Dai marxisti al marziano
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Dai marxisti al marziano

Matteo Renzi ha davanti un compito difficile. Ma intanto, vincendo la segreteria del Pd, è riuscito (forse) a chiudere per sempre i conti con gli eredi del comunismo italiano. Non è proprio una Bad Godesberg, però...

Il primo risultato della vittoria di Matteo Renzi riguarda Silvio Berlusconi, che per lui ha un debole antico: d’ora in poi non potrà più chiamare il Partito democratico covo di quei comunisti che hanno commesso le infamie peggiori della storia. La notte stessa della sua clamorosa vittoria, Matteo è stato promosso dal Cavaliere al rango di «socialdemocratico riformista».

I socialisti tedeschi abiurarono dal marxismo a Bad Godesberg nel 1959. I socialisti italiani ci arrivarono con Bettino Craxi nel 1977-78 riscoprendo Pierre-Joseph Proudhon, un filosofo libertario, mutualista e anarchico. I comunisti italiani l’hanno fatto (e non tutti) passo dopo passo, senza mai creare traumi ideologici dopo quello di Achille Occhetto alla Bolognina nell’89, che ridusse, senza eliminarlo, il simbolo del Pci accanto alla Quercia.
Ma la vera Bad Godesberg italiana sta a Firenze. Il Willy Brandt italiano, nel 1959 borgomastro di Berlino, si chiama Matteo Renzi. Che ovviamente deve mangiare ancora tante patate, come si dice dalle mie parti, per assomigliare pallidamente al gigante berlinese. È un fatto, comunque, che il nuovo segretario del Pd arriva «dalla fine del mondo», se non geograficamente come Papa Francesco, certamente nell’ideologia.

Non ha fatto in tempo a diventare democristiano come i genitori, perché quando è uscito dal guscio familiare per avvicinarsi alla politica c’erano già i «comitati per Romano Prodi». Ma se consideriamo quelle di Dario Franceschini (democristiano) e di Guglielmo Epifani (socialista) soltanto delle parentesi di transizione, quali in effetti sono state, Renzi è il primo segretario non comunista del maggiore partito italiano postcomunista. Ha promesso molto, ma se fa soltanto le tre o quattro cose principali avremo in Italia davvero una rivoluzione.

A trent’anni esatti dalla prima bicamerale presieduta dal gentiluomo liberale Aldo Bozzi (zio dell’avvocato che ha fatto e appena vinto il ricorso alla Consulta sulla legge elettorale), forse stavolta avremo davvero una nuova Costituzione. Se Renzi riuscisse ad azzerare i senatori eletti sostituendoli con rappresentanti delle regioni e con sindaci che vengano a Roma una volta alla settimana senza retribuzione aggiuntiva, avrebbe fatto il colpo del secolo.
La sua elezione imprimerà probabilmente un’accelerazione anche alla legge elettorale, ma guai se il mondo politico desse l’impressione di concentrarsi soltanto sulle pur decisive riforme di sistema. Il Paese è diviso tra milioni di disperati, milioni di precari, milioni di insicuri del proprio futuro e di quello dei propri figli. Di qui la necessità che Matteo Renzi, Angelino Alfano, Mario Monti e la coppia Pier Ferdinando Casini-Mario Mauro scrivano con Enrico Letta un «patto tedesco» che faccia in un anno quel che abitualmente richiede una legislatura.

Renzi dovrà dare a Letta la spinta ad agire con l’Europa in maniera assai piu energica di quanto non abbia fatto finora. Un padre di famiglia che ha figli affamati non può accontentarsi di una manciata di salatini. Non sarà un lavoro facile, perché i socialdemocratici tedeschi stanno influendo pochissimo sull’allentamento del rigore di Angela Merkel. Ma è un lavoro indispensabile se si vuole evitare che la «marcia dei forconi» che si è scatenata il 9 dicembre, proprio all’indomani della vittoria di Renzi, diventi una «marcia su Roma».

Noi abbiamo fatto i «compiti a casa» con un devastante rigore fiscale e sociale. Dobbiamo completarli riformulando la politica sul lavoro. Questo è lo scoglio decisivo sul quale si misurerà la vera forza di Renzi. Finora i leader delle varie declinazioni postcomuniste non hanno mai osato sfidare la Cgil e la sua visione monoculare in favore dei già garantiti. Renzi l’ha fatto nella sua campagna elettorale. Oggi ha gli strumenti politici per continuare. Avrà Susanna Camusso, segretario della Cgil, il coraggio di mobilitare contro il neosegretario del Pd le piazze che i suoi predecessori mobilitarono contro Berlusconi? L’altra battaglia decisiva di Renzi è quella contro la burocrazia. Nessuno aveva mai attaccato frontalmente come lui i veri centri di potere, quelli dei capi di gabinetto e dei direttori generali. Qui solo una riforma legislativa, fatta magari per decreto legge, può disboscare una volta per tutte il groviglio dei permessi e delle eterne conferenze di servizio che paralizzano il Paese e scoraggiano gli investitori.

Fermiamoci qui, che già ce ne sarebbe per rivoltare l’Italia. Renzi ha formato una segreteria di giovani marziani ed è entrato in via del Nazareno con un senso di estraneità perfino maggiore di quella di Francesco in Vaticano. Ora che la festa è finita e che cominciano i problemi, vedremo se il ragazzo iPhone dipendente come tutti i suoi coetanei saprà trasmettere all’Italia i «post» di concretezza che ci si aspetta da lui.

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