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Dieci piccole rivoluzioni

Nelle ultime settimane molti casi giudiziari che avevano fatto parlare sono arrivati a sentenza. Con risultati che devono farci riflettere

Nelle ultime settimane un numero impressionante di "casi" giudiziari che in epoca recente hanno occupato i principali servizi dei telegiornali, numerose puntate di talk show e le prime pagine dei giornali sono arrivati a sentenza. Molte di primo grado, alcune d’Appello e altre di Cassazione. A essere giudicata è stata la cosiddetta giustizia spettacolo, quella che per la notorietà dell’indagato o per l’enormità del "caso", si è imposta all’attenzione nazionale.

Qui di seguito un elenco di dieci sentenze pronunciate nell’ultimo mese:

processo a medici, infermieri e guardie penitenziarie per la morte di Stefano Cucchi: assolti per non aver commesso il fatto;

processo ai componenti della Commissione grandi rischi per il terremoto del 2009 all’Aquila: assolti perché il fatto non sussiste;

processo a Francesco Bellavista Caltagirone per truffa ai danni dello Stato al porto di Imperia: assolto perché il fatto non sussiste;

processo per corruzione internazionale all’ex ad di Finmeccanica, Giuseppe Orsi: assolto perché il fatto non sussiste;

processo per turbativa d’asta nei confronti del manager Vito Gamberale: prosciolto dal giudice dell’udienza preliminare;

processo per evasione fiscale a Stefano Dolce e Domenico Gabbana: assolti perché il fatto non sussiste;

processo ai boss Francesco Bidognetti e Antonio Iovine per le minacce a Rosaria Capacchione e Roberto Saviano: assolti per non aver commesso il fatto;

processo per abuso d’ufficio all’ex sindaco di Agrigento Marco Zambuto (nel frattempo dimesso dalla carica): assolto perché il fatto non sussiste;

processo a otto imputati per i "veleni" alla facoltà di Farmacia dell’Università di Catania (reati dal disastro ambientale all’omissione di atti d’ufficio): assolti perché il fatto non sussiste;

processo per presunto concorso esterno in associazione mafiosa nei confronti dell’ex presidente del Senato, Renato Schifani: archiviato a Palermo.

Ogni storia è diversa dalle altre, ovviamente, così come la storia degli imputati. Guai, però, a dimenticare che molte di queste assoluzioni sono arrivate a conclusione di un calvario lungo anche quindici anni. In questo elenco ci sono tracce indelebili di vite rovinate da arresti, di percorsi professionali o politici deviati o bloccati, di sofferenze umane e familiari indicibili. Il dato comune è la dissoluzione di quella cappa mediatica montata da pubblici ministeri inclini alla spettacolarizzazione del loro lavoro: le sentenze che abbiamo appena elencato radono al suolo quella filosofia del processo imbastito dall’accusa non tanto sulle prove quanto sull’impressionabilità del popolo, cioè sul cosiddetto «comune sentire» della gente o, ancora peggio, della piazza. Certo, sarà anche frutto della situazione politica che si è venuta a determinare, sta di fatto però che i giudici di merito con i loro pronunciamenti si sono incaricati di scardinare finalmente l’ipoteca che, negli ultimi decenni, ha pesantemente gravato sul Paese: i processi si celebrano e si decidono nelle aule, non sui giornali o in tv. E questa, piaccia o no, è comunque una rivoluzione. Una bella rivoluzione.

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