Delitti in famiglia e cultura del rispetto
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Delitti in famiglia e cultura del rispetto
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Delitti in famiglia e cultura del rispetto

Norme repressive e campagne anti violenza non servono, se non siamo pronti a cambiare mentalità

La carta topografica degli omicidi di mogli e figli avvenuta negli ultimi giorni da Ancona a Rapallo, passando per Ragusa e Bordighera fotografa la dimensione della schizofrenia genitoriale che può deflagrare nella testa di chiunque, quando tra le mura domestiche si apre la crepa della separazione e l’ombra dei tradimenti richiama odio e vendetta che si abbattono sui soggetti più fragili.
Il peso insopportabile di un vuoto esistenziale - dove fa da padrona la paura di essere abbandonati o l’accecata volontà di liberarsi del coniuge diventato insopportabile - scatena reazioni che ci impongono serie riflessioni sui femminicidi ed infanticidi, la cui tragicità viene letta sulle cronache dei giornali.
Ma questi gravi fatti, l’ho scritto e ribadito anche nel mio ultimo libro La chimica della violenza, non devono trarre in inganno facendo pensare a semplici “raptus di persone folli”.
No, non lo sono quasi mai. Sono invece la risultante di uno strisciante e crescente disagio di persone normali, declinato in sottili e subdole modalità di adattamento al dolore e alla prostrazione, dove la presenza dei figli alimenta in via esponenziale la necessità di trovare una soluzione “definitiva” trascinando quest’ultimi sull’altare di un sacrificio estremo da parte del genitore che non accetta la nuova realtà dell’altro.
Dell’ultimo caso mediatico, quello del povero Loris Stival, non voglio parlare visto che sta diventando il caso “Cogne 2” laddove i fotogrammi del suo viaggio dalla casa alla scuola, per finire al mulino, contraddicono la disperata negazione della giovane mamma. Certo è che ad ora, gli indizi e le prove eventualmente raccolte contro di lei, al di là delle evidenti sue contraddizioni, non sono certo sufficienti per restituirla alla società come una "madre assassina".
Ma dalla scomparsa del piccolo di Ragusa, altri bambini sono stati uccisi per mano dei genitori, con la sola colpa di essere l’oggetto di un amore conteso.

A Rapallo, un uomo ha ucciso la moglie a pugni, poi l’ha accoltellata, ha messo i coltelli in lavastoviglie, ha scritto due sms alla sorella annunciando di volersi uccidere insieme al figlioletto di 13 mesi ed infine si è lanciato nel vuoto dall'ultimo piano di un palazzo.
Ma non si tratta di un uomo impazzito di colpo. La vita di questa giovane e bella donna era diventata un inferno. Lui l’ha accoltellata dopo averle fatto passare anni di minacce di morte e pressioni. Lei non ne poteva più e aveva paura per sé e per il bambino.
Sempre in Liguria, nella soleggiata Bordighera, una mamma russa ha candidamente dichiarato ai Carabinieri attoniti di avere lasciato sugli scogli il figlio di nove mesi e, sotto choc, di non ricordare cosa fosse accaduto dopo. Poi ha iniziato a offrire nuove versioni: prima avrebbe gettato il bambino in mare, poi lo avrebbe lasciato al largo insieme a tutto il marsupio, dopo aver nuotato verso il mare aperto. Finale: il figlio è stato annegato. Da lei.
La mamma assassina pare essere una russa, ex moglie di uno dei grandi ricchi dell'ex Unione sovietica. Dopo il parto, la depressione. Qualche mese fa scriveva un post su un social network dichiarando di esser stanca, di aver bisogno di una vacanza. Vacanza finita così.
Ad Ancona un padre compie la sua strage familiare. “Il bambino è l'unica cosa che mi è rimasta. I figli sono l'unica cosa che conta, il resto è solo qualcosa che non sai se rimarrà o no. Loro invece rimarranno per sempre”. Queste le parole scritte in un post pubblicato su Facebook il 24 novembre scorso: peccato che questa dichiarazione di amore è culminata con l’uccisione della moglie e pure del figlioletto. Il tutto prima di suicidarsi.
La coppia era in fase di separazione ma lui non si dava pace e non voleva essere lasciato.
In questo caso la circostanza più agghiacciante è che la moglie aveva chiamato poco prima il 112 dicendo che l'ex la stava raggiungendo a casa e che lei aveva paura; i carabinieri le avevano consigliato di non aprire.
Quando poi sono sopraggiunti, purtroppo, la tragedia si era già consumata: davanti a loro tre corpi vicini, che quasi si toccavano, nel silenzio dell’eternità voluta da un uomo incapace di adattarsi alla sua condizione di separato.
C’ è quindi poco da fare: bisogna cambiare il modo di pensare, dobbiamo rieducare i sentimenti.

A nulla varranno le normative repressive già varate in questi ultimi tempi nel vano tentativo di arginare un fenomeno che sembra ribollire senza sosta.
La giornata mondiale contro la violenza sulle donne non può bastare, come non basta dotarsi di fiocchi anti violenza all’arancio scelto dalle Nazioni Unite nella campagna del 2014.
È la cultura che si deve sostenere, una cultura di uguaglianza e rispetto.
Si deve educare a conservare la gerarchia dei valori costituzionalmente garantiti quali la vita, la libertà individuale, la libertà sessuale come estrinsecazione della prima, la tutela dei più deboli, le donne, i bambini.
E tutti noi, nessuno escluso, dobbiamo impegnarci nel delicato compito di rivedere i nostri modelli comportamentali e di riferimento, all’insegna di una cultura di valori, veri e sani.
Ma finchè la società ruoterà intorno a miti edonistici esaltati dalle televisioni e dalla diffusione mediatica, non potrà dirsi realizzata alcuna bonifica per evitare i fatti di una cronaca raccapricciante.

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