Paita
Cronaca

Alluvione di Genova, tutte le colpe di Paita

Mancato allarme, sala operativa chiusa, soccorsi in ritardo. La candidata Pd in Liguria inchiodata da nuove accuse

Il volto scavato, la giacca nera sulla camicetta bianca, la frangetta in ordine: dopo quattro ore davanti ai magistrati della Procura di Genova, il 21 aprile Raffaella Paita è consunta ma non doma. Davanti ai giornalisti, radunati per un’insolita conferenza stampa post-interrogatorio, simula audacia. La sua difesa, reiterata negli ultimi giorni, si condensa in tre parole: «Io cosa c’entro?».

Le accuse da schivare sono dolorose, soprattutto per lei, candidata di Matteo Renzi alla presidenza della Liguria: concorso in omicidio e disastro colposo nell’alluvione del 9 ottobre 2014. Genova di nuovo sott’acqua. E un uomo fatalmente travolto dalla piena: l’infermiere Antonio Campanella. Paita, all’epoca, è assessore regionale alle Infrastrutture e alla Protezione civile. A lei «competeva la responsabilità amministrativa, organizzativa e gestionale dell’emergenza» scrivono i pm nell’avviso di garanzia inviato il 15 aprile 2015 all’aspirante governatrice. Gli stessi reati sono contestati a Gabriella Minervini, ex responsabile della Protezione civile regionale.

«Io cosa c’entro?» continua a ripetere Paita. Le sue responsabilità politiche sono già state state tratteggiate da Panorama una settimana fa. Mentre Genova affogava, l’assessore era impegnata nella sua campagna elettorale per le primarie, poi vinte a gennaio del 2015. E adesso escono anche i tweet, corredati di foto, inviati da Paita proprio quel 9 ottobre. Nel pomeriggio scrive: «Loano: incontro con i comitati. Grazie a Rita Olivari (sindaco della citta, ndr), Giulia Stella (segretario dei pensionati della Cgil nel savonese, ndr) e a tutti! Dopo Finale Ligure! ».

 

La sera stessa, in piena emergenza maltempo, l’altro tweet: «Bell’incontro a Finale Ligure. Tanti amministratori e sostenitori. Grazie ai comitati per l’organizzazione!». Ulteriori testimonianze di una giornata passata su e giù per la riviera di Ponente: tra aperitivi, dibattiti e comizi. Cominciata nel primo pomeriggio, alle 15,30, con una visita alla Piaggio di Villanova d’Albenga. E terminata alle 22,30 ai «Bagni Boncardo» di Finale Ligure, a un’ora di macchina dal capoluogo, con un brindisi benaugurante.

La disattenzione però non sarebbe stata solo inopportuna. Per la Procura di Genova, Paita, da assessore alla Protezione civile, si sarebbe dovuta adoperare per evitare la catastrofe. Tecnicismi a parte, le accuse dei pm si riassumono in un sostantivo: inerzia. Una convinzione a cui i magistrati sono arrivati dopo sei mesi di indagini: centinaia di interrogatori, la consulenza del geologo Alfonso Bellini, tabulati telefonici, accertamenti tecnici e legislativi.

Michele Di Lecce, il capo della Procura genovese, è un uomo di mezzi sorrisi e poche parole. Seduto dietro un’ampia scrivania, al nono piano del palazzo di Giustizia, osserva l’interlocutore con pazienza, rigirandosi gli occhiali tra le mani. «La protezione civile regionale è una piramide» spiega senza fare nomi. «Al vertice c’è l’assessore, delegato dal presidente della giunta. Questo è il piano politico. Poi c’è quello tecnico, guidato da un dirigente. I due livelli si devono fondere: per mettere la Protezione civile in condizione di affrontare al meglio le emergenze. Ecco, noi contestiamo all’assessore e al dirigente la mancata cooperazione. Difatti sono indagate in concorso».

Da questa didascalica spiegazione, Paita svicola polemicamente: «Diramare l’allerta non era compito mio, ma dei tecnici». La Procura però non contesta il provvedimento formale. In mancanza di allerta, bisognava dare l’allarme: prepararsi a un’emergenza annunciata e condividere scelte organizzative per limitare i danni ed evitare la morte di una persona.

Gli strumenti c’erano. L’8 ottobre 2015 Arpal, l’Agenzia regionale per l’ambiente, diffonde previsioni funeste per il giorno seguente. La simbologia è chiara: triangolino nero con punto esclamativo. In appendice, il chiarimento: «Elevata probabilità di temporali forti organizzati in strutture temporalesche estese»; «effetti al suolo diffusi»; «pericolosità per l’incolumità delle persone e dei beni».

 

È da questi avvisi, precisi e allarmati, che comincerebbero le responsabilità del dirigente e dell’assessore. Di concerto, per esempio, avrebbero potuto prevedere l’apertura della sala operativa della Protezione civile regionale il giorno seguente. Che invece viene allestita solo dopo lo straripamento del Bisagno. Al contrario, la sala emergenze del Comune è già attiva dal giorno prima. La scelta è dei tecnici, in concerto con l’assessore ai Lavori pubblici e alla Protezione civile di Genova, Gianni Crivello. Il 9 ottobre 2014 il servizio comincia alle 7 del mattino. Si interrompe alle 19. E riprende alle 22,48, prima dell’esondazione. Più in generale: la macchina regionale annaspa, mentre quella comunale si rivela più attenta ed efficiente. Una discrepanza che, sostengono i magistrati, fa emergere l’inattività di Paita e Minervini.

Alle 10 del mattino il Comune ha già attivato pannelli luminosi in tutta la città, corredati dal testo: «Oggi forti rovesci anche temporaleschi». Un’ora dopo, i tecnici fanno il punto con Crivello. Poco più tardi sono allertate le scuole. E un nuovo messaggio appare sui pannelli: «Forte temporale in atto. Massima cautela». Alle 12,30 è attivato un numero verde, mentre continuano i contatti con gli istituti scolastici. Nel pomeriggio, alle 16,22 viene diffuso un nuovo messaggio luminoso: «Oggi possibili ulteriori forti rovesci».

Alle 18,10 arriva l’aggiornamento dell’Arpal: «Il sistema perturbato sta iniziando a dare segnali di graduale indebolimento ». Alle 19 la sala emergenze del Comune viene chiusa. Ma prosegue il monitoraggio: gli aggiornamenti sono trasmessi via mail e per telefono. Fino a quando la situazione non precipita. Alle 23 il Bisagno esonda. Poco prima era stata riaperta la sala operativa. E il numero verde veniva riattivato.

Ben diversa, ipotizzano i pm, è stata la gestione dell’emergenza da parte della Regione: sala operativa chiusa, dirigenti irraggiungibili, nessuna riunione operativa. Paita sostiene di essere rimasta in contatto tutto il giorno con i suoi tecnici, nonostante il tour elettorale ricostruito da Panorama. Nessuno però, sia alla Protezione civile che all’Arpal, conserva ricordo di tanto attivismo. Mentre chi ha visto l’assessore durante i suoi incontri in Riviera, la ricorda diversamente: nessun assillo meteo, intenta a disquisire con i suoi sostenitori.

Una condotta che potrebbe pesare sull’indagine, che sta investigando anche sui soccorsi tardivi. Non solo nel caso del Bisagno. Per la procura, l’evento che dimostrerebbe platealmente le colpe dell’assessore è l’esondazione a Montoggio, in valle Scrivia, due ore prima. Alle 21 il Rio Carpi tracima. La piena travolge le auto. Alcune case sono invase dall’acqua. Si temono dispersi. Paita, a quell’ora, è in uno stabilimento balnerare di Finale Ligure con i suoi supporter. Alle 22,20 è contattata da Stefano Vergante, funzionario della Protezione civile, che la informa dei rischi. L’assessore, alzato il calice, riparte per Genova. Arriva alle 23,30. Il Bisagno è esondato. Antonio Campanella è morto.

Passata quella notte, Paita sparisce. Niente interviste. Nessuna visita agli alluvionati. Silenzio totale. La Rete e i media si scatenano: «Paita dove sei?». Lei riappare qualche giorno dopo, all’affievolirsi delle polemiche. Pronta a tutto, pur di conquistare la tanto agognata Liguria.

 

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