Occupazione, quel numero per cantare, troppo presto, vittoria
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Occupazione, quel numero per cantare, troppo presto, vittoria
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Occupazione, quel numero per cantare, troppo presto, vittoria

Il governo dovrebbe preoccuparsi di procedere con le riforme invece di diffondere dati trionfalistici

Renzi annuncia di meno, ma canta di più. Canta vittoria, intendo, quando il campo è coperto di morti e feriti e la guerra è lunga e incerta (e chiunque lo sa e lo vede).

Il leitmotiv, stavolta, è la fisarmonica occupazione-disoccupazione. Il governo, in primis Matteo Renzi e il ministro Poletti, si era affrettato a propagandare i dati positivi di gennaio, quei 78.927 contratti fissi in più.

Perfino Landini
Ma rischia di avere ragione perfino Maurizio Landini (capo della sinistra indelebilmente rossa che reclama, in Europa e nell’anno di grazia 2015, la diminuzione dell’età pensionabile e dell’orario di lavoro) a sottolineare come quelle decine di migliaia di contratti a tempo indeterminato non siano probabilmente posti nuovi, ma la trasformazione di vecchi contratti.

Troppo presto per cantare (vittoria)
Il che sarebbe pure positivo, se non fosse appunto che è troppo presto per cantare vittoria: il Jobs Act è operativo solo dal 7 marzo. E infatti, il dato di febbraio porta di nuovo il segno negativo: la disoccupazione risale al 12.7 per cento, calano sul mese i posti di lavoro (-44mila), lo scenario è tragico per donne e giovani.

E s'inverte la tendenza degli “scoraggiati” (che il lavoro neppure lo cercano) a diventare semplici “disoccupati” in cerca d’un posto.
Tornano la rassegnazione, la pigrizia, lo scoramento. E tutto questo avviene mentre l’Europa, al contrario, cresce e riprende a lavorare.
Tra gli under 25, peggio di noi hanno fatto solo la Grecia, la Croazia e la Spagna (che però segnerà nel 2015 una crescita del PIL del 2.8 per cento, contro la nostra tacchetta dello 0.1).

Un numero che non valeva nulla
Ecco, Matteo Renzi si gloriava dei risultati citando un numero che in realtà non valeva nulla ed è stato smentito in pochi giorni. Ci vorrebbe più serietà non solo nell’evitare gli annunci, ma anche nel resistere alla tentazione di cavalcare ogni stormir di fronde chiudendo gli occhi davanti alle voragini che continuano ad aprirsi.
Lo sanno tutti, in Europa, che il governo Renzi procede nella direzione giusta, ma che ogni tanto accusa spaventosi scarti che lo ributtano indietro.

Le riforme non procedono con la rapidità necessaria
Tutti sanno che le riforme non procedono con la rapidità che sarebbe necessaria (quando addirittura non procedono) e che alle troppe promesse non corrispondono che un pugno di fatti polverizzati dalla verifica del tempo, del campo e delle statistiche.

Dove sono la grande riforma della scuola, che sembra essersi ridotta alla (promessa) assunzione di non si sa bene quante decine di migliaia di precari, o quella del fisco e della pubblica amministrazione, o quell’altra riforma strutturale che è la spending review (la revisione della spesa estesa e articolata), e più ancora il rinnovamento che si basa non sull’affiliazione politica e amicale ma sui meriti effettivi?

E quindi, se vuol essere credibile Renzi non si aggrappi a un numero di per sé insulso e transeunte, ma dimostri ciò che vale, facendo ciò che deve. Se può.

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