Cronaca

Violenza domestica: troppe leggi e male applicate

La storia di Amina è uno spaccato dell'assurdità della Giustizia italiana tra un numero assurdo di leggi in contrasto tra loro

San Salvador

Daniela Missaglia

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Aggiungere leggi su leggi serve?
Fu Dio, secondo la dottrina, a stabilire le prime rudimentali regole imponendole nel giardino dell’Eden ad Adamo ed Eva che, fatalmente, le violarono.
Oggi ogni Stato sovrano è retto da reticolati di norme più o meno complesse tant’è che Abramo Lincoln disse: “tre cose formano una nazione: la sua terra, il suo popolo, e le sue leggi”.
Eppure la legge, se disapplicata, non serve a nulla, diventa un vuoto simulacro scritto sui tomi.
Sono dunque convinta che solo il preciso raccordo e coordinamento fra gli organi ed i poteri dello Stato preposti a ridisegnarle, affinarle, applicarle, eseguirle, possa rendere migliore una nazione e la vita concreta dei cittadini.
Ma è proprio qui il punto dolente.

Da un lato la magistratura esercita il proprio ruolo con discrezionalità eccessiva, dall’altro il potere legislativo prolifera norme spesso incoerenti e senza raccordo con le precedenti, dall’altro, ancora, le Forze dell’Ordine vivono la difficoltà di veder frustrati i propri sforzi e non trovano adeguato supporto né dal potere giudiziario né da quello esecutivo.
Esempio illuminante è ciò che succede con la violenza domestica, ambito in cui norme vecchie e nuove stanno facendo da cerchio intorno ad un fenomeno sociale grave ed ingravescente, con conseguente rischio di fallire l’obiettivo di arginarlo.

La difficoltà potrebbe essere superata rovesciando la prassi di confinare in comunità donne e bambini vittime di violenza domestica.
Ragionando al contrario non sarebbe più giusto rinchiudere il violento in apposite comunità, magari impiegandolo in lavori socialmente utili e lasciare nelle loro case le vittime?
Perché costringere chi ha già subito violenza a cambiare le proprie abitudini di vita andando in comunità, sottostando ad altre non meno terribili vicissitudini fatte di colloqui, relazioni dei servizi sociali e tribunali per i minorenni che inevitabilmente verrebbero coinvolti?

Anche a livello economico, mi sembra proprio che il ragionamento al contrario non potrebbe che funzionare.
Amina, per esempio, è l’ultima donna che ho aiutato in questo modo.
Sposata con un connazionale violento e padrone che picchiava lei ed i figli ad ogni piè sospinto: bastava una camicia bianca fra i colorati, una cena non gradita, una telefonata che dava adito a pretestuose scenate di gelosia.
Per anni Amina ha conservato per sé, sul viso e sul corpo, i segni di questa barbarie, vuoi per paura, vuoi per una cultura d’origine remissiva, vuoi per sfiducia, anche perché, la prima ed unica volta che si era recata alla vicina stazione di Polizia, il caso era stato gestito come un normale dissidio fra coniugi e Amina aveva percepito un chiaro ridimensionamento dell’accaduto.
Un giorno però è il figlio più piccolo, vedendo la madre frustata a sangue e strangolata dal padre, a chiamare le Forze dell’Ordine che le consigliano di recarsi al Pronto Soccorso.
I sanitari, ormai preparati a questa piaga, la mettono in contatto con un Centro Antiviolenza che si fa parte diligente di informare la magistratura ed i Servizi Sociali territoriali i quali, come di norma, la mettono in lista d’attesa, con i figli, per entrare in una comunità protetta, sradicandola dall’ambiente domestico.
Il tutto mentre il Pubblico Ministero svolge le indagini ma, in assenza di flagranza, non può emettere provvedimenti cautelari immediati nei confronti dell’orco.

Per strano possa sembrare, è bastato presentare un ordine di protezione alla sezione specializzata di famiglia del Tribunale di Milano e il Giudice, ha disposto l’allontanamento coatto, attraverso le Forze dell’Ordine, del marito violento e l’intimazione al medesimo di non avvicinamento.
Morale?

Le leggi servono solo se applicate in modo coordinato ed intelligente, altrimenti si rivelano solo ‘spot’ controproducenti che attivano iter inutili e farraginosi.
Perché Amina ed i suoi figli avrebbero dovuto riparare in una comunità perdendo l’habitat di vita in favore di chi, con le sue violenze, l’aveva messa in tale condizione?
A che serve l’attivazione disordinata di Servizi Sociali, PM, Tribunale per i Minorenni se ciò che offrono a donne come Amina è una tutela palliativa che, nel solco di tempi lunghi della giustizia, lascia un potenziale carnefice nella propria casa?
A che serve, oggi, la permanenza stessa dei Tribunali per i Minorenni sotto-organico, in un contesto che ha evidenziato la cattiva gestione della giustizia minorile attraverso giudici onorari, servizi sociali, sindaci?

Certi errori, per essere sicuri di non caderci più, bisogna estirparli alla radice attraverso una radicale riforma del diritto di famiglia, non tanto dal punto di vista normativo - le leggi ci sono - ma dell’apparato atto a definire le crisi: sezioni specializzate, iper-specializzate, con magistrati ad hoc appositamente formati e competenti, in ogni Tribunale, abolizione dei giudici minorili e coordinamento molto più stretto con le i giudici penali, le Forze dell’Ordine, i centri anti-violenza, i presidi ospedalieri, liste di avvocati d’ufficio iscritti in un apposito albo con competenze peculiari di diritto di famiglia.

E possibilmente i violenti, quelli sì, nelle comunità: c’è così tanto bisogno di manovalanza.
Loro devono rimediare, riparare, impegnarsi, non solo psicologicamente, ma facendo fatica fisica e lavori pesanti, che ormai non vuole fare più nessuno, che li ridimensionino nel loro potente ego che nasconde solo fragilità e meschinità.
Così si salva Amina e tutte coloro che vivono e vivranno la sua situazione, con buona pace della Commissione bilancio che anziché stanziare ulteriori fondi per supportare le nuove leggi anti violenza ne trarrebbe solo beneficio.

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