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Quanti problemi tra Italia ed Usa

La visita di Mike Pence a Roma non cancella divisioni e tensioni su Cina, Libia e politica interna

Il vicepresidente americano, Mike Pence, si è recato ieri a Roma, dove ha avuto svariati incontri istituzionali: da Papa Francesco al premier Giuseppe Conte, passando per il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. La visita è avvenuta in un momento particolarmente delicato per le relazioni tra Washington e Roma. Ed è seguita a quella del segretario di Stato americano, Mike Pompeo, avvenuta lo scorso ottobre. Una visita – quest'ultima – che evidenziò forti divisioni sottotraccia tra la Casa Bianca e Palazzo Chigi, senza poi trascurare gli attriti con la Santa Sede. A ben vedere, non è che la situazione complessiva appaia granché migliorata da allora. E, al di là degli ovvi convenevoli diplomatici di ieri, le turbolenze tra Stati Uniti e Italia sembrano persistere.

Italia - Cina - Usa

In primo luogo, troviamo la spinosa questione dei rapporti con la Cina. Washington non vede infatti troppo di buon occhio le relazioni sempre più strette che si stanno cementando tra Roma e Pechino. Al centro, si scorge il problema del 5G, cui si connettono ovviamente considerazioni di natura geopolitica. Non solo gli americani non hanno mai digerito il fatto che, a marzo scorso, l'Italia abbia aderito al progetto cinese della Nuova Via della Seta. Ma la diffidenza è alimentata anche dalla vicinanza mostrata dai vertici del Movimento 5 Stelle nei confronti di Pechino. Vicinanza che si è manifestata in più di un'occasione. Non solo, a novembre, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, si recò in visita in Cina, evitando di prendere chiara posizione sul dossier Hong Kong. Ma Beppe Grillo venne anche ricevuto, pochi giorni dopo, dall'ambasciata cinese a Roma. È quindi comprensibile che, dalle parti di Washington, non si guardi troppo calorosamente a una simile vicinanza tra la Repubblica Popolare e la principale forza politica dell'esecutivo giallorosso.

È pur vero che, pochi giorni fa, Stati Uniti e Cina abbiano siglato un accordo commerciale parziale, inaugurando teoricamente una fase di relativa distensione nei loro rapporti. Tuttavia non solo restano aperte numerose questioni di attrito tra le due potenze (si pensi solo al settore delle telecomunicazioni). Ma non bisogna trascurare che probabilmente neppure la stessa Casa Bianca si fidi granché, visto che ha minacciato di incrementare i dazi esistenti, qualora Pechino non ottemperi ai termini dell'intesa. Problemi rischiano poi di registrarsi anche sul fronte dell'Alleanza atlantica. Non dimentichiamo che, nel corso del summit Nato di Londra a dicembre, il segretario generale, Jens Stoltenberg, avesse parlato di "serie sfide" provenienti dalla Repubblica Popolare. È quindi molto difficile che il vicepresidente americano non abbia fatto riferimento a queste delicate problematiche negli incontri romani. Anche perché non va trascurato che, al di là del ruolo di numero due della Casa Bianca, Pence – come Pompeo – rappresenti nell'amministrazione americana l'ala maggiormente conservatrice del Partito Repubblicano e che – in politica estera – abbia sempre tenuto posizioni da falco (anche nei confronti della Repubblica Popolare).

La Cina costituisce del resto anche uno dei principali motivi di attrito tra Washington e il Vaticano. Nonostante il clima di grande cordialità ostentato ieri nell'incontro tra Pence e il Papa, gli americani guardano infatti con estrema diffidenza all'accordo – siglato nel 2018 tra Pechino e la Santa Sede – sulla nomina dei vescovi. Gli Stati Uniti vedono infatti in questa distensione un progressivo (e scarsamente accettabile) accreditamento del Vaticano nei confronti della Repubblica Popolare. Non a caso, uno dei cavalli di battaglia dell'amministrazione Trump è sempre stato la tutela della libertà religiosa in chiave principalmente anticinese (ne trattò lo stesso Pompeo nella sua scorsa visita presso la Santa Sede). Senza poi dimenticare che, pochi giorni fa, la presidentessa di Taiwan, Tsai Ing-wen, abbia scritto una lettera a Bergoglio denunciando le "persecuzioni" perpetrate dai cinesi verso le minoranze religiose. In tutto questo, va inoltre ricordato che – lo scorso novembre – Donald Trump abbia sottoscritto una legge, approvata dal Congresso, volta a sostenere i manifestanti di Hong Kong. La questione cinese rappresenta quindi forse il dossier maggiormente problematico nelle relazioni tra Casa Bianca e Santa Sede.

In secondo luogo, non bisogna trascurare le dinamiche interne alla politica americana. In vista delle presidenziali del 2020, Trump sta cercando di consolidare la propria presa sull'elettorato cattolico. È quindi possibile che la visita di Pence in Vaticano possa nascere (anche) da questo tipo di esigenza. Tra l'altro, nel colloquio di ieri, si è parlato molto della marcia antiabortista di Washington, cui ha preso direttamente parte lo stesso Trump. Un ulteriore elemento trattato si è rivelato poi la crisi venezuelana: un altro dossier, rispetto a cui le relazioni tra Washington e la Santa Sede traballano non poco, visto che gli Stati Uniti considerano eccessivamente ambigua la posizione del Papa su Nicolas Maduro.

Tornando ai rapporti con l'Italia, un fronte caldo risulta sicuramente quello commerciale. Il complicato contenzioso tra Washington e Bruxelles per la questione Airbus sta infatti mettendo a rischio di dazi il vino italiano: Roma sta quindi cercando di evitare ulteriori tariffe, nell'ambito di una disputa in cui l'Italia non ha oggettivamente responsabilità (essendo Airbus un conglomerato franco-tedesco). Che si registrino profondi timori su questo fronte, è testimoniato dal fatto che, ieri, Mattarella abbia detto a Pence che i dazi "attenuino la solidarietà" in seno ai rapporti transatlantici. Se il vicepresidente americano ha ribadito la strategia trumpiana della rinegoziazione dei trattati commerciali, il capo dello Stato ha difeso l'imprescindibilità dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, manifestando così una significativa distanza dall'inquilino della Casa Bianca (da sempre critico verso questa istituzione).

Il caso Libia

A tener banco ieri è stata anche la questione libica. Visto il crescente stato di difficoltà della situazione, l'Italia spererebbe (e non da oggi) in una sponda americana. L'auspicio è stato del resto sottolineato dallo stesso Mattarella, quando ha chiesto che gli Stati Uniti "spendano il loro peso politico per rendere permanente il cessate il fuoco". Il punto è che, nonostante siano ufficialmente schierati dalla stessa parte dell'Italia, gli americani – almeno finora – non hanno mostrato troppa intenzione di lasciarsi coinvolgere dallo scacchiere libico. Anzi, si assiste a una certa ambiguità su questo dossier da parte di Washington. Pur appoggiando formalmente Feyez al Sarraj, Trump non si è infatti mai mostrato troppo critico di Khalifa Haftar, anche perché gli alleati regionali del maresciallo (a partire da Egitto e Arabia Saudita) sono strettamente allineati con la Casa Bianca: soprattutto nel comune contrasto all'Islam politico. Quell'Islam politico, rispetto a cui Sarraj non risulta troppo estraneo. Più in generale, poi, Trump non è particolarmente propenso a restare invischiato in uno scenario geopolitico complicato (e per lui non così prioritario) come quello libico. Insomma, gli auspici dell'Italia sulla Libia rischiano di raccogliere belle parole da parte americana: ma poco più. Nonostante quindi Conte abbia parlato di "amicizia" con gli Stati Uniti, la situazione appare ben più complicata di come avrebbe potuto far pensare la cordialità ostentata ieri. Roma e Washington risultano oggi divise su numerose questioni dirimenti. E, oltreatlantico, si guarda all'Italia con non poco sospetto. Senza poi dimenticare che l'inchiesta del procuratore John Durham sulle origini del Russiagate (inchiesta che potrebbe coinvolgere anche il nostro Paese) stia silenziosamente proseguendo, visto che, il mese scorso, Politico riportò che il procuratore avrebbe iniziato a indagare sui vertici della Cia. Del resto, il probabile coinvolgimento italiano nella vicenda è stato ribadito a dicembre dal deputato repubblicano John Ratcliffe, membro della commissione Intelligence alla Camera dei Rappresentanti e considerato molto vicino allo stesso Trump. La spada di Damocle quindi continua a restare sospesa sul governo giallorosso.

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