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Trump a Tulsa e la strategia dell'attacco a Biden

Il presidente è sceso nell'arena delle presidenziali puntando il dito sull'avversario. E la storia dice che lo scarso successo di pubblico non è indice di difficoltà nelle urne

Sono molti i dubbi che aleggiano sul destino politico di Donald Trump. Al di là dei sondaggi inclementi, il comizio con cui ha a Tulsa il presidente ha rilanciato – sabato scorso – la sua campagna elettorale è non a caso finito nel mirino dei critici: critici che hanno soprattutto sottolineato una scarsa presenza di pubblico (i dati ufficiali parlano di circa 6.200 partecipanti). Va riconosciuto che l'errore di Trump sia stato quello, nei giorni precedenti all'evento, di alzare eccessivamente il livello delle aspettative sui presenti, spingendosi a preconizzare cifre fondamentalmente irrealistiche. Detto questo, se guardiamo ai numeri nudi e crudi, Tulsa non sarà magari stato un trionfo, ma neppure una debacle. Non dimentichiamo infatti che mediamente ai comizi elettorali di Trump partecipino circa 10.000 persone e che tra un evento e l'altro si possano registrare significative differenze: lo scorso febbraio a Manchester (in New Hampshire) il presidente raccolse 11.000 sostenitori, mentre a Battle Creek (in Michigan) nel dicembre del 2019 gli astanti furono 7.000. I numeri di Tulsa non saranno quindi esaltanti, ma parlare di una disfatta risulta comunque fuori luogo.

Tra l'altro, è particolarmente incauto legare la salute elettorale di un candidato al numero di persone che partecipano ai suoi comizi. Durante la campagna per le primarie democratiche dello Stato di New York nel 2016, l'allora candidato socialista, Bernie Sanders, organizzò raduni cui presero parte folle oceaniche nei parchi pubblici della Grande Mela. Ciononostante fu Hillary Clinton a vincere in loco con ben 16 punti di vantaggio: quella Hillary Clinton che, di contro, aveva avuto comizi ben poco affollati. La partita del 2020 è quindi ancora aperta. E, nonostante le difficoltà, Trump sta puntando su una strategia elettorale a lungo a termine: ragion per cui sarà necessario attendere settimane (se non mesi) per capire se si rivelerà efficace. In questo senso, il discorso che ha tenuto a Tulsa risulta particolarmente istruttivo per capire dove il presidente sta cercando di dirigersi.

In primo luogo, con questo comizio Trump ha nettamente ribadito la propria linea securitaria. Scandendo vari slogan di ascendenza nixoniana ("la maggioranza silenziosa è più forte che mai"), l'inquilino della Casa Bianca ha rimarcato la volontà di presentarsi come candidato dell'ordine, contro il dilagare del caos e dell'estremismo. E' in tal senso che ha duramente criticato l'abbattimento delle statue e che, in particolare, si è concentrato nell'accusare i democratici per quanto sta avvenendo a Seattle (dove, da ormai molti giorni, i manifestanti di Black Lives Matter hanno occupato un'area al centro della città). In questo senso, a Tulsa Trump non si è limitato ad attaccare l'asinello sul fronte nazionale, ma ha riservato i propri strali anche ai suoi amministratori locali. "Tutte le venti città più pericolose in America sono controllate dai democratici", ha tuonato. L'obiettivo è quindi puntare sulla sicurezza non soltanto a livello nazionale ma anche entrare nel tessuto vivo delle singole amministrazioni municipali: l'obiettivo, insomma, non è solo quello di additare gli avversari come "sinistra radicale" (ulteriore Leitmotiv nixoniano) ma anche presentarli come incapaci dal punto di vista operativo (a Washington e sul territorio).

E' del resto in questo quadro che il presidente è tornato a criticare duramente il candidato in pectore del Partito Democratico, Joe Biden. La strategia di attacco si sta facendo sempre più chiara: Trump sta cercando infatti di dipingere il rivale come una marionetta in balia delle frange più estremiste della sinistra. E' in tal senso che ha definito l'ex vicepresidente un "cavallo di Troia del socialismo", presentandolo come una figura incapace di garantire sicurezza all'americano medio. "[Biden] si inchinerà sempre alla folla arrabbiata e non proteggerà mai voi o la vostra famiglia e voi lo sapete". Sotto questo aspetto, il presidente fa riferimento al carattere amletico del rivale democratico, che su molte questioni appare ancora indeciso e aleatorio, sempre pronto a oscillare seguendo i criteri del cerchiobottismo: un cerchiobottismo a cui Biden è in fin dei conti quasi costretto a ricorrere, vista l'eccessiva eterogeneità del potenziale elettorato. Il problema dell'ex vicepresidente è infatti quello di doversi rivolgere contemporaneamente ai centristi e alla sinistra: un fattore che lo mette spesso in imbarazzo e gli impedisce altrettanto spesso di prendere posizioni chiare, per evitare di scontentare qualcuno. Trump, dal canto suo, è perfettamente consapevole di questa situazione e sta cercando di portarla alle estreme conseguenze, per aprire una guerra politica interna al Partito Democratico. Del resto, la leadership fiacca dell'ex vicepresidente si è mostrata in tutta la sua evidenza sulla questione delle forze dell'ordine: non soltanto Biden ha manifestato molto (forse troppo) tardi la sua opposizione ai tagli ai finanziamenti della polizia. Ma è stato anche subito sconfessato da alcuni importanti sindaci democratici che (come Bill de Blasio ed Eric Garcetti) hanno decurtato i budget delle proprie forze dell'ordine. Una contraddizione che, nel lungo periodo, potrebbe creare delle fratture difficilmente sanabili nel Partito Democratico.

E' d'altronde seguendo esattamente questa logica che, a Tulsa, Trump è andato all'attacco anche sulla questione afroamericana. Il presidente ha presentato Biden come un candidato del tutto inadeguato per tutelare gli interessi della comunità nera, battendo su due punti molto delicati. Innanzitutto ha rispolverato un suo vecchio cavallo di battaglia: immigrazione e commercio internazionale. Da ben prima che esplodesse la crisi del coronavirus, Trump ha sempre cercato di accattivarsi il voto delle minoranze etniche facendo leva sulla tutela dei posti di lavoro americani e sul contrasto all'immigrazione clandestina. In questo senso, a Tulsa ha accusato Biden di "aver spostato milioni di posti di lavoro afroamericani all'estero" (un riferimento alle storiche posizioni pro globalizzazione dell'ex vicepresidente). Ma non si è fermato qui. Perché l'inquilino della Casa Bianca ha sottolineato i trascorsi legami politici di Biden con alcuni senatori segregazionisti. Uno strale sottilmente venefico: ricordiamo infatti che, un anno fa, fu l'allora candidata alla nomination democratica, Kamala Harris, a lanciare questa accusa all'ex vicepresidente. Quella stessa Kamala Harris che, oggi, molti analisti ritengono possa diventare candidata alla vicepresidenza a fianco di Biden. Ecco quindi un chiaro esempio di come Trump stia cercando di portare divisione nel fronte avverso, mettendone in luce i dissidi, le incongruenze (e qualche ipocrisia).

Insomma, a Tulsa il presidente ha messo in campo quelli che saranno i pilastri della sua strategia elettorale da qui a novembre: linea securitaria, attenzione alle condizioni socioeconomiche degli afroamericani e tutela dei posti di lavoro statunitensi. E' chiaro che, a livello generale, la situazione è ricca di incognite (a partire dalla questione Covid). Ed è altrettanto chiaro che solo il tempo ci dirà se questa strategia si rivelerà efficace. Probabilmente Trump dovrà affrontare un ripetuto fuoco di fila da parte della grande stampa americana e i sondaggi continueranno a dipingerlo come spacciato nei prossimi mesi. Eppure, rispetto a Biden, il presidente ha al momento un vantaggio. Quello della chiarezza. Le sue ricette potranno magari non piacere, ma sono nette e riconoscibili. E il senso politico del comizio di Tulsa è principalmente qui: la volontà di ribadire una linea di demarcazione. Tutto questo, mentre l' "ecumenismo" del candidato democratico (che – almeno apparentemente – macina consensi nei sondaggi) a lungo andare dovrà fare i conti con delle scelte chiare: scelte che rischiano di spaccare ulteriormente un partito – quello democratico – già di per sé abbastanza diviso al suo interno. Che Trump sia in difficoltà, non è una novità: in fin dei conti, in questi quattro anni, quando non lo è stato? Ma, parafrasando Mark Twain, la notizia della sua morte (politica) è fortemente esagerata.

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