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Nel caos dello spoglio in Iowa il vero vincitore è Trump

Due giorni per lo scrutinio del caucus in Iowa del Partito Democratico. Buttigieg a sorpresa avanti con Sanders, male Biden, ma la figuraccia rischia di compromettere le presidenziali

L'asinello è partito con il piede sbagliato. Lunedì scorso, in occasione del caucus dell'Iowa, il Partito Democratico americano è piombato in un disastro organizzativo senza precedenti. Dopo le operazioni di voto, la diffusione dei risultati si è interrotta per più di un giorno.

Stando a quanto reso noto ieri dallo stesso apparato democratico, l'app con cui si sarebbero dovuti trasmettere i dati al comitato statale del partito avrebbe riscontrato un "problema di codifica", ritardando il processo e causando delle "incongruenze" tra le varie tipologie di risultati raccolti. Svariati presidenti di seggio, del resto, avevano affermato ieri di aver avuto problemi nello scaricare e nell'accedere all'applicazione. Qualcuno ha anche parlato di guasti alla linea telefonica e della conseguente impossibilità di contattare il comitato statale dell'asinello. Insomma, lo spoglio si è protratto per ore e ore, causando non poca irritazione tra i candidati e gli stessi elettori. Se i sostenitori di Bernie Sanders stanno ipotizzando una macchinazione ai danni del proprio beniamino, i contendenti che hanno ottenuto un buon risultato nella consultazione temono di non poter sfruttare appieno lo slancio mediatico di cui il caucus dell'Iowa storicamente gode. Del resto, al di là dei problemi informatici, a svolgere un ruolo in questo caos organizzativo è stato anche il nuovo regolamento sulla diffusione dei risultati. Per venire incontro alle richieste di maggior trasparenza, l'asinello ha infatti deciso di non diffondere soltanto i dati sulla distribuzione dei delegati (come avvenuto fino al 2016): da quest'anno, saranno resi pubblici anche gli esiti delle due votazioni intermedie che portano alla selezione finale del candidato vincente nel caucus.

Insomma, una sovrabbondanza di dati che – anziché portare effettiva trasparenza – ha contribuito a ingolfare le operazioni di spoglio. Con il risultato che l'asinello si è ritrovato in una delle situazioni più imbarazzanti della sua storia. E attenzione: perché non si tratta semplicemente di un problema tecnico-organizzativo. La valenza politica di questo disastro è fuori discussione. Non solo la credibilità dell'establishment del Partito Democratico ne esce compromessa (come già accaduto, anche se per altri motivi, in occasione delle primarie del 2016). Ma l'asinello, che avrebbe estremo bisogno oggi di ritrovare una parvenza di unitarietà, si mostra (ancora una volta) totalmente diviso: gli elettori non hanno risparmiato critiche alla leadership locale del partito, mentre gli stessi candidati ci hanno messo del loro. Basti pensare che, per tutta la giornata di ieri, Bernie Sanders e Pete Buttigieg non abbiano fatto altro che dichiararsi vincitori, senza che ci fosse un dato ufficiale in circolazione. Uno spettacolo poco decoroso, aggravato – se vogliamo – dal fatto che il caucus repubblicano dell'Iowa si sia rivelato contemporaneamente un plebiscito a favore di Donald Trump: vincitore con oltre il 97% dei consensi. È pur vero che il presidente americano non abbia sfidanti realmente competitivi nella riconquista della nomination repubblicana. Ma il dato resta comunque assolutamente significativo. Anche perché, piaccia o meno, dà l'idea di un partito compatto, di contro a una compagine – quella democratica – più dilaniata che mai. Il disastro organizzativo rischia quindi di produrre conseguenze profondamente negative per l'intero asinello, lanciando di fatto un'ombra su tutto il lungo processo delle sue primarie, oltre ad alimentare ansie, polemiche e diffidenza tra l'elettorato di sinistra. Non un clima propriamente ottimale, in vista di una competizione per la Casa Bianca.

Venendo ai risultati del caucus democratico, la situazione che ne è emersa non è priva di interesse. Con il 71% dei voti scrutinati, al vertice si registra un sostanziale testa a testa tra Pete Buttigieg (lievemente in vantaggio) e Bernie Sanders. Elizabeth Warren ha dovuto accontentarsi della terza posizione. Deludente invece la performance dell'ex vicepresidente, Joe Biden, che è arrivato quarto. Cerchiamo di fare qualche considerazione. Sanders tende innanzitutto a confermarsi come il principale punto di riferimento per la sinistra, laddove la Warren riscontra non poche difficoltà in uno Stato in cui – lo scorso autunno – era in testa ai sondaggi. È possibile che il senatore del Vermont sia stato premiato per la sua decisa carica antisistema, laddove la senatrice del Massachusetts deve essere apparsa in qualche modo troppo vicina all'establishment: il risultato di Sanders non può dunque che mettere ulteriormente in allarme l'apparato dell'asinello, che vede da sempre la sua candidatura come il fumo negli occhi. Da sottolineare poi che – soprattutto nell'ultimo mese – la Warren abbia fatto parecchio leva sulla questione del sessismo (attaccando talvolta Sanders su questo fronte): un elemento che non è chiaro quanto possa effettivamente averla aiutata in occasione del caucus. Dinamiche simili si sono riscontrate anche in area centrista, nel duello avvenuto tra Buttigieg e Biden. Grazie all'ottimo risultato, il sindaco di South Bend può restare seriamente in corsa e nutrire concretamente la speranza di accreditarsi sempre più come possibile rappresentante del fronte moderato. Con ogni probabilità, Buttigieg ha beneficiato di una strategia elettorale acuta. Sono infatti mesi che il sindaco sta cercando di accattivarsi il voto degli agricoltori: una quota elettorale particolarmente rilevante in Iowa (territorio che figura tra i principali produttori di soia negli Stati Uniti). Inoltre, non è escluso che possa essere stato avvantaggiato dal fatto di essere un outsider: elemento che, in qualche modo, lo accomuna – guarda caso – allo stesso Sanders.

Risultati invece amari per Biden che – nonostante i sondaggi della vigilia lo dessero al secondo posto – è scivolato nei bassifondi della classifica. L'ex vicepresidente ha cercato di puntare soprattutto sull'elettorato cattolico ma – in generale – ha preferito il messaggio un po' stantio dell'"usato garantito". In realtà, non è che a Biden vincere in Iowa servisse eccessivamente: questo caucus mette in palio appena quarantuno delegati e l'ex vicepresidente – già noto al grande pubblico – non aveva bisogno dello slancio mediatico che tradizionalmente tale consultazione conferisce. Tra l'altro, Biden sta in realtà investendo moltissimo sul South Carolina, dove spera di poter contare sull'appoggio dell'elettorato afroamericano. Il punto è che, sebbene sia vero che la vittoria in Iowa non gli fosse strettamente necessaria, è indubbio che un quarto posto costituisca un'umiliazione non da poco per colui che – secondo i sondaggi – dovrebbe risultare il front runner a livello nazionale. Questa situazione, pur non compromettendolo irrimediabilmente, incrementa la pressione dell'establishment democratico sull'ex vicepresidente: un establishment che non sembra avere troppa intenzione di affidarsi a Buttigieg come alternativa. Anche perché il sindaco dovrà dimostrare di resistere alle competizioni elettorali degli Stati meridionali: Stati in cui le minoranze etniche rivestono un peso rilevante. Quelle minoranze che tuttavia hanno, almeno finora, mostrato di nutrire una certa diffidenza nei confronti del sindaco di South Bend. La situazione complessiva di queste primarie democratiche resta, insomma, non poco incerta.

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