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100 giorni alle presidenziali Usa. Guai a dare Trump già sconfitto

I sondaggi, il coronavirus, la disoccupazione. Tutto sembra remare contro il Presidente in carica. Come 4 anni fa

A meno di cento giorni dalle elezioni presidenziali del prossimo novembre, sono in molti che considerano Donald Trump già quasi completamente finito. Dalla pandemia all'ordine pubblico, passando per l'economia: sono molti – si dice – i fronti su cui l'attuale presidente rischia di naufragare. Ora, che l'inquilino della Casa Bianca stia attraversando dei periodi piuttosto turbolenti è fuori discussione. Ciononostante la situazione appare più complessa di come assai spesso viene dipinta.

Cominciamo dai sondaggi. È vero che la maggior parte delle ultime rilevazioni danno il candidato democratico, Joe Biden, in netto vantaggio sul rivale: secondo YouGov, l'ex vicepresidente è avanti di 10 punti, mentre Fox News gli attribuisce 8 punti in più. Eppure bisognerebbe fare attenzione ad alcuni fattori. In primo luogo, Rasmussen conferisce a Biden un vantaggio di appena 2 punti e – sotto questo aspetto – vale forse la pena di ricordare come tale istituto di ricerca fu tra i pochissimi a prevedere quasi esattamente il risultato elettorale del 2016. In secondo luogo, al di là delle intenzioni di voto, è utile dare un'occhiata anche al grado di entusiasmo che i due candidati stanno suscitando all'interno dei rispettivi elettorati. Stando a un recentissimo sondaggio condotto dall'Associated Press, il 42% dei sostenitori di Trump si definisce "eccitato", laddove appena il 31% degli elettori di Biden afferma altrettanto. In tal senso, non va dimenticato che, nei giorni immediatamente precedenti alle presidenziali del 2016, l'allora candidata democratica, Hillary Clinton fosse generalmente avanti a livello di intenzioni di voto, ma che – al contempo – risultasse indietro, rispetto a Trump, sul fronte dell'entusiasmo suscitato. Segno di come quest'ultimo fattore possa alla fine rivelarsi particolarmente rivelativo. Tutto questo, senza dimenticare che spesso i candidati avanti nelle intenzioni di voto nel corso del periodo estivo non siano poi in grado di conquistare la Casa Bianca: si pensi, per esempio, a quanto accaduto quattro anni fa e nel 2004.

Del resto – al di là delle rilevazioni – che la partita sia aperta, è testimoniato da svariati problemi politici. Prendiamo innanzitutto la questione dell'ordine pubblico. Trump, come si sa, ha scelto di abbracciare una strategia nettamente securitaria: una strategia che potrà anche non piacere, ma che gode se non altro di chiarezza. Non altrettanto si può dire del suo avversario che, sul tema, risulta molto più ambiguo e sfuggente. D'altronde, non potrebbe essere altrimenti: Biden si ritrova a dover gestire un elettorato potenziale eccessivamente eterogeneo. Un elettorato che va dai centristi alla sinistra radicale. È dunque in tal senso che evita di prendere posizioni troppo chiare su dossier spinosi, come la sicurezza e i disordini che si stanno verificando in varie città americane: l'ex vicepresidente teme infatti emorragie di voti, oltre che il rinfocolarsi delle tensioni in un partito – quello democratico – al suo interno più diviso che mai. Il punto è che per l'ex vicepresidente la questione dell'ordine pubblico non rischia di rivelarsi un grattacapo soltanto sul fronte della coesione partitica. Non dimentichiamo infatti che le città maggiormente colpite dai disordini siano amministrate da sindaci democratici. Sindaci che, in alcuni casi, non hanno fatto quasi nulla per salvaguardare la sicurezza dei cittadini.

Si pensi al caso di Seattle (amministrata dalla democratica Jenny Durkan), dove – per quasi tutto giugno – i manifestanti di Black Lives Matter hanno occupato il centro cittadino, creando un'area senza polizia. Un'area che – per quanto fosse stata inizialmente descritta da molti media come oasi idilliaca – ha visto infine svariate sparatorie, con relative vittime (afroamericane). Si pensi poi anche a Portland, dove il sindaco democratico Ted Wheeler si è unito ai manifestanti nel criticare l'invio, da parte di Washington, di agenti federali per sedare i disordini (disordini, definiti dalla stessa polizia cittadina come una vera e propria "rivolta"). Ecco: non è detto che un simile comportamento da parte di questi sindaci dem non possa alla fine azzoppare Biden: un Biden che del resto sul tema dei disordini appare stranamente silenzioso. Non sarà del resto un caso che, nelle ultime settimane, Trump abbia optato per una strategia un po' insolita: anziché limitarsi a criticare il Partito Democratico a livello nazionale, ha iniziato ad attaccare anche le amministrazioni municipali da esso gestite. Una linea che, sulla carta, potrebbe rivelarsi alla fine vincente, visto che solitamente l'elettore medio statunitense tende a votare più secondo dinamiche locali che nazionali. Un discorso in parte analogo vale per la proposta del taglio dei fondi alle forze dell'ordine. Nonostante Biden si sia detto contrario a una simile idea, il candidato democratico è stato tuttavia prontamente sconfessato da alcuni sindaci del suo stesso partito: Bill de Blasio a New York ed Eric Garcetti a Los Angeles hanno infatti ridotto il budget per la polizia cittadina. Una discrasia evidente, che potrebbe danneggiare Biden. Soprattutto alla luce del fatto che il taglio dei finanziamenti alle forze dell'ordine continua ad essere una proposta non poco impopolare: secondo il Pew Research Center, appena il 25% degli americani si dice infatti favorevole ad essa. È del resto anche in questo senso che Trump sta da tempo additando il rivale come "ostaggio" dell'estrema sinistra.

Ulteriore capitolo delicato è quello della pandemia. Da più parti, questo fronte viene presentato come il vero tallone d'Achille del presidente in carica. Un presidente che ha effettivamente commesso degli errori: le iniziali minimizzazioni, i ritardi nei test nelle prime settimane, la battaglia ideologica contro le mascherine. Errori di cui lo stesso Trump si è reso conto, vista la sua recente retromarcia proprio in tema di mascherine. Detto questo, bisogna anche ridimensionare una certa vulgata che mira a dipingere la gestione del Covid-19, condotta da Trump, come un assoluto disastro. Non dimentichiamo infatti che – la scorsa primavera – la Casa Bianca abbia approvato – con l'appoggio bipartisan del Congresso – una serie di aiuti economici dal valore complessivo di quasi tre trilioni di dollari. Aiuti che in parte sono andati a imprese e famiglie e, in parte, al circuito sanitario: dal potenziamento del programma sanitario Medicare, ai tamponi gratis, passando per il sostegno alle strutture ospedaliere e alla ricerca sul vaccino (vaccino che potrebbe rivelarsi un fattore dirimente alle presidenziali di novembre). Tutto questo, senza dimenticare che la responsabilità ultima dei lockdown ricada sotto l'autorità dei singoli governatori e non della Casa Bianca. Certo: è innegabile che, al momento, l'ex vicepresidente appaia avvantaggiato, visto che, stando ai sondaggi, gran parte degli americani afferma di fidarsi maggiormente di lui sulla questione sanitaria. Va tuttavia sottolineato che Biden oggi non ricopra alcun incarico pubblico e che – differentemente da alcuni suoi compagni di partito (come il governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo) – non abbia avuto modo di confrontarsi direttamente con la gestione dell'emergenza. Alla luce di tutto questo, anche la questione della pandemia potrebbe avere sul voto novembrino degli impatti meno prevedibili di quanto spesso si pensa.

Infine, guardiamo alla compattezza dei due partiti. I repubblicani hanno indubbiamente i loro problemi e ospitano alcuni settori ostili all'attuale presidente. Tuttavia, come in parte già accennato, i democratici continuano ad essere più divisi che mai. Biden ha estrema necessità dell'appoggio pieno da parte della sinistra, se vuole realmente conquistare la Casa Bianca. Un appoggio che è per lui tutt'altro che scontato. È vero che Biden proverà a serrare i ranghi con la scelta della candidata alla vicepresidenza nei prossimi giorni. Ma la situazione potrebbe rivelarsi ben più spinosa. Con la Convention democratica quasi alle porte, i delegati di Bernie Sanders hanno appena firmato un documento, in cui si impegnano a votare contro il programma del Partito Democratico, nel caso in cui non includesse Medicare for All: il progetto di un sistema sanitario universale, che è stato il cavallo di battaglia di Sanders alle ultime primarie. Un progetto a cui Biden si è invece sempre opposto, definendolo troppo oneroso e sostanzialmente utopistico. Esattamente come la questione dell'ordine pubblico, anche la sanità rischia di spaccare l'asinello. Perché, qualora l'ex vicepresidente scegliesse di cedere alle pressioni dei sandersiani, si ritroverebbe una ribellione dell'area centrista: un'area che – almeno teoricamente – dovrebbe costituire il suo zoccolo duro elettorale. Insomma, Biden si ritrova con il rischio di una nuova spaccatura in seno al partito: una spaccatura che, nel 2016, si rivelò alla fine fatale per Hillary Clinton. Segno di come l'anti-trumpismo probabilmente non basterà per conquistare la Casa Bianca a novembre.

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