«Bloom economy». Oggi l'insalata si coltiva sul tetto e il selfie si scatta col ficus
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«Bloom economy». Oggi l'insalata si coltiva sul tetto e il selfie si scatta col ficus
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«Bloom economy». Oggi l'insalata si coltiva sul tetto e il selfie si scatta col ficus

Spazi di rigenerazione urbana, luoghi di socialità e inclusione, aree di produzione alimentare e di innovazione ambientale: sono gli «orti urbani». Chiamati anche «community garden», perché oggi non hanno più soltanto una funzione agricola, ma sono diventati spazi collettivi dove adulti e bambini possono incontrarsi per curarli insieme o svolgere altre attività.

Sono ambienti di vita virtuosi, favorevoli ai piaceri culinari e alla condivisione: qualcuno ci ospita gli amici per il barbecue della domenica, altri organizzano corsi di yoga, festival o didattica per i bambini.

Gli orti urbani si stanno espandendo in tutta Italia e sono ormai molti gli esperimenti di successo. In Borgo Pinti 76, a Firenze, i colori degli ortaggi e delle piante disegnano lo spazio condiviso di Orti dipinti (ortidipinti.it) su una ex pista di atletica, dove viene praticato il giardinaggio urbano ecologico attraverso la concezione di un'orticoltura moderna combinata all'esperienza degli orti didattici. «È un community garden che ha una funzione di insegnamento perché tengo corsi di sostenibilità ambientale, rifiuti ed economia circolare. Come un laboratorio a cielo aperto dove sperimentare più discipline. Le piante, in fondo, sono una scusa per incentivare l'integrazione sociale e tante altre attività. Gli orti, le verdure, sono solo il contorno di questa tecnologia sociale» spiega a Panorama Giacomo Salizzoni che ha ideato il progetto.

Sono anche un innesco potente per rigenerare spazi non utilizzati o luoghi dismessi, dove espandere la produzione alimentare riqualificando creativamente l'ambiente metropolitano. E saran- no proprio i tetti i protagonisti di questa piccola rivoluzione dove, accanto ai pannelli fotovoltaici, spunteranno frutta e verdura a disposizione del condominio.

A Milano si trova il Giardino degli aromi (ilgiardinodegliaromi.org), nato negli spazi dell'ex Ospedale psichiatrico Paolo Pini dall'iniziativa di un gruppo di donne con esperienza di coltivazione di piante aromatiche e medicinali. E a pochi chilometri dal Duomo di Milano, nella cornice del parco Forlanini, l'Antico borgo (anticoborgoincitta.com) ha lanciato il progetto Orto in città con cui una persona o una famiglia ha a disposizione, con un servizio di abbonamento, un appezzamento di terra in cui far crescere i propri ortaggi.

A Bari il parco Domingo è un orto di vicinato che stimola l'acquisto a chilometro zero e organizza laboratori di partecipazione attiva. Mentre a Genova OrtoCollettivo è la realizzazione di un sistema di rigenerazione territoriale dove, grazie a terrazzamenti in tronchi di alberi vivi, si ha la possibilità di sfruttare territori boschivi e in forte pendenza abbandonati, rendendoli produttivi e sicuri.

OrtiAlti (ortialti.com) è invece un'organizzazione, a Torino, fondata da architetti, designer, e agronomi che si occupa della divulgazione di pratiche di orticultura e riuso dello spazio urbano. «Coordiniamo diversi progetti di comunità, in particolare l'ortoalto Le Fonderie Biozanam (ozanam.ortialti.com), un orto sul tetto di una ex fonderia nella periferia torinese, curato dal ristorante dello stesso palazzo, gestito da una cooperativa sociale che fa inserimento delle persone più fragili. Stiamo lavorando anche al progetto l'OrtoWOW, un tetto verde a prato, un pollinator garden e un apiario all'interno di un ex complesso industriale a Mirafiori» racconta Elena Carmigiani, una delle fondatrici.

Ma come si realizza un orto urbano in altezza? «Innanzitutto bisogna fare una verifica statica e capire se un tetto piano può essere trasformato in tetto calpestabile. Poi viene posata una tecnologia del verde pensile». E i costi? «Possono essere di circa 80 euro al metro quadrato finito, compre- so la posa, la terra ed eventuali altri materiali di finitura e irrigazione» risponde l'architetto Carmigiani, aggiungendo che si ottengono così anche benefici economici, perché aumenta il valore dell'immobile oltre a quello ambientale ed estetico. E si fornisce un raffreddamento naturale per gli edifici.

A Roma, dove sono presenti oltre 150 orti condivisi e stanno avviando nuovi regolamenti, un modello di successo è il Parco Ort9 Sergio Albani di Casal Brunori (casalbrunori.org), di- viso in 107 lotti gestiti da 174 famiglie. Un buon esempio di urban garden per il sociale esportato ad altre città europee come La Coruña, Vilnius, Cracovia, Salonicco, Lourdes e Caen nell'ambito del network Ru:rban: quest'ultimo fa parte del programma dell'Ue Urbact per promuovere lo sviluppo urbano sostenibile nelle città europee proprio grazie agli orti urbani.

A studiare questa realtà di orti condivisi ci pensa da molti anni Zappata romana (zappataromana.net), un'esperienza iniziata con la mappatura degli orti e giardini in città e con suggerimenti per trovare uno spazio adatto e rendere il progetto sostenibile. E per affrontare gli aspetti normativi e tecnici è nata una nuova figura professionale, il «gardeniser», che si occupa di coordinare il tutto.

L'interesse per la coltivazione domestica è poi aumentato sulla scia del lockdown e della pandemia, e la cura degli urban garden è tornata a essere incentivata in molte città. Secondo gli ultimi dati Istat, l'estensione dell'area verde degli orti urbani in Italia è di 2 milioni e 438.000 metri quadrati. E sono 1,2 milioni gli italiani che fanno gli agricoltori per passione, coltivando appezzamenti di terreno pubblici o privati per garantirsi cibo genuino e trascorrere un po' di tempo all'aria aperta.

A potenziare il fenomeno, infine, è anche la crescente attenzione a ciò che si consuma, all'origine e sicurezza degli alimenti, ai benefici di una vita salutare a contatto con la natura. Del resto, diversi studi scientifici confermano che essere coinvolti nella coltivazione di cibo urbano, oltre a portare a diete più sane può migliorare anche la salute mentale.

Anche all'estero gli orti urbani sono una tendenza ampiamente diffusa: a Parigi, Nature urbaine (nu-paris.com), è la più grande fattoria urbana sul tetto d'Europa. In cima al padiglione 6 dell'Expo, alla Porte de Versailles, 15 mila metri quadrati hanno iniziato a dare i loro frutti rifornendo i residenti locali e qualche hotel.

Sempre in Europa, tra le eccellenze di Berlino c'è l'Allmende kontor, un grande urban garden costruito sugli spazi delle piste di atterraggio del Tempelhof, storico aeroporto della periferia (allmende-kontor.de).

L'Università Thammasat di Bangkok ha invece la fama di essere la più grande urban farm sul tetto dell'Asia, con un design che imita le scenografiche terrazze di riso orientali.

C'è infine un altro ottimo motivo per cui le fattorie urbane continueranno a crescere: nutrire le masse. Perché la popolazione è in continuo aumento e presto bisognerà affrontare la sfida dell'alimentazione, rendendola accessibile a tutti e rendendola più sostenibile.


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Urban Beekeeping On East London Rooftops

Durante il lockdown sono nati i «plantfluencer»

plantbybenny on Instagram

Le piante sono diventate pop e prendersene cura è un lavoro da influencer. Nell’ultimo anno, secondo i dati raccolti dalla National Gardening Association, la vendita di piante per interni è cresciuta quasi del 50%. A guidare questo aumento non sono altri che i Millennials, cresciuti in città iper tecnologiche e ricche di smog. Complice il lockdown degli scorsi mesi, sempre più giovani si sono appassionati al giardinaggio e documentano i loro progressi sui social.

Si fanno chiamare «plantfluencers» e negli ultimi messi hanno visto il loro numero di followers crescere a dismisura. Craig Miller-Randle (craighmilran su Instagram) ha raggiunto 150.000 seguaci in soli sei mesi. Il suo claim? «Sono conosciuto perché possiedo le piante più popolari in misure extra large, ma anche perché mostro alle persone quanto sia facile curare una pianta e farla crescere con pochi semplici accorgimenti».

Ma essere un influencer di piante è anche un mestiere redditizio. Nick Cutsumpas, meglio conosciuto come Farmer Nick sui suoi profili social, ha raccontato a Business Insider come gli ultimi tre mesi siano stati «i migliori della sua carriera», avendo chiuso cinque partnership con brand del settore per la creazione di contenuti sponsorizzati. Quando un brand lo contatta, Nick è pronto a condividere i suoi media kit e il suo “listino prezzi” che va dai 750 dollari per fotografie e storie fino ai 1.500 dollari per un video di due o tre minuti. Attualmente, Cutsumpas guadagna abbastanza attraverso Instagram - dove ha circa 64.000 followers - e TikTok - dove ne ha 25.000 - da aver potuto dedicarsi alle sue piante full time, abbandonando il lavoro in un’agenzia.

Per il The Guardian ci troviamo nel bel mezzo della «Bloom economy» e in Europa e negli Stati Uniti stanno crescendo il numero di e-commerce. A Milano, il punto di riferimento si chiama If. Nato come negozio sui Navigli nel 2018, l’anno scorso ha esordito sul web «per far arrivare la nostra selezione di piante in tutta Europa». Non solo, If ha aperto un vero e proprio “showroom” di piante nel capoluogo meneghino dove accogliere su appuntamento «chiunque voglia una consulenza su misura per le sue esigenze».

Per gli amanti del verde inesperti, la compagna ideale per iniziare a creare la propria «giungla urbana» è senza dubbio la marimo. L’alga palla giapponese non è solo un simbolo di amore e di buona fortuna ma è anche semplicissima da accudire. L’algapalla richiede soltanto un cambio d’acqua ogni due settimane, con acqua fresca del rubinetto. Prima di rimetterla nel suo vasetto è necessario schiacciarla come un piccolo anti stress sotto l’acqua corrente per ripulirla da eventuali sedimenti e il gioco è fatto. La marimo è inoltre molto longeva., in natura vive ben oltre i 100 anni.

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