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L'Europa divisa davanti alla sfida del 5G cinese

Il caso Huawei conferma l'assenza di visione e politica comune nel Vecchio Continente. Paesi in ordine sparso davanti alla partita economica, politica e tecnologica più importante

Il Vecchio Continente fatica a trovare una linea unitaria sulla delicata questione del 5G. Se il Regno Unito ha optato per la messa al bando di Huawei, all'interno dell'Unione europea la situazione appare particolarmente frastagliata. Pur avendo introdotto alcune restrizioni, la Francia non ha intenzione di escludere alcun operatore, mentre in Germania il gigante tedesco Deutsche Telekom avrebbe addirittura rafforzato la propria partnership strategica con Huawei l'anno scorso. Pur con sfumature differenti, Parigi e Berlino hanno quindi scelto la linea morbida con i cinesi. Una linea morbida che – con pochi distinguo – viene fatta propria anche da Spagna e Austria.

Nettamente contraria si sta invece mostrando la Polonia, che – su questo dossier – si è schierata a fianco degli Stati Uniti. L'Italia per il momento tentenna, nonostante non siano certo un mistero le simpatie che ampi settori della maggioranza giallorossa nutrono verso la Repubblica Popolare. E' anche in questo senso che, martedì scorso, Huawei ha cercato di mettere sotto pressione il nostro esecutivo, dichiarando di aspettarsi "che il governo italiano prosegua il suo processo di digitalizzazione sulla base di criteri di sicurezza obiettivi, indipendenti e trasparenti per tutti i fornitori, preservando la diversità e la concorrenza nel mercato".

EUROPA SPACCATA SUL DOSSIER HUAWEI

Insomma, la complicata geografia sul dossier Huawei riflette – sul piano geopolitico – la profonda spaccatura dei Paesi europei in materia di rapporti con la Cina. Non è del resto un mistero che, tra i principali sostenitori della linea morbida con Pechino, compaia proprio la Germania: Berlino non ha al momento alcuna intenzione di appoggiare la prospettiva battagliera americana e vuole preservare le proprie relazioni con la Repubblica Popolare (sia sul fronte delle telecomunicazioni che su quello commerciale). E' anche in questo senso che, poche settimane fa, l'esecutivo tedesco ha respinto l'idea, avanzata da Donald Trump, di rinnovare il formato del G7, aprendolo a Paesi mossi attualmente da decisi sentimenti anticinesi (come India, Corea del Sud e Australia). Una posizione, quella della Germania, condivisa – guarda caso – dalla stessa Commissione europea. Si tratta comunque di una partita spinosa per la cancelliera, Angela Merkel, che – all'interno della Cdu – sta fronteggiando da mesi ambienti che – sul dossier Huawei – condividono le preoccupazioni americane in materia di sicurezza.

Dal canto suo, Parigi mantiene, sì, una posizione più ambigua verso il colosso cinese. Ma non sembra comunque intenzionata ad allinearsi graniticamente con Washington sul tema: senza poi contare che, negli ultimi giorni, tra Stati Uniti e Francia sia tornata a salire la tensione sulla questione della digital tax. Non è quindi escludibile che, come ripicca, Emmanuel Macron possa mostrarsi ulteriormente indulgente nei confronti di Huawei. A guidare il fronte anticinese sul 5G in Europa resta invece la Polonia di Andrzej Duda: quella Polonia che non ha mai nascosto di nutrire una profonda convergenza con l'amministrazione Trump. In tal senso, la recente rielezione del presidente polacco lascia chiaramente intendere che Varsavia proseguirà su questa linea. Al contrario, nonostante la simpatia nutrita per Viktor Orban, la Casa Bianca non può fare affidamento sull'Ungheria, che – lo scorso novembre – ha dichiarato di non considerare Huawei una minaccia per la sicurezza nazionale.

LA POSIZIONE DEL GOVERNO ITALIANO

In Italia, il governo sembra al momento spaccato. Da una parte, il Movimento 5 Stelle tende a mantenersi vicino alle posizioni di Pechino. Dall'altra, alcuni esponenti del Partito Democratico, a partire dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini, spingerebbero per una linea guardinga nei confronti del colosso cinese. A complicare la situazione, sono poi i mal di pancia che circolano nella stessa area grillina (visto che, secondo indiscrezioni, Luigi Di Maio sarebbe intenzionato a riposizionarsi sul fronte internazionale). Al netto delle divisioni interne, l'esecutivo parrebbe comunque propenso a chiedere delle forti restrizioni per gli operatori non europei. Del resto, che Washington stia cercando di esercitare pressioni su Roma è testimoniato dal fatto che – come riportato da Agenzia Nova – il consigliere diplomatico di Giuseppe Conte, Pietro Benassi, ha incontrato martedì il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Robert O'Brien, per discutere – tra le altre cose – di Cina e 5G.

Dura verso Pechino si mostra intanto la Lega, con il vicepresidente della Commissione Esteri alla Camera, Paolo Formentini, che ha dichiarato a Panorama: "Non ci può essere concorrenza e libertà se si consegnano i nostri dati, adottando il 5G cinese, al regime comunista di Pechino. La Lega fa appello ancora una volta al governo perché non rinneghi l'appartenenza del nostro Paese al mondo libero, alle democrazie, alla Nato. No", ha proseguito Formentini, "ad un'Italia sinizzata senza più diritti e libertà, governata da task force, a colpi di Dpcm, negando il ruolo costituzionalmente attribuito al parlamento. No ad ultimatum: il nostro baricentro geopolitico resta l'alleanza con gli Stati Uniti, l'orgogliosa appartenenza alla Nato".

EUROPA E STATI UNITI ALLO SCONTRO?

E proprio il rapporto con gli Stati Uniti costituisce il principale problema della questione Huawei. Ben lungi dall'avere una politica estera unitaria, le istituzioni europee si ritrovano a seguire sulla Cina gli interessi geopolitici e commerciali di Berlino. Il che determinerà prevedibilmente un'ulteriore fase di turbolenza tra Bruxelles e Washington. Per limitarci al dossier Huawei, è chiaro che gli Stati Uniti stiano cercando di far leva sulla Polonia e (in parte) sull'Italia, per contrastare la linea filocinese della Germania. Tutto questo, mentre la Casa Bianca mira a giocare di sponda con Londra. Restano tuttavia alcuni punti interrogativi. In primo luogo, sarà necessario capire se – nei prossimi mesi – Roma si mostrerà coerente nel mantenere una postura più guardinga verso Pechino: un tema delicato, anche perché chiama direttamente in causa la tenuta della maggioranza giallorossa.

In secondo luogo, sarà interessante capire anche come si evolverà la convergenza tra Washington e Londra: nonostante in apparenza le due capitali sembrino aver trovato una linea comune, va tenuto presente che – nelle scorse ore – il ministro della Sanità britannico, Matt Hancock, ha voluto precisare che il bando di Huawei non sia frutto di una pressione americana, prendendo così le distanze dal trionfalismo di Mike Pompeo e dello stesso Trump. Resta sul tavolo tuttavia la questione Brexit. E Downing Street sa di avere estrema necessità della sponda statunitense nelle trattative con Bruxelles. Ragion per cui, è possibile che Londra abbia alla fine "ceduto" su Huawei anche per questa ragione.

Certo: sia per il Regno Unito che per l'Unione europea all'orizzonte si staglia l'incognita delle presidenziali americane di novembre. Incognita che si accompagna a una domanda: un'eventuale amministrazione Biden continuerà a mantenere la linea dura di Trump verso la Cina? A prima vista, parrebbe di sì, visto che il candidato democratico nel suo programma economico ha attaccato Pechino, mostrando tra l'altro interesse per la questione 5G. Ma, guardando con attenzione, non è affatto scontato che a questa retorica roboante corrisponderanno eventualmente fatti concreti.

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