Biden surclassa Sanders. Sarà lui a sfidare Trump
Ansa, Epa, Jim Lo Scalzo
Biden surclassa Sanders. Sarà lui a sfidare Trump
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Biden surclassa Sanders. Sarà lui a sfidare Trump

L'ex vicepresidente sconfigge il senatore socialista. Quasi certo che sarà lui a sfidare Trump nelle Presidenziali Usa di novembre. Con un nuovo nemico alle porte: il coronavirus

Dopo la netta affermazione della settimana scorsa, l'ex vicepresidente americano, Joe Biden, è riuscito a conquistare ieri Mississippi, Michigan, Missouri e Idaho, mentre si registra un sostanziale testa a testa tra i due nello Stato di Washington. Brutte notizie per Bernie Sanders. Nel cosiddetto "mini Super Martedì" di ieri sera, il senatore del Vermont ha rimediato un ben magro risultato: magro risultato che adesso mette una serissima incognita sulla sua corsa verso la nomination democratica. L'unica area in cui il senatore socialista dovrebbe quasi certamente spuntarla è il North Dakota. Si tratta di un risultato drammatico per Sanders, che – alle primarie democratiche del 2016 – aveva invece vinto in Idaho, Washington e – soprattutto – Michigan.

Del resto, proprio la sua sconfitta in Michigan segna il fondamentale spartiacque di questa tornata elettorale: il cosiddetto Wolverine State è risultata infatti la prima area della Rust Belt ad esprimersi nelle attuali primarie. Trattandosi di un territorio ricco di colletti blu impoveriti ha costantemente rappresentato una sorta di feudo elettorale per il senatore del Vermont che – quattro anni fa – era riuscito a strappare il territorio a Hillary Clinton (per quanto con uno scarto di appena l'1%). Quest'anno il Michigan costituiva quindi uno snodo fondamentale per Sanders, che ha sempre fatto della rappresentanza degli operai bianchi il proprio fiore all'occhiello: è esattamente in questo senso che – negli ultimi giorni – era tornato a sottolineare la sua linea tendenzialmente protezionista in materia di commercio internazionale. Il Michigan gli ha tuttavia voltato pesantemente le spalle. Non solo il senatore non è riuscito a spuntarla come quattro anni fa, ma ha anche perso malamente: Biden ha infatti ottenuto in loco il 53% dei consensi, a fronte dell'esangue 37% racimolato dal senatore socialista.

Con questa netta vittoria, l'ex vicepresidente è stato in grado di raggiungere svariati risultati. In primo luogo, si è dimostrato capace di risultare attrattivo per quote elettorali trasversali (dagli afroamericani degli Stati meridionali ai colletti blu bianchi del Nord). In secondo luogo, ha sferrato un colpo potenzialmente mortale al senatore socialista: non solo gli ha sottratto parte cospicua della sua storica base elettorale ma ha decisamente rafforzato il proprio serbatoio in termini di delegati. In terzo luogo, Biden si è nettamente affermato in un'area – il Michigan – che alle presidenziali del 2016 si rivelò assolutamente decisiva per portare Donald Trump alla Casa Bianca: un elemento che, nel processo delle primarie, rafforza quindi ulteriormente la posizione dell'ex vicepresidente agli occhi dell'elettorato democratico. Biden, insomma, corre a grandi passi verso la nomination, anche perché sarà particolarmente difficile per Sanders recuperare. Basti pensare che, la settimana prossima, si voterà in Florida, Ohio, Illinois e Arizona: Stati in cui il senatore del Vermont ha ben poca possibilità di ottenere una vittoria (soprattutto in Florida, dove risulta particolarmente impopolare). Negli ultimi giorni, Biden ha d'altronde potuto far leva sull'elevato numero di endorsement ricevuti, soprattutto da parte di suoi ex rivali alla nomination: si pensi soltanto al senatore del New Jersey, Cory Booker, o alla senatrice californiana Kamala Harris (quella stessa Kamala Harris che – ricordiamolo – aveva in estate accusato Biden di trascorsa connivenza con il segregazionismo razziale). L'apparato del Partito Democratico ha quindi serrato i ranghi attorno all'ex vicepresidente, perseguendo – soprattutto nelle ultime settimane – un'efficace campagna di ostracismo contro Sanders, dipinto come un radicale senza speranza di battere Trump a novembre.

In questo quadro, restano comunque delle incognite. Innanzitutto non è affatto scontato che gli elettori sandersiani accetteranno di compattarsi dietro a Biden: non a caso, Trump li sta già corteggiando da giorni, visto che – nel 2016 – molti di costoro alla fine votarono proprio per lui nella disfida per la Casa Bianca (soprattutto in Pennsylvania e Michigan). L'ex vicepresidente farà dunque non poca fatica a tenere unito il partito. Trump, dal canto suo, può invece adesso rinverdire il suo classico messaggio antisistema, bersagliando Biden come fece con Hillary quattro anni fa. Tra l'altro, dobbiamo anche sottolineare che l'ex vicepresidente – la scorsa settimana – abbia ottenuto l'endorsement di Mike Bloomberg, ritiratosi dopo i pessimi risultati conseguiti al Super Martedì. Ecco: proprio un tale endorsement potrebbe alla fine rivelarsi un'arma a doppio taglio e mettere Biden ulteriormente in cattiva luce agli occhi dell'elettorato di sinistra (che non ha mai mostrato di nutrire eccessive simpatie verso un multimiliardario come Bloomberg). In secondo luogo, bisogna fare attenzione ai precedenti storici: alle primarie democratiche del 2004, l'allora senatore del Massachusetts John Kerry – grazie all'appoggio dell'establishment del partito – surclassò i suoi rivali, arrivando addirittura a blindare la nomination già nel mese di marzo: peccato tuttavia per lui che, alle presidenziali di quell'anno, venne battuto dal presidente in carica, il repubblicano George W. Bush.

Insomma, non è affatto detto che Trump sia troppo preoccupato di avere Biden come rivale a novembre. Semmai il grande cruccio dell'inquilino della Casa Bianca oggi si chiama "coronavirus": la vera incognita delle presidenziali di quest'anno. Con mille casi di contagio raggiunti ieri sera, bisognerà adesso innanzitutto capire come l'amministrazione americana gestirà la crisi dal punto di vista tecnico-sanitario. La scorsa settimana, Trump ha siglato una legge che prevede lo stanziamento di 8,3 miliardi di dollari per il contrasto al virus. La nomina del vicepresidente, Mike Pence, a coordinatore della lotta al morbo ha comunque suscitato dure polemiche da parte dei democratici, mentre Trump è spesso accusato di non considerare seriamente il problema. Anche per questo, il presidente ha innestato recentemente nel team di crisi diverse figure dal profilo maggiormente tecnico: si pensi solo all'ambasciatrice Debbie Birx, esperta nel contrasto all'aids. In secondo luogo, la Casa Bianca teme impatti negativi sull'economia: un elemento che potrebbe mettere seriamente a rischio le speranze che Trump ha di essere riconfermato. In questo senso, il presidente ha chiesto alla Federal Reserve un vigoroso taglio dei tassi, proponendo poi – nelle scorse ore – un piano economico anti-recessione: sgravi fiscali sui salari, investimenti in infrastrutture e ferie retribuite per i dipendenti meno tutelati. Insomma, la situazione per ora resta incerta. Ma Trump sa che è probabilmente sul coronavirus che si giocherà il suo futuro politico.

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