi cerulei. Sotto le insegne della Repubblica di Donetsk c’è di tutto: comunisti, socialisti, Blocco russo (che in Crimea ha dato il la alla secessione) e milizie filo Mosca.

Per timore di colpi di mano russi, il palazzo del governo di Donetsk è presidiato da cordoni di polizia, camion messi di traverso e reticolati. Da Kiev hanno pensato bene di nominare come nuovi governatori gli oligarchi voltagabbana, che prima erano schierati col regime e ora appoggiano i nuovi arrivati. Dal 2 marzo il governatore di Donetsk è Serghey Taruta, presidente dell’associazione industriali del Donbass, che secondo Forbes conta su un patrimonio di 435 milioni di euro.

A Dnipropetrovsk (città natale della controversa eroina ucraina, Yulia Timoshenko, ma con una forte presenza filorussa), è stato nominato Igor Kolomoiski. Comproprietario dell’industria metallurgica e del sistema bancario, ha un patrimonio di 1,7 miliardi di euro. E dietro le quinte coordina le operazioni il principe degli oligarchi ucraini, Rinat Akhmetov, che prima fece eleggere Yanukovich e poi ne prese le distanze alla vigilia della sua caduta. "Avendo interessi e affari in tutta l’Ucraina, gli oligarchi non vogliono che si ripeta lo scenario della secessione della Crimea. Faranno di tutto per evitare che il paese si spacchi" spiega il "piccolo" oligarca Vadim Nesterov (l’appuntamento con Panorama è stato organizzato come un’operazione segreta, con guardaspalle e gippone Hammer d’ordinanza). "Kiev ci ha regalato agli oligarchi, ma non riusciranno a soffocare le proteste filo Mosca, alimentate dalla crisi economica" sottolinea il giovane Purghin, che sogna l’Ucraina orientale senza più frontiere con la madre Russia.

I familiari di Yanukovich (ora in esilio in Russia) avevano le mani in pasta ovunque, nel Donbass. "Dopo la sua fuga è crollato tutto. Le loro imprese non pagano più i salari, il grattacielo che il figlio stava costruendo nel centro di Donetsk è mezzo fermo... A cascata, ne risente tutto l’indotto" ammette la bionda Natalia Starikova, sostenitrice del partito Patria di Timoshenko, al governo a Kiev. "Per questo vanno in piazza e inneggiano a Putin: sperano che li tiri fuori dai guai".

L’arrivo dei soldi europei e del Fondo monetario internazionale per l’Ucraina, che imporrà riforme draconiane e la scure sui bacini minerari e industriali obsoleti nel Donbass, faranno da volano della rivolta sociale. Natalia è stata a Kiev, in piazza Maidan, durante la rivolta ("Per dare un futuro europeo ai miei figli"), ma nell’Ucraina sudoccidentale le grandi città sono scosse dalle proteste di piazza filo russe. Anche qui, come in Crimea, vengono rilasciati con facilità passaporti russi. A Luganks, 40 chilometri dal confine, il 10 marzo è stato conquistato il palazzo del governatore (dalla russa Rostov pare siano arrivati migliaia di manifestanti). A Kharkiv si sono fronteggiate le milizie contrapposte: Pravi Sektor, i paramilitari di piazza Maidan, contro i culturisti di Oplot, ong filo russa. Il fondatore di Oplot, Evgheny Zilin, è fuggito oltreconfine, protetto da Mosca, perché rincorso dai servizi segreti ucraini. Volodymyr Chystylin, uno degli organizzatori della Maidan di Kharkiv, punta a tenere testa all’ondata di protesta filo russa.

Sale la tensione anche a Odessa, la più cosmopolita delle città ucraine, che attira ogni anno migliaia di turisti italiani. Attraverso Vkontakte, una sorta di Facebook ucraino, gli anti Kiev guidati dal giovane Anton Davidcenko si organizzano. "Dopo il referendum in Crimea c’è il timore di un’escalation militare, e che i russi possano entrare anche nel sud-est dell’Ucraina" ammette Marco Sartori, il veterano tra i residenti italiani. A Donetsk l’economista e giurista Alexander Kuchinov, con antenati cosacchi che combatterono contro i turchi per lo zar, è legato "a un’Ucraina unita". E denuncia: "Il Cremlino sta spingendo il paese verso la guerra civile".

Le truppe ammassate al confine orientale aspetterebbero solo un pretesto per intervenire, come in Crimea. Non a caso, il ministro degli Esteri di Mosca denuncia con puntiglio ogni "provokazia" nei confronti dei filorussi, da Karkhiv a Odessa. "Sappiamo che l’armata di Putin è più forte, ma siamo in tanti pronti a combattere" minaccia Kuchinov. "Se ci invaderanno, sarà guerriglia per decenni". Lo spettro di un conflitto fra Est e Ovest incombe sull’Europa.

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