Il Covid-19 ferma le primarie Usa ma non le presidenziali di novembre
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Il Covid-19 ferma le primarie Usa ma non le presidenziali di novembre
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Il Covid-19 ferma le primarie Usa ma non le presidenziali di novembre

Perché la Costituzione Usa è più forte del Coronavirus. A novembre si voterà, via posta o con internet

Il coronavirus si sta abbattendo sulle elezioni americane. Il governatore dell'Ohio, Mike DeWine, ha annunciato ieri sera la chiusura dei seggi elettorali per le primarie che si sarebbero dovute tenere oggi nel suo Stato. L'ordinanza – emessa dal direttore del Dipartimento della Salute dell'Ohio – si prefigge di «evitare l'imminente minaccia con un'alta probabilità di ampia esposizione al COVID-19 con un rischio significativo di danni sostanziali a un gran numero di persone».

La questione dirimente non riguarda quindi tanto il processo delle primarie. In realtà, ci si sta interrogando su un elemento molto più rilevante: sarebbe in caso possibile rimandare la data delle elezioni presidenziali che – quest'anno – cade il 3 novembre?

Teoricamente sì, ma si tratta di un'ipotesi molto improbabile. La data della General Election, fissata per "il primo martedì dopo il primo lunedì del mese di novembre", è stata stabilita da una legge federale del 1845. Per spostare le votazioni, sarebbe quindi necessaria una nuova legge da parte del Congresso che richiederebbe la firma del presidente e risulterebbe comunque soggetta a potenziali ricorsi da parte delle corti federali. Ciononostante, anche qualora si riuscisse ad agire in tal senso, la finestra per lo spostamento del voto si rivelerebbe comunque strettissima.

Non dimentichiamo infatti che, secondo la Costituzione, il nuovo mandato presidenziale debba avere inizio il 20 gennaio. Se è già difficile promulgare una semplice legge federale in materia, una modifica costituzionale risulta – a ben vedere – ancora più problematica.

Del resto, finora negli Stati Uniti si sono verificati rarissimi casi di elezioni rimandate e si è trattato sempre di consultazioni a livello locale (nel 2017, per esempio furono posticipate alcune elezioni municipali in Florida a causa dell'uragano Irma). L'unica volta in cui sembrò essere presa in considerazione l'ipotesi di rimandare le elezioni presidenziali fu nel 2004 ai tempi di George W. Bush, quando si temeva il rischio di attentati terroristici. La Casa Bianca stroncò tuttavia le illazioni sul nascere, con l'allora consigliere per la sicurezza nazionale, Condoleezza Rice, che dichiarò: «In questo Paese abbiamo avuto elezioni mentre eravamo in guerra, anche durante la guerra civile. Dovremmo tenere le elezioni in tempo: questo è quello che ritengono il presidente e la sua amministrazione».

Alla luce di tutto questo, è quindi altamente improbabile che le elezioni di novembre possano essere posticipate. Risulta invece plausibile che i singoli Stati adottino misure per garantire una maggiore sicurezza sul fronte delle operazioni di voto (incoraggiando, per esempio, il voto per corrispondenza). La situazione che si sta verificando quest'anno con il coronavirus è del resto senza precedenti, fatta (parziale) eccezione per il 1976, quando un'epidemia di influenza suina entrò a gamba testa nella campagna per le presidenziali di quell'anno.

Ne scaturirono polemiche sulla massiccia campagna di vaccinazione e il mondo politico fu accusato di aver ingigantito il problema. Secondo alcuni, l'evento potrebbe aver avuto delle ricadute negative sul presidente in carica, Gerald Ford, che – quell'anno – venne alla fine battuto dal democratico Jimmy Carter.

Tornando alle primarie lunedì, il governatore aveva chiesto a un tribunale di spostarle da marzo a giugno, ma non gli era stato concesso. In particolare, il giudice Richard Frye aveva definito il rinvio delle primarie un "precedente terribile", aggiungendo che non vi sarebbero prove del fatto che – spostando il voto a giugno – la situazione sanitaria risulterebbe migliore. Non è al momento chiaro se la chiusura dei seggi per emergenza sanitaria violerà la sentenza del tribunale. L'Ohio non è comunque l'unico Stato ad essersi mosso in questa direzione.

Ieri, il Kentucky ha spostato le proprie primarie da maggio a giugno e – nello stesso senso – hanno agito anche la Georgia (che ha rimandato da marzo a maggio) e la Louisiana (che ha posticipato da aprile a giugno). Al momento, altri Stati stanno prendendo in considerazione questa linea (come Wyoming e New York). Tutto questo, mentre le altre primarie che dovrebbero tenersi oggi in Arizona, Illinois e Florida risultano per ora confermate.

Dal punto di vista meramente politico, non è che queste dilazioni dovrebbero determinare chissà quali impatti. Dopo gli appuntamenti elettorali del 3 e del 10 marzo, è ormai quasi certo che sarà Joe Biden a conquistare la nomination democratica, mentre Bernie Sanders continua ad arrancare. Non solo poche ore fa l'ex vicepresidente è stato dichiarato formalmente vincitore nello Stato di Washington, ma – anche in termini di delegati – la distanza tra i due candidati si fa sempre più netta.

Secondo i conteggi di Nbc News, Biden risulta per ora a quota 871, mentre Sanders segue con 719 (ricordiamo che il "numero magico" per ottenere la nomination sia di 1.991 delegati). A tutto questo, aggiungiamo poi un'ulteriore considerazione: gli Stati che finora hanno posticipato le primarie non dovrebbero riservare grandi sorprese, visto che si tratta di aree che – con ogni probabilità – voteranno nettamente per Biden. E' pur vero che Sanders potrebbe approfittare della dilazione per recuperare. Tuttavia in alcuni territori è veramente difficile una rimonta per il senatore socialista (si pensi soltanto agli Stati meridionali, come Louisiana e Georgia).

Sorprese non sono neppure attese sul fronte repubblicano, dove – quest'anno – le primarie risultano sostanzialmente una formalità: Donald Trump non ha infatti seri avversari nella disfida per la conquista della nomination, per cui è richiesto un quorum di 1.276 delegati. Il presidente in carica risulta già a quota 1.113, mentre il suo sfidante, l'ex governatore Bill Weld, ne ha soltanto uno. Insomma, sul piano politico, la questione delle dilazioni ha un peso abbastanza relativo.

Anche sul fronte dei singoli Stati non si riscontrano generalmente eccessivi problemi: essi detengono di solito infatti ampia autonomia nell'organizzazione e nella gestione delle primarie. Tutto questo, per quanto ci possano magari talvolta essere vincoli alle regole dei partiti. Quest'anno, per esempio, il Partito Democratico ha stabilito che tutte le proprie primarie debbano concludersi non oltre il 9 giugno e che i delegati per la convention di Milwaukee debbano essere selezionati entro il 20 dello stesso mese. In tal senso, gli Stati che non rispettassero la regola potrebbero venire penalizzati con una riduzione dei delegati: è il caso, per esempio, della Louisiana che ha spostato le sue primarie al 20 giugno.

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