Carmelo Abbate

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Sono passati cinque anni. E come ogni 26 novembre siamo qui a ricordare Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate di Sopra scomparsa all'uscita della palestra e ritrovata senza vita tre mesi dopo nel campo di Chignolo d'Isola.

Il processo in corso a Bergamo, dove l'accusa e la difesa se le stanno suonando di santa ragione, alla fine ci dirà se a ucciderla è stata il muratore Massimo Bossetti.

Nell'attesa del verdetto finale, però, il dibattimento ci sta offrendo tanti piccoli tasselli investigativi che messi insieme ci permettono di trarre le prime conclusioni.

Una su tutte è quella che forse ci fa più male, ovvero che Yara poteva essere salvata.

È una verità dura da accettare, ma è così. Nessuno potrà mai essere incriminato quello che non è stato fatto e che si poteva fare, ma è un dato oggettivo che si è cristallizzato nel processo.

Cristina Cattaneo, dell'istituto di medicina legale di Milano, lo ha detto chiaro nel corso della sua deposizione giurata: Yara è morta nel campo di Chignolo in un arco di tempo che va dalle 4 alle 6 ore successive alla scomparsa, quindi tra le undici e l'una di notte.

La ragazza è stata colpita da un oggetto contundente alla testa, molto probabilmente un sasso, che l'ha tramortita, e poi seviziata e torturata con almeno una quindicina di coltellate, alcune superficiali, altre profonde, come quella che le ha spezzato il polso sinistro.

La morte è sopravvenuta per la debolezza dovuta alle perdite di sangue.

Nelle ore in cui Yara lotta con il suo assassino, il padre Fulvio Gambirasio si presenta alla caserma dei carabinieri di Ponte San Pietro per denunciare la scomparsa della figlia.

Il brigadiere prova a tranquillizzarlo con la storiella dei giovani che a quell'età spesso si allontanano di casa, ma il papà di Yara racconta del carattere e delle abitudini della figlia e insiste: «Ho paura che sia successo qualcosa di brutto».

Sono soltanto le 20,30. Il brigadiere interpella il nucleo investigativo di Bergamo che attiva un sistema di geolocalizzazione del telefonino dal nome Carro.

Secondo Fulvio Gambirasio, emerge che il telefono si trova tra Monza e Novara, ma gli uomini dell'Arma, forti dei limiti oggettivi di un sistema oggi obsoleto che indicava soltanto delle macroaree, dicono che il responso indicava soltanto la zona del nord Italia.

Fatto sta che Yara è in pericolo, ma ancora viva. Eppure nessuno, tranne la sua mamma e il suo papà, quella sera si prende la briga di andarla a cercare.

Nessuna telefonata ai comandi dei vigili urbani, in questura, negli ospedali. Niente. Nessuna macchina dei carabinieri o della polizia esce per fare un giro e provare a cercarla.

Il pubblico ministero di turno alla procura di Bergamo, Giancarlo Mancusi, nonostante la denuncia non apre neppure un fascicolo d'indagine sulla comparsa. Cosa che farà la collega Letizia Ruggeri alle 8 del mattino successivo.

Così, oggi, a distanza di cinque anni da quel 26 novembre 2010, ci restano soltanto diversi se e perchè.

E se avessero creduto al papà? E se non si fossero fatti cullare dall'ipotesi dell'adolescente che scappa a casa dell'amico o dell'amica?

E se qualcuno l'avesse cercata?

Molto probabilmente non l'avrebbe trovata. Ma una cosa è certa: Yara era viva e invocava aiuto. Alla fine si è aggrappata a un ciuffo d'erba.

 

 


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