Russiagate; nuovi sospetti sull'Fbi e su Hillary Clinton
(Getty Images, Anadolu)
Russiagate; nuovi sospetti sull'Fbi e su Hillary Clinton
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Russiagate; nuovi sospetti sull'Fbi e su Hillary Clinton

L'allora candidata democratica per la Casa Bianca avrebbe cercato di colpire Trump. L'FBI, pur sapendo, non sarebbe intervenuta (come fatto invece con l'attuale Presidente Usa

Nuova svolta sul caso Russiagate. Martedì scorso, il presidente della commissione Giustizia del Senato, il repubblicano Lindsey Graham, ha reso pubblica una lettera del Director of National Intelligence, John Ratcliffe. Il contenuto della missiva si inseriva nel più ampio contesto di Crossfire Hurricane: la controversa inchiesta che, il 31 luglio del 2016, l'Fbi aveva aperto su alcuni esponenti del comitato elettorale di Donald Trump per presunte collusioni con il Cremlino. Un'inchiesta che, attraverso la pubblicazione di materiale desecretato nel corso degli ultimi sei mesi, ha mostrato crescenti problematicità e comportamenti opachi da parte degli stessi agenti che la condussero.

In tal senso, la lettera di Ratcliffe getta una luce ulteriormente sinistra non solo sul ruolo del Bureau ma della stessa Hillary Clinton (che, nel 2016, era la candidata del Partito Democratico alla Casa Bianca).

Secondo quanto riferito dal Director of National Intelligence, "alla fine di luglio 2016, le agenzie di intelligence statunitensi hanno ottenuto informazioni sull'analisi dell'intelligence russa, che sostenevano che il candidato alla presidenza degli Stati Uniti, Hillary Clinton, avesse approvato un piano di campagna per suscitare uno scandalo contro il candidato alla presidenza degli Stati Uniti, Donald Trump, legandolo a Putin e all'hackeraggio russo del Comitato nazionale democratico". Insomma, gli 007 americani sospettavano che l'ex first lady potesse aver approntato un piano per colpire Trump, associandolo strumentalmente ai russi.

Un elemento che proverebbe la tesi dell'attuale presidente, secondo cui l'intera faccenda Russiagate altro non sarebbe se non una polpetta avvelenata approntata ai propri danni. Certo: è pur vero che lo stesso Ratcliffe precisi come la comunità di intelligence "non conosca l'accuratezza di questa accusa" e che – secondo quanto riferito da Cnn – l'ex funzionario della Cia, John Sipher, consideri questa stessa accusa "probabilmente disinformazione russa". Resta tuttavia il fatto che il sospetto serpeggiasse già sul finire di luglio 2016: in piena campagna elettorale per le presidenziali di quell'anno e – soprattutto – negli stessi giorni in cui l'Fbi avviava Crossfire Hurricane.

Del resto, nota sempre Ratcliffe, "l'ex direttore della Central Intelligence Agency, Brennan, ha successivamente informato il presidente Obama e altri alti funzionari della sicurezza nazionale sull'intelligence, inclusa la 'presunta approvazione da parte di Hillary Clinton il 26 luglio 2016 di una proposta di uno dei suoi consiglieri di politica estera per diffamare Donald Trump suscitando uno scandalo che sosteneva l'interferenza dei servizi di sicurezza russi'". Non solo: Ratcliffe ha anche aggiunto che il 7 settembre del 2016 alcuni funzionari dell'intelligence informarono l'allora direttore dell'Fbi, James Comey, della possibilità che Hillary avesse approntato questo piano con l'obiettivo di distrarre l'opinione pubblica dalla controversia delle proprie email (che all'epoca – ricordiamolo – teneva banco nel corso della campagna elettorale per le presidenziali).

Se è quindi vero che l'accuratezza dell'accusa contro la Clinton non fosse del tutto provata, è altrettanto vero che – essendosi Brennan preso la briga di informare il presidente in persona – quella stessa accusa non venisse comunque considerata come automaticamente inconsistente. Secondo quanto riportato da Politico, Nick Merrill, portavoce della Clinton, avrebbe bollato il contenuto della lettera di Ratcliffe come "stronzate senza fondamento". Tutto questo, mentre i democratici sono andati all'attacco, parlando di rivelazione a orologeria, con l'obiettivo di influenzare il voto del prossimo 3 novembre. Eppure, al di là delle beghe politiche contingenti, questa lettera ci dice almeno due cose di fondamentale rilevanza.

In primo luogo, indipendentemente dall'eventualità che l'accusa contro la Clinton sia fondata o meno, è adesso un fatto che, già nel luglio del 2016, l'intelligence americana sospettasse che l'ex first lady potesse aver orchestrato un piano per colpire Trump, associandolo ai russi. Ricordiamo, a tal proposito, che il presidente abbia sempre detto di essere rimasto vittima di una macchinazione ai suoi danni. E che, nel corso degli anni, si sia scoperto come le principali "prove" della collusione tra Trump e i russi fossero poco più che carta straccia. Non solo il procuratore speciale, Robert Mueller, non ha reperito evidenze di sforzi coordinati tra il Cremlino e i consiglieri dell'allora candidato repubblicano, per consentire a quest'ultimo di arrivare alla Casa Bianca. Ma è stato anche smontato il dossier dell'ex spia britannica, Christopher Steele: fascicolo controverso, secondo cui Trump sarebbe stato sotto ricatto di Vladimir Putin. Non solo carte recentemente desecretate hanno mostrato che l'Fbi interrogò la principale fonte di Steele all'inizio del 2017: fonte che rivelò come quel dossier contenesse materiale non verificato. Ma, cosa più importante, nel corso del tempo è anche chiaramente emerso che quel fascicolo fosse stato finanziato dagli avversari politici di Trump, tra cui la stessa Hillary Clinton: una Hillary Clinton che – insieme a Barack Obama – aveva tutto l'interesse a collegare strumentalmente il rivale repubblicano ai russi. In secondo luogo, l'altro aspetto che emerge dalla lettera di Ratcliffe è il sospetto di doppiopesismo da parte dell'Fbi. Un Fbi che, come detto, iniziò a indagare sul comitato di Trump nel luglio 2016 per presunte collusioni di cui comunque mancavano prove (come emerso dalle audizioni avvenute alla Camera, tra il 2017 e il 2018, di alcuni alti funzionari dell'amministrazione Obama).

Nel caso di Hillary invece non risulta che sia stata intrapresa alcuna indagine. E, anche qualora ciò fosse avvenuto, non se n'è saputo nulla (differentemente da quanto accaduto per Trump). Si potrebbe obiettare: non era dimostrato che la Clinton avesse realmente orchestrato quel piano. E' vero. Ma non era dimostrato neppure che Trump intrattenesse collusioni con il Cremlino. Quando venne audito alla Camera nel 2017 sul caso Russiagate, il Director of National Intelligence di Obama, James Clapper, ammise di non aver mai avuto "evidenze empiriche" di uno sforzo coordinato tra Trump e il Cremlino, limitandosi a parlare di "prove aneddotiche". Nello stesso giro di testimonianze, anche il ministro della Giustizia di Obama, Loretta Lynch, negò di avere delle prove a questo riguardo. Eppure non solo su Trump l'indagine dell'Fbi è andata avanti da luglio 2016 a maggio 2017.

Ma, dopo questa prima fase, Robert Mueller ha condotto un'altra inchiesta di quasi due anni per un costo complessivo di circa 31 milioni di dollari e senza riuscire a dimostrare infine alcuna collusione. In tutto questo, vagamente surreale è apparsa la dichiarazione dello stesso Comey che, lo scorso 30 settembre, è stato audito dal Senato. Quando Graham gli ha chiesto conto del fatto l'intelligence lo avesse informato a settembre 2016 del presunto piano della Clinton ai danni di Trump, l'ex direttore dell'Fbi si è limitato a replicare: "Non mi viene in mente nulla". Un vuoto di memoria un po' strano, che aggiunge ombre a una vicenda – quella del Russiagate – sempre più inquietante.

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