Usa e Cina, tensione alle stelle
Usa e Cina, tensione alle stelle
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Usa e Cina, tensione alle stelle

Le accuse di Washington sul Coronavirus che sarebbe "scappato" da un laboratorio di Wuhan solo solo la punta dell'iceberg di una sfida totale e globale

Continua a salire la tensione tra Stati Uniti e Cina. Domenica scorsa, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, è tornato ad accusare la Repubblica Popolare di essere la causa scatenante della pandemia. "Esistono gigantesche prove che è lì che ha avuto inizio", ha dichiarato. "Posso dirvi che esiste una quantità significativa di prove che provengono da quel laboratorio di Wuhan", ha aggiunto. Il segretario di Stato si è inoltre detto concorde con quanto sostenuto dai servizi segreti statunitensi. L'intelligence ha dichiarato che il virus non sarebbe stato "creato" in laboratorio, ma ha anche aggiunto che sono in corso delle indagini per capire se possa essere comunque fuoriuscito da una struttura: una struttura che magari – come suggerito da un recente editoriale del Washington Post – stesse effettuando esperimenti sui coronavirus tratti dai pipistrelli. Si tratta di una teoria che dovrà essere provata appieno ma che, in sé stessa, non contraddice la tesi, sposata da larga parte della comunità scientifica, secondo cui il Covid-19 sia di origine animale. D'altronde, la linea dura di Pompeo non è certo una novità. Nelle ultime settimane, aveva infatti accusato a più riprese Pechino di opacità nella gestione dell'epidemia, sostenendo – tra l'altro – che il governo cinese fosse a conoscenza del coronavirus già lo scorso novembre: una tesi, quest'ultima, che a marzo era già stata avanzata dal South China Morning Post. Le ultime dichiarazioni del segretario di Stato americano sono state bollate dalla televisione statale cinese come "folli ed elusive". Particolarmente critica si è mostrata anche l'Organizzazione mondiale della sanità, che ha definito le affermazioni di Pompeo delle semplici "congetture".

La situazione si sta quindi facendo sempre più tesa. Ieri, Reuters ha riferito l'esistenza di un rapporto interno al governo cinese, che non esclude la possibilità di un conflitto armato tra gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare. Senza poi escludere l'eventualità di una ripresa in grande stile della guerra tariffaria, che – lo scorso gennaio – aveva subìto una (parziale) battuta d'arresto. D'altronde, le maggiori turbolenze affondando le proprie radici nelle complicate dinamiche interne dei due Paesi. In Cina, la crisi del coronavirus ha inferto un duro colpo soprattutto al settore manifatturiero, mentre – secondo non pochi analisti – la gestione dell'epidemia avrebbe determinato un forte scontento tra la popolazione. Si tratta di elementi che mettono evidentemente sotto pressione la leadership politica del presidente Xi Jinping e dell'intero Partito comunista cinese. Negli Stati Uniti – dove anche la situazione economica è drammatica – cresce invece il sentimento anticinese: non solo a livello di establishment ma anche elettorale. Secondo un recente sondaggio del Pew Research Center, il 62% degli americani oggi, a causa del coronavirus, nutre infatti sentimenti di ostilità verso la Repubblica Popolare. La questione sta quindi già producendo degli effetti nella campagna elettorale per le presidenziali di novembre, con Donald Trump e Joe Biden che si stanno accusando reciprocamente da giorni di arrendevolezza verso la Cina. Il confronto geopolitico e commerciale tra Washington e Pechino sta assumendo toni sempre più accesi. E, in tutto questo, alcuni Paesi stanno prendendo seriamente in considerazione l'ipotesi non solo di condurre un'indagine internazionale sull'origine del virus ma anche di intraprendere vie legali contro la Repubblica Popolare.

La settimana scorsa, Trump ha lasciato intendere di non escludere affatto quest'ultima possibilità. "Non siamo contenti della Cina. Non siamo contenti di tutta questa situazione perché crediamo che avrebbe potuto essere fermata all'origine […] Ci sono molti modi per rendere responsabile i cinesi […] Stiamo facendo delle indagini molto serie come probabilmente saprete", ha dichiarato. Al presidente è stato inoltre domandato se abbia intenzione di chiedere dei risarcimenti, sulla scorta di quelli invocati dal quotidiano tedesco Bild per la Germania. Trump ha replicato che potrebbe chiedere danni "molto considerevoli" alla Cina, specificando tuttavia di "non avere ancora determinato la cifra totale".

Non è del resto la prima volta che, negli Stati Uniti, si ventilano ipotesi di questo genere. Il mese scorso, una serie di deputati repubblicani ha inviato una lettera a Pompeo e al ministro della Giustizia, William Barr, per chiedere loro di citare in giudizio la Cina davanti alla Corte internazionale di giustizia. Tutto questo, mentre le senatrici repubblicane Marsha Blackburn e Martha McSally hanno reso noto di voler introdurre al Senato una proposta di legge, chiamata Stop Covid Act: una norma che, se approvata, sospenderebbe l'immunità di uno Stato straniero presso le corti federali americane, nel momento in cui si dimostrasse che quello stesso Stato sia – volontariamente o meno – responsabile dell'emissione di un agente biologico. L'idea di fondo è quella di rifarsi in parte al Justice Against Sponsors of Terrorism Act, approvato dal Congresso nel 2016 onde consentire ai cittadini americani di chiedere i danni all'Arabia Saudita per gli attentati dell'11 settembre.

D'altronde, negli Stati Uniti si stanno verificando anche delle azioni "dal basso". E' per esempio il caso dello Stato del Missouri che, il mese scorso, ha citato in giudizio il governo cinese presso una corte federale: una mossa imitata, negli ultimi giorni, anche dal Mississippi. Secondo gran parte degli esperti, si tratta di azioni legali destinate al fallimento, in quanto la Repubblica Popolare può al momento difendersi, invocando l' "immunità sovrana". Resta tuttavia il dato politico e simbolico, perché il gesto del Missouri mira evidentemente a mantenere alta l'attenzione sulle responsabilità cinesi nella gestione dell'epidemia.

Ma non sono solo gli Stati Uniti a invocare delle indagini e dei provvedimenti legali contro la Cina. In Italia, mercoledì scorso, il leader della Lega, Matteo Salvini, ha dichiarato: "Se davvero l'Europa è un'unione di popoli, dovrebbe mettersi assieme per chiedere soldi a Pechino. Sappiamo tutti da dove è partito il virus". Del resto, il Carroccio – in una recente interrogazione alla Camera – aveva già chiesto al governo italiano se avesse intenzione di promuovere un'azione risarcitoria contro Pechino. Inoltre, come accennato, il quotidiano tedesco Bild ha sostenuto che la Repubblica Popolare dovrebbe risarcire la Germania per una totale di 165 miliardi di dollari. Tutto questo, mentre – lo scorso 20 aprile – il Times, citando un sondaggio della Henry Jackson Society, ha riportato che il 71% dei cittadini britannici vuole che Downing Street faccia causa alla Repubblica Popolare. Da più parti ci si sta inoltre muovendo per aprire un'indagine sulle origini del virus. A fine aprile il primo ministro australiano, Scott Morrison, ha detto di voler chiedere all'Oms di istituire una squadra investigativa che si occupi di indagare sulle cause della pandemia. Sotto questo aspetto, il modello di riferimento sarebbe quello degli ispettori incaricati di verificare le effettive condizioni di disarmo all'interno di determinati Stati. Tutto questo, mentre il ministro australiano degli Affari Interni, Peter Dutton, ha esortato la Cina a una maggior trasparenza. La stessa presidentessa della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha invocato venerdì scorso un'indagine internazionale per fare chiarezza sulle cause del coronavirus: un'indagine in cui – ha chiarito – dovrebbe essere coinvolta anche la Cina. Questi movimenti stanno irritando non poco Pechino che, negli ultimi giorni, ha non a caso duramente attaccato il governo di Canberra.

Intraprendere la via legale contro la Repubblica Popolare potrebbe rivelarsi comunque tutt'altro che facile. E' questa, per esempio, l'opinione del dissidente cinese, Chen Guangcheng, che, interpellato da Panorama, ha dichiarato: "Dal mio punto di vista, a meno che il Partito comunista cinese e i suoi funzionari che abusano dei diritti umani non siano portati davanti alla Corte penale internazionale dell'Aia, intentare semplicemente un'azione legale contro il governo cinese in un altro tribunale non risolve il problema alla radice". Guangcheng, che pure in passato ha invocato un'indagine internazionale volta a far luce sulla gestione dell'epidemia da parte del Partito comunista cinese, ha invitato a tener conto delle difficoltà sul tavolo. "Sarebbe molto difficile per la comunità internazionale condurre una vera indagine sulla gestione del virus da parte del Partito comunista cinese. Hanno già rifiutato di far venire in Cina esperti medici stranieri per fare dei controlli e non lasceranno che questo accada, se non con la forza". Secondo il dissidente, la strada da percorrere dovrebbe quindi primariamente essere di natura geopolitica e valoriale. "Gli Stati Uniti e Trump", ha proseguito Guangcheng, "dovrebbero guidare il mondo, la comunità internazionale (specialmente le democrazie libere), nel considerare come sbarazzarsi dell'autoritarismo comunista: il cancro dell'umanità. In caso contrario, ci saranno più pericoli, minacce e catastrofi in tutto il mondo".

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