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D'Alema come Gheddafi: linciato senza (meritare) pietà

Il tramonto del Lìder Maximo ricorda la parabola del Colonnello che ha combattuto (invano) fino all'ultimo. Per non rinunciare a nulla

C’è qualcosa di malinconico nel tramonto del Lìder Maximo. Ma anche di liberatorio. Fa pena vedere Massimo D’Alema a “8 e mezzo” che continua ad avere quella sua inossidabile aria di superiorità totalmente fuori tempo e fuori dal mondo. Come se non fosse successo nulla. Come se non si fosse abbattuto sul Partito Democratico (ex Pci, Pds, Ds…) il ciclone di Matteo Renzi, il sindaco rottamatore forte della sua appartenenza generazionale a tutto un altro orizzonte (senza radici del vecchio Pci e nelle immagini color seppia degli “anni di piombo”), forte anche di un messaggio e di una mano tesi senza complessi a tutti al di sopra del filo spinato dei muri tra destra e sinistra. È successo qualcosa che persino la siderale intelligenza e astuzia di D’Alema non sono riuscite a comprendere fino in fondo. Così D’Alema è realmente quel pupazzo steso a terra sotto le ruote del camper di Matteo. Indipendentemente dai meriti personali, Renzi è diventato il simbolo di un rinnovamento necessario, lungamente atteso. E la traiettoria di D’Alema & Co. è percepita come una parabola precipitosamente discendente.

Il mondo è cambiato lentamente, gradualmente, ma la rapidità con la quale il cambiamento si è rivelato e sta travolgendo la vecchia classe dirigente ha spazzato e spiazzato D’Alema, che sembra l’ultimo a essersene accorto. O, peggio, se n’è accorto e non vuole accettarlo. Che è poi il modo peggiore d’invecchiare. Con il capriccio dell’arroganza, uno dei suoi tratti più (o meno) simpatici, l’ex premier ha spiegato a Lilli Gruber che lascerà il seggio libero a Bersani, ma se prevarrà alle primarie Matteo Renzi invece no, combatterà fino all’ultimo sangue.

D’Alema non ci sta a farsi rottamare, semmai si rottama da solo. Peccato che qualcuno lo abbia fatto prima di lui, con eleganza, il rivale di sempre Veltroni. A Massimo non restano molte scelte. Deve prendere atto che l’eventuale richiesta di un’altra deroga alla regola del tetto dei 15 anni (3 legislature) per i parlamentari del PD metterebbe in imbarazzo Bersani. E deve piegare la testa. Rinunciare. Ma lo fa senza la serenità e il sorriso di Veltroni che ha indovinato tempi, gesti, parole e messaggio, annunciando a sorpresa la propria non ricandidatura (e che la serenità di Walter sia solo apparente o reale non importa, sarebbe anche più lodevole se apparente ma indossata con lucidità e astuzia).

D’Alema no, è vittima del proprio carattere, prigioniero della propria storia e ostaggio della propria arroganza. Fantoccio di se stesso. Crede di poter combattere con armi arrugginite una guerra condotta da giovani dotati di un equipaggiamento culturale e tecnologico moderno. Lui, al contrario, con gli appelli di amici imprenditori pubblicati a pagamento sui giornali, o i giochini di vertice nel partito, e le solite alzate di sopracciglio e i sospiri che scandiscono le sue massime. Si può provare pena, avvertire una nota malinconica di fondo, l’eco di un dramma personale. Poi però leggiamo le ricostruzioni (come quelle di Luca Telese su Pubblico) di come D’Alema, da politico spregiudicato, non abbia avuto alcuna pietà né di Natta né di Occhetto e, anzi, di come al momento opportuno abbia approfittato delle defaillance fisiche e politiche dei padri (altro che il semplice opportunismo generazionale di Renzi), e all’improvviso la nostra compassione svanisce.  

D’Alema somiglia sempre di più a Gheddafi. La sua fine è stata feroce. Ma fino all’ultimo è stato un dittatore. Non ha accettato di farsi da parte. Ha resistito nel bunker da vecchio capo-polo senza più un popolo, costretto a pagare i mercenari per difenderlo. Invano. Senza più neanche le amazzoni.

E ha perso male. Linciato. Avrebbe fatto meglio a farsene una ragione. Prima.      

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