Omicidio Yara, quanto valgono le ricerche porno al computer di Bossetti

Per la procura spiegano perché avrebbe ucciso la ragazza. Per la difesa non possono essere ricondotte con certezza al muratore

Killer

Il presunto assassino di Yara Gambirasio, Massimo Giuseppe Bossetti mentre viene portato nella caserma del comando provinciale dei Carabinieri. Bergamo, 16 giugno 2014 – Credits: ANSA /Ufficio Stampa Carabinieri

Carmelo Abbate

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Prima di parlare di quello che c'era dentro il computer di Massimo Bossetti, bisogna partire da questa premessa: la privacy di una persona è sacra, anche quella di un imputato per l'omicidio volontario di una ragazzina.

L'invasione nella sua sfera privata, intima, può essere giustificata soltanto da un interesse superiore ai fini dell'accertamento della verità al processo.

Per la procura di Bergamo, che accusa Massimo Bossetti dell'omicidio a sfondo sessuale della tredicenne Yara Gambirasio, l'attività registrata sul suo computer portatile ha un duplice valore attinente ai fatti che gli vengono contestati.

 

Prima di tutto legittima l'applicazione della misura di custodia cautelare in carcere. Perché, secondo l'accusa, l'uomo che ha lasciato una sua traccia sulle mutandine della ragazzina morta, quattro anni dopo quel tragico evento, e pochi giorni prima di venire arrestato, visitava siti di natura pornografica e faceva delle ricerche esplicite su particolari sessuali associati alla parola “ragazzine".

Da un punto di vista tecnico, questo per la procura è pericolo di reiterazione del reato. Siamo su un terreno puramente oggettivo, l'unico preso in considerazione dai giudici, che a diverse riprese lo hanno fatto proprio quando hanno convalidato e confermato la misura dell'arresto in carcere per l'imputato.

Entrando poi nel merito del processo in corso, quando la procura porta in aula l'elenco specifico dei siti pornografici e le parole precise registrate negli elenchi di ricerca, vuole dimostrare alla corte che l'imputato accusato di aver ucciso una tredicenne in una dinamica ipotizzata a sfondo sessuale, ha un tarlo nella mente: le ragazzine della stessa età di Yara Gambirasio.

L'accusa non raffigura questo elemento con un vero e proprio movente, ma di fatto lo presenta come motivo scatenante per il quale la sera del 26 novembre 2010 le strade lontane di Massimo Bossetti e Yara Gambirasio si sarebbero incrociate.

Per una questione di rispetto nei confronti dell'imputato, non entriamo qui nei dettagli analitici riportati in aula al cospetto della Corte d'assise presieduta dal giudice Antonella Bertoja.

Vogliamo invece soffermarci su un aspetto che riveste un interesse dirimente. Chi ce lo dice con certezza che quella attività al computer possa essere ricondotta proprio a Massimo Bossetti?

Per il suo avvocato difensore Claudio Salvagni, intervistato dalla trasmissione Quarto Grado alla fine dell'udienza di venerdì scorso, "non vi è nessuna certezza circa chi fosse il reale utilizzatore del computer, posto che la famiglia è composta da diversi componenti".

Salvagni dovrà dimostrarlo in aula al momento del controesame dei consulenti tecnici della procura e dell'esame di quelli della difesa, partendo dalla prova depositata dall'accusa e provando a smontarla e ribaltarla. Per essere chiari, non basterà il generico dubbio, ma dovrà fare un passo ulteriore.

La procura non si è limitata a sfogliare le pagine nascoste del computer di Bossetti davanti alla corte, ma ha fornito una sua prova che quell'attività va ricondotta proprio all'imputato.

Il riferimento è alla ricerca con la parola "ragazzine" associata a particolari sessuali, fatta la mattina del 29 maggio 2014 alle ore 9,55. I carabinieri hanno portato in aula, attraverso la presenza sui registri di classe, la prova che i figli del muratore fossero a scuola. Mentre Bossetti quel giorno non si trovava al lavoro, ma a casa in malattia, come da certificato medico.

C'è una possibilità, la moglie Marita, ma prima di arrivare a lei, occorre togliere definitivamente i figli dalla scena. Nel computer portatile non viene registrata alcuna attività che faccia pensare all'utilizzo da parte di bambini o ragazzini. Banalizziamo: la ricerca di un cartone animato, di un gioco. Nulla.

Il fatto che, almeno da un punto di vista oggettivo, i bambini di casa non lo utlizzassero, assegna un certo valore a due elementi evidenziati dai consulenti della procura: il computer era fornito di un software esterno per la cancellazione dell'attività, della cronologia, delle pagine visitate e delle ricerche effettuate. E il browser che andava su Internet aveva una modalità di navigazione anonima. Senza lasciare tracce.

Motivi per i quali, secondo l'accusa, è presumibile che quella estrapolata dai computer di Bossetti possa essere soltanto una piccola parte sopravvissuta all'opera di autocancellazione automatica del sistema. E contesto nel quale la visualizzazione della pagina dal titolo "come rimorchiare una ragazzina in palestra" rischia di pesare come un macigno. 

Rimane il fattore Marita Comi. Nel percorso di attribuzione delle attività digitali a Massimo Bossetti, gli inquirenti partono dall'accesso del 29 maggio e associano tutto il resto facendo leva sul fatto che l'utente del computer fosse unico e aveva il nome "Massimo".

Ma nella famosa mattinata del 29 maggio, ragionando sempre in termini oggettivi, non si può escludere che la moglie fosse in casa e che quelle ricerche siano state fatte da lei o insieme con lei.

Il telefonino della donna quella mattina registra la prima attività alle 11 quando riceve una telefonata e si trova fuori casa, ma tecnicamente non si può escludere che fosse davanti al computer alle 9,55.

C'è da scommettere che sarà una delle domande che le verranno rivolte mercoledì durante la sua testimonianza al processo. E non sarà certo un bel momento per una donna, per una moglie, per una persona che si è trovata suo malgrado scaraventata dentro una storia disumana.

Sotto giuramento, dirà la sua verità. E la sua parola avrà un peso importante.

Perché sarà sicuramente vero quello che dice l'avvocato Salvagni, ovvero che il Tribunale del riesame aveva scritto che "non vi è la certezza che quelle ricerche siano state fatte proprio da Bossetti". Ma lo stesso Riesame, che non aveva a disposizione tutti gli elementi portati ora al processo, chiamato a pronunciarsi soltanto sulla sussistenza dei presupposti per la misura della custodia cautelare, ha più volte sancito che Bossetti doveva stare in carcere.

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