Joe Biden (Ansa)
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Biden vince il "super Tuesday"; male Bloomberg. Trump ride

L'ex vicepresidente Usa vince in diversi stati. Bene anche Sanders. Male, malgrado i dollari spesi Bloomberg. E Trump attacca gli avversari su twitter

Il Super Martedì ha emesso la sua sentenza. Ed è a favore di Joe Biden. Dei quattordici Stati che hanno votato ieri sera, l'ex vicepresidente ne ha conquistati nove, aggiudicandosi Alabama, Virginia, North Carolina, Tennessee, Arkansas, Oklahoma, Minnesota, Texas e Massachusetts. Bernie Sanders è invece arrivato secondo, ottenendo la vittoria in quattro Stati: California, Vermont, Utah e Colorado. Si è registrato infine un sostanziale testa a testa tra i due nel Maine.

Pessimo risultato per Mike Bloomberg, rimasto fondamentalmente a bocca asciutta, nonostante le ingenti risorse economiche profuse per finanziare spot elettorali. L'ex sindaco di New York aveva deciso di non partecipare ai primi quattro appuntamenti del mese di febbraio, concentrando i suoi sforzi proprio sul Super Martedì, in cui sperava di ottenere un buon risultato in California e – soprattutto – sottrarre a Biden il fondamentale sostegno del voto afroamericano. Una strategia rivelatasi tuttavia fallimentare: non solo – nel cosiddetto Golden State – si è dovuto accontentare del terzo posto, ma negli Stati meridionali – ricchi di elettori neri – è stato fondamentalmente surclassato: si pensi soltanto che in North Carolina, dove aveva sborsato ben 17 milioni di dollari in spot televisivi, si sia dovuto accontentare della "medaglia di bronzo" con un modesto 13% nei consensi.



Secondo Cnn, l'ex sindaco non sarebbe affatto soddisfatto del risultato e avrebbe già dato ordine di imprimere drastici cambiamenti alla propria campagna elettorale. Sono tuttavia iniziate a circolare voci, secondo cui starebbe seriamente pensando a un ritiro. Terribile serata anche per Elizabeth Warren, che non soltanto è risultata sconfitta nel suo Stato di nascita (l'Oklahoma) ma anche in quello di cui è attualmente senatrice (il Massachusetts). Non ha ovviamente perso tempo Donald Trump, che – dopo aver fatto incetta di delegati repubblicani ieri sera – si è divertito a dileggiare proprio Bloomberg e la Warren su Twitter, dipingendoli come i grandi sconfitti del Super Martedì.



"Elizabeth Pocahontas Warren è stata, oltre al piccolo Mike, la perdente di questa notte. Non si è nemmeno avvicinata alla conquista del suo Stato del Massachusetts. Bene, ora può semplicemente sedersi con suo marito e bere una bella birra fredda!", ha scritto. Riferendosi all'ex sindaco di New York, il presidente americano ha inoltre infierito, parlando sarcasticamente di "completa distruzione della sua reputazione".



In tutto questo, Joe Biden è rientrato decisamente in pista e – sfruttando il buon risultato conseguito sabato scorso in South Carolina – è riuscito a conquistare la maggior parte delle aree che hanno votato ieri. Un risultato decisamente positivo, anche se parzialmente annunciato. Con la sua netta affermazione nel cosiddetto Palmetto State, l'ex vicepresidente aveva confermato la propria leadership nel voto afroamericano, deludendo già sabato le ambizioni di Bloomberg che quel voto notoriamente cercava di sottrargli. In questo senso, era prevedibile che Biden riuscisse a fare incetta di Stati meridionali, come l'Alabama e il Tennessee: aree, in cui gli elettori neri svolgono storicamente un ruolo a dir poco dirimente. E' del resto con questa nettissima serie di vittorie a Sud che l'ex vicepresidente ha ormai consolidato la propria preminenza in seno al campo moderato, riuscendo a respingere (forse definitivamente) l'Opa lanciata dall'ex sindaco di New York su quell'area elettorale.

Dove Biden ha, per così dire, parzialmente stupito è in alcune importanti vittorie conseguite ieri negli Stati più a Nord: soprattutto in Massachusetts, dove i sondaggi della vigilia avevano dato un testa a testa tra Sanders e la Warren. Un Massachusetts, in cui il senatore socialista aveva già trovato la sconfitta nel Super Martedì del 2016, per quanto di misura più lieve. Sotto questo aspetto, non bisogna trascurare che l'ex vicepresidente abbia potuto far leva anche sul ritiro – avvenuto negli ultimissimi giorni – di vari suoi concorrenti nella guida del fronte moderato: stiamo parlando di Pete Buttigieg, Amy Klobuchar e Tom Steyer. Segno di come l'establishment del Partito Democratico si stia muovendo per compattare tutte le proprie forze a sostegno di Biden e sbarrare così il passo a Sanders nella corsa verso la nomination. E' del resto in questo senso che sia Buttigieg che la Klobuchar hanno già pronunciato il proprio endorsement a favore dell'ex vicepresidente. Quella stessa Klobuchar che – ritiratasi l'altro ieri – i sondaggi davano in testa in Minnesota: Stato di cui è senatrice.

Bisogna comunque fare attenzione. Se nessuno può dubitare del successo di Biden al Super Martedì, bisogna anche sottolineare alcune incognite che continuano a stagliarsi sulla sua candidatura. Cominciamo col dire che i risultati di ieri sera mostrano la persistente presenza di un elettorato centrista che non sembra avere in simpatia l'ex vicepresidente, considerandolo troppo vicino all'establishment di Washington: un elettorato che prima votava Steyer, Buttigieg e la Klobuchar e che adesso pare – almeno in parte – aver virato su Bloomberg. Per quanto infatti l'ex sindaco di New York sia andato male, ha comunque conquistato una media del 14% dei consensi: un bacino non smisurato ma ciononostante significativo, che non è detto accetterà mai di convogliare definitivamente sull'ex vicepresidente. In secondo luogo, torniamo a sottolineare che il trionfo di Biden si sia verificato principalmente negli Stati meridionali, dove era chiaro che Sanders nutrisse ben poche speranze. Il senatore del Vermont non è mai stato granché digerito dall'elettorato afroamericano. E, non a caso, anche nel Super Martedì del 2016 riscontrò in queste aree dei risultati particolarmente negativi, contrariamente a una Hillary Clinton che stravinse in Alabama, Tennessee, Georgia e Texas.

E proprio il Texas costituisce uno Stato di particolare interesse nelle consultazioni elettorali di ieri. Essendo un'area ricca di elettori ispanici, i sondaggi prevedevano in loco una vittoria di Sanders che – rispetto a quattro anni fa – sembra oggi finalmente riuscito a conquistare il sostegno dei latinos: non dimentichiamo che, nell'ultimo caucus del Nevada, il senatore socialista si fosse mostrato capace di ottenere il 53% dei voti ispanici. Le cose sono andate invece diversamente. L'appoggio dei latinos non è bastato e la Stella Solitaria ha decretato un sostanziale testa a testa, conferendo tuttavia un lieve vantaggio a Biden. L'onta per Sanders non è piccola, perché la sconfitta – seppure di misura – in Texas ha mostrato una decisa capacità di rimonta da parte dell'ex vicepresidente. Ciò detto, bisogna guardare alla situazione nella sua complessità. Nel 2016, Sanders in Texas era arrivato secondo con circa trenta punti di distanza, rispetto a Hillary Clinton. Senza inoltre considerare che ieri Bloomberg in loco abbia raccolto circa il 16% dei consensi: un fattore che conferma la presenza di un'area centrista che non si fida di Biden. C'è da dire comunque che anche l'elettorato della Warren prima o poi dovrà prevedibilmente decidere su chi convogliare (visto che ormai per la senatrice si profilano ben magre speranze elettorali). Più netto e positivo per Sanders si è invece rivelato ieri il risultato in California: lo Stato più popoloso e conseguentemente più ricco di delegati. Qui il senatore si è affermato in modo deciso, grazie soprattutto al fondamentale sostegno dell'elettorato ispanico: quella stessa California che lo aveva invece visto soccombere alle primarie democratiche di quattro anni fa contro Hillary Clinton.

E' ovvio che Trump abbia sulla carta tutto da guadagnare dai risultati di questo Super Martedì. La sua speranza è che, nel prosieguo della campagna elettorale, Biden e Sanders si indeboliscano vicendevolmente, in una faida che contribuisca a spaccare ancora di più il Partito Democratico. Non è comunque escludibile che, alla fine, l'inquilino della Casa Bianca auspichi una vittoria di Biden alle primarie. Avere contro l'ex vicepresidente a novembre, garantirebbe a Trump di rispolverare la sua tradizionale carica antisistema, come ai tempi di Hillary. E gli consentirebbe anche di risultare attrattivo per quelle quote di sandersiani che non voterebbero mai un candidato come Biden (non dimentichiamo infatti che, nel 2016, alcuni elettori del senatore socialista in Michigan e Wisconsin abbiano alla fine votato per Trump contro l'ex first lady). Anche perché non è affatto detto che le manovre dell'establishment dem per sostenere l'ascesa dell'ex vicepresidente non possano alla fine rivelarsi un clamoroso boomerang in vista del voto novembrino.

Se è dunque vero che si profili un duello tra Biden e Sanders, la strada resta ancora lunga. In primo luogo, bisognerà capire che cosa decideranno di fare Bloomberg e la Warren. In secondo luogo, sarà necessario attendere che si esprimano – nelle prossime settimane – i fondamentali Stati della Rust Belt: Stati ricchi di operai bianchi, su cui il senatore del Vermont sta puntando moltissimo. In terzo luogo, il Super Martedì di ieri testimonia il permanere di una profondissima frattura in seno all'asinello. Una frattura che non è detto riesca a ricomporsi. E, per i democratici, l'incubo di una contested convention resta al momento un'ipotesi concreta.

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