Carmelo Abbate

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Antonio Rossitto

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Con due scosse, il 24 agosto e il 30 ottobre, la spina dorsale appenninica si è incrinata. La loro spina dorsale, invece, è rimasta dritta come un fuso. Non mollano, non arretrano, non se ne vanno. Restano nei piccoli centri che il terremoto ha trasformato in cittadine-fantasma, da Spelonga a Fiastra, da Frascaro a Campi (nella mappa in alto, in rosso, gli otto Comuni visitati da Panorama). Sono allevatori, boscaioli, negozianti, ma anche semplici pensionati: restano perché non vogliono recidere le radici dalla loro terra, dalla loro vita. E le loro storie raccontano un eroismo insieme inconsapevole e straordinario. Che dovrebbe instillare nelle istituzioni un ineludibile senso di responsabilità: perché vanno aiutati. Davvero. E subito.

Il pastore di Spelonga: "Non posso lasciare le mie pecore, stanno per partorire"

Dietro alla domanda che stiamo per fare c'è la propria abitazione distrutta dal terremoto e il paese interamente evacuato. Perché non fuggite e vi mettete al riparo in uno degli alberghi vicino al mare? Davanti a noi c'è una famiglia di allevatori che incurante dell'ordinanza di sgombero si è rifugiata dentro una casetta di legno adagiata su una radura fuori dal centro abitato. "Troppo facile tagliare le radici e andarsene, l'opera del pastore è il più alto esempio di carità".

Ha parlato Dante, 24 anni, il più piccolo della famiglia Camacci. Sarà per l'età, lo sguardo fiero, sarà per le vibrazioni dei muscoli della sua faccia, ci sediamo su un masso e ascoltiamo in religioso silenzio. "Molte delle nostre pecore sono gravide, non possiamo lasciarle da sole al momento del parto, perché l'agnello può non essere in posizione, e perché se partoriscono in contemporanea rischiano di confodersi e di non riconoscere i propri figli". Carità, ma anche benessere, degli animali. "Non puoi lasciare le bestie segregate tutto il giorno dentro una stalla lavandoti la coscienza quando gli porti da mangiare, come non terresti un figlio rinchiuso in una stanza dalla mattina alla sera".

Siamo in quello che rimane di Spelonga, borgo di 190 sopravvissuti tra i monti Sibillini e il parco nazionale del Gran Sasso. Ci arrivi lasciando la Salaria e inerpicandoti tra boschi di castagni fino a una terrazza situata a circa mille metri sul livello del mare. Qui Pietro Germi portò il giovane Adriano Celentano per farne il pastore protagonista del film Serafino. Qui, dentro la chiesa di Sant'Agata, è custodita la bandiera di guerra con stemma musulmano che gli spelongani strapparono ai turchi durante la battaglia di Lepanto del 1571. Qui dove adesso è tutto buio, disabitato, malinconico, triste. Ma basta aprire la porta di legno dei Camacci, abbracciare mamma Paolina, ascoltare la fisarmonica di papà Claudio, assaggiare il pecorino che ti offre l'altro figlio Biagio, per ritenersi fortunati, sentirsi al sicuro nonostante la terra che continua a tremare, e per fortificarsi nella volontà di non tagliare le proprie radici.

Il coltivatore di San Pellegrino: "Abbiamo perso tutto, ma non molliamo"

Ogni mattina all’alba, Lorenzo Battistini, 29 anni, esce dal camper piazzato davanti alla tendopoli di San Pellegrino, a qualche chilometro da Norcia. Sale sulla sua malridotta station wagon e raggiunge un terreno che dista pochi chilometri. Quel che resta del suo sogno  l’ha piantato qui: 120 mila bulbi di zafferano. A ora di pranzo torna nel campo allestito dalla Protezione civile. Di pomeriggio, sotto il tendone bianco, seduto a un tavolone di fortuna, comincia a mondare i fiori assieme alla fidanzata, Ilaria Amici. Li aiutano il suocero, Sesto, e la zia Cecilia, 85 anni. Prima di sera, con le dita ormai color ocra, Lorenzo e Ilaria ritornano nel camper della Caritas. Accendono un forno e, con cura, mettono dentro lo zafferano per essiccarlo. Il loro sogno ricomincia da qui. Dall’odore dolciastro che riempie il van.
Lorenzo e Ilaria, un anno fa. Lui fa il parrucchiere a Roma. Lei lavora in uno studio dentistico della capitale. La famiglia della ragazza è originaria di San Pellegrino, dove possiede qualche ettaro di terra e un malridotto casale. A gennaio del 2016 i due ragazzi mollano tutto. Raccolgono i loro risparmi e si trasferiscono in questo minuscolo borgo umbro. Nasce Bosco Torto: un’azienda agricola che produce zafferano e altre coltivazioni di nicchia come aglio nero, barbabietole rossa e goji. "Era la nostra scommessa" ricorda Lorenzo. "Pensavamo: 'O la va o la spacca'. Ma c’ha spaccato il terremoto" considera amaro. "Abbiamo perso tutto, ma non molliamo. La nostra vita ormai è qui. A maggior ragione dopo quello che è successo".

Il primo terremoto, il 24 agosto 2016, li mette in ginocchio. Il seguente, quello del 30 ottobre, gli dà il colpo di grazia. Tutto il primo raccolto, 200 preziosi grammi di zafferano, finisce sotto i calcinacci. La scossa distrugge anche il magazzino e la casa di pietra che i ragazzi stavano ristrutturando. Ora è un lugubre cimitero di pietracce. Come San Pellegrino. Un paesino incantevole raso al suolo. "Questo è un posto meraviglioso: lo è ancora adesso, guardando oltre le macerie" dice il ragazzo davanti a quel che resta del casale. "Le banche ci hanno bloccato i finanziamenti, ma non ci arrendiamo. Abbiamo lanciato una petizione su internet.  Ci stanno aiutando in tanti. Ricominceremo con l’aiuto di tutti. A San Pellegrino faremo uno dei più grandi impianti di zafferano d’Italia".

L’allevatore di San Giorgio: "Vivo per miracolo. Ripartiremo con l’aiuto di tutti"

I segni della scossa più terribile, quella del 30 ottobre 2016, Fabio Pallotti li porta ancora addosso. Dieci punti di sutura sulla testa, ancora completamente fasciata. Ci ripensa e gli rispuntano le lacrime: "Era mattina presto. Stavo nella stalla grande per dare da mangiare alle mucche" ricorda. "Poi ho sentito la terra che si apriva e mi sono ritrovato per terra, svenuto, mentre una pioggia di tegole mi cadeva addosso. Ho ripreso i sensi e sono riuscito a uscire, completamente insanguinato. Prima che crollasse tutto". Si asciuga gli occhi cerulei con il polsino del giubbotto, da cui sbuca una manona crepata dal lavoro, piena di ferite. La voce rauca si incrina: "È stato un miracolo. La terra si muoveva come un serpente. Il terremoto non finiva mai. Ho ancora paura quando ci penso. E la gente dice pure che la scossa più forte deve ancora arrivare. Ma andiamo avanti. Domani cominciamo a ricostruire il tetto della stalla: abbiamo decine di vacche al freddo. Fortunatamente ci stanno aiutano tutti".
Vivo per miracolo. Però, anche lui, resta. "E 'ndò vai? La terra e gli animali sono la nostra vita. A noi della Valnerina non ci sposti da qui" dice allungando lo sguardo sulle vallate. "Questo è un paradiso". San Giorgio: 60 abitanti arroccati a 961 metri. La famiglia Pallotti alleva mucche da cinque generazioni. "Produciamo mille litri di latte al giorno. O, meglio, producevamo" dice l’altro fratello, Gaspare. Scuote la testa, ripensando a quel mattino: "È dura ripartire. Ma non ho mai pensato di andare via. Io l’Italia un po' l'ho girata, ma posti così non ce ne sono". Ci invita a casa sua, rimasta in piedi a fatica. La moglie prepara il caffè. L’anziana madre apre i pensili alla ricerca di qualcosa da condividere. Entrano nell’edificio ogni tanto, a loro rischio e pericolo, per convincersi che un tetto ancora ce l’hanno. Per il resto, passano le giornate nel centro sportivo di San Giorgio. Dormono tutti lì gli ex abitanti di questa sperduta frazioncina. Si fanno compagnia. Pregano in silenzio che il serpente non si risvegli. E pensano all’estate. "Qui ad agosto si riempie. Ci sono anche quelli di fuori: i parenti che ritornano al paese. È bello sai? Facciamo tavolate da 150 persone. Quelle sì, che so’ feste".

La studentessa di Frascaro: "I miei amici sono scappati. Io resto qui"

Frascaro, alle porte di Norcia, è un paese che non c’è più. Buio pesto, calcinacci per strada, rovine ovunque. Una frazione fantasma, 60 abitanti e qualche decina di case ormai sbriciolate, dimenticato da tutti: giornali, telecamere, politici. Nella notte, mentre la nostra macchina schiva macerie, spunta un bagliore: le luci di una villetta rosa, con due canadesi piantate nel giardino e i giochi sparsi sul prato verde. Quando è arrivata la prima scossa, a fine agosto, era solo uno scheletro di cemento. "Dovevamo entrarci tra un anno" racconta Daniela Valeri, 43 anni, infermiera all’ospedale di Cascia. "Poi è arrivato il terremoto. Il paese è venuto giù. E la nostra casa in costruzione è rimasta l’unica in piedi. Serviva una base: un punto di riferimento per tutti. Allora c’abbiamo messo porte e finestre. Abbiamo fatti gli impianti. L’abbiamo arredata alla meno peggio. Adesso arriva tutto qui: soccorsi, pacchi, cibo".
A Frascaro c’erano già passati: "Ho 'fatto' tre terremoti in vita mia" ricorda Valeri. "Durante il periodo della scuole elementari ho vissuto tra le tende e i container". Più di trent’anni dopo, ancora terrore e distruzione. Lei, suo marito, le tre figlie. I primi giorni in tenda. Poi le ragazze vengono spedite a Roma, dagli zii. Passano due giorni e la più grande, Eleonora, di 16 anni, richiama i genitori: "Domani torno". Non sente ragioni. Al caldo di una casa "straniera" preferisce il gelo e i disagi di una vecchia roulotte. "Cosa ci stavo a fare a Roma?" chiede retorica. Gli occhiali rotondi, qualche lentiggine sul naso, la bellezza dell’adolescenza che sta per finire, Eleonora sa che non sarà facile: "I miei amici, invece, si sono trasferiti: ora sono al sicuro, da qualche parente. Dicono che ci rimarranno almeno un anno. Io li capisco: non hanno più un tetto, la scuola è inagibile, mancano gli insegnanti. Non c’è più niente qui: bar, ritrovi, palestre. Io però rimango. Mi farò altri amici. Ho tutto qui. Ci chiamano montanari, ma io ne sono orgogliosa. Le passeggiate, i boschi, gli animali: questa è la mia vita".

L’imprenditore di Campi: "Non me ne vado. Il mio cuore è qui"

Angela Cetorelli, 62 anni, non ha pace. Il terremoto ha squassato la sua casa, alzandola di venti centimetri da terra. Ha fatto due milioni di euro di danni all’azienda che porta avanti assieme al marito e ai due figli: 250 ettari di terreno, un allevamento ovino e il caseificio che produce il pecorino di Norcia. Ma, soprattutto, ha lasciato senza un tetto 900 pecore: adesso pascolano nel pratone davanti a casa, si infilano tra i ruderi, scappano via ogni piccolo rumore. "Mio marito non ci dorme la notte: vede le bestie alla sbaraglio, ha paura che le rubino. O che arrivino i ladri". I Cetorelli allevano pecore da tre generazioni a Campi, minuscolo paese della Valnerina. L’azienda, una delle più importanti della zona, produceva due quintali di latte al giorno. Adesso le ruspe stanno già scavando per fare delle stalle provvisorie da quasi mille metri quadri.
Tutto da ricostruire. "Sarà dura" dice laconico Giuliano Cetorelli, 39 anni, mentre afferra un ovino errabondo. "Per fare il capannone del caseificio abbiamo dovuto aspettare cinque anni: autorizzazioni, bolli, ritardi. E adesso?". Ma ha bisogno di un tetto anche la sua famiglia: la moglie, che ancora allatta, e i tre figli, la più piccola di sei mesi. Impensabile trasferirsi nel campo allestito a valle. "Allora ci siamo messi le mani in saccoccia e abbiamo comprato una casetta prefabbricata" sospira. Si guarda intorno. Si passa una mano sulla fronte, sconfortato. "Un disastro... Però non me ne vado. Il mio cuore è qui. E poi c’è mio figlio Daniele: il più grande". Lo chiama a voce alta. Arriva un ragazzo di undici anni: scaltro e ben piantato. Daniele sorride, mentre le sue guance arrossiscono: "Ha una passione per questo lavoro incredibile" dice il padre, orgoglioso. Gli accarezza la testa: "Riconosce tutti gli animali, li fa partorire, munge le pecore da solo, sa rotolare la paglia. Mi viene dietro tutto il giorno: non smette mai di imparare. Altro che i ragazzi delle città... È per lui che ricomincio. Per lasciargli in mano un’azienda ancora più grande".

Il pensionato di Fiastra: "Che vado a fare in città?"

C'era una volta un bambino che viveva a Fiastra, ai piedi delle vette del Berro e della Priora, in provincia di Macerata. Erano gli anni Cinquanta, quel bambino si alzava dal letto che era ancora buio e percorreva 6 chilometri a piedi tra sentieri di montagna spesso innevati per andare a scuola, dove arrivava trafelato. C'era la corriera, mancavano i soldi. Ultimati gli studi, lui che non era mai stato neppure nella vicina Camerino, lasciò le Marche e si trasferì da solo a Roma, dove faceva il ragazzo di bottega in un forno: consegne a domicilio a bordo di un triciclo senza freni. Imparò il mestiere e diventò fornaio al panificio militare di roma, poi passò in fabbrica, infine venne assunto come autista all'Atac, dove rimase 33 lunghissimi anni, senza mai saltare una vacanza in estate al paese, dove ritrovava gli amici, le giornate spensierate, le serate in allegria con un giradischi all'aperto.

Vanis Rossetti oggi ha 69 anni, qualche anno fa è andato in pensione, ha fatto le valigie ed è tornato a vivere a Fiastra nella vecchia casetta di famiglia che ha ristrutturato. La moglie, che non ha ancora lasciato il lavoro, e i figli, sono rimasti a Roma. Ora è arrivato il terremoto, la sua casa è diventata inagibile e lui preferisce dormire dentro un container piuttosto che tornare in città. Una scelta che riesce a farti sentire mentre ti parla e ti indica luoghi, alberi, sentieri, durante una fredda mattina di novembre in sui almeno la pioggia ha concesso un attimo di tregua. "Non me la sento. Non mi sento di lasciare i miei due cani, con i quali vado a caccia. Non mi sento di abbandonare i miei compaesani nel momento del bisogno, anche se non faccio una doccia da una settimana. E poi che vado a fare a Roma?" Vanis non riesce a trattenere le lacrime. "Mio figlio è venuto, ha provato a portarmi via da qui. Non ce la faccio. Per andare in città a fare che cosa? Chiudermi dentro casa e guardare la televisione aspettando la morte? Qui c'è la mia vita, i miei boschi, i miei sentieri per le passeggiate con i cani, i funghi, le castagne, il mio orto, la legna, le mele, le partite a carte con gli amici". La parola ricostruzione la sente vuota, il futuro non riesce a coniugarlo: "Se anche tiri su di nuovo la casa, ma poi ti guardi intorno e le persone sono andate via e non ci sono più, che fai?"

 
Il macellaio di Montemonaco: "La mia è una missione"

Ragioniamo per assurdo: hai 73 anni, vivi in grazia di Dio con tua moglie, tua figlia ha trovato la sua strada lontano da te, tu tieni botta ancora nella macelleria, ma un bel giorno arriva un terremoto e ti butta giù casa e bottega, e quello dopo la terra continua a tremare, e non smette più. Che fai?

Ferdinando Mariani di Montemonaco, in provincia di Ascoli Piceno, è la linearità che addomestica l'inimmaginabile, è la purezza inconsapevolmente intrepida. In compagnia dell'inseparabile moglie Pasqualina arriva nella tendopoli della protezione civile allestita al campo sportivo, prende il vassoio di plastica, si mette in fila, mangia pasta al tonno, fagioli in scatola, e torna nella sua macelleria, dove gli operai hanno già ricostruito la parete abbattuta dal terremoto. Al piano di sopra c'è l'abitazione, danneggiata come il 60 per cento degli edifici di Montemonaco, ma per quella c'è tempo, intanto marito e moglie, dopo settimane passate a dormire in auto, hanno preso in affitto una stanza in un agriturismo.

La domanda è cruda e ingenerosa: chi glielo fa fare? Ferdinando ti mostra la foto incorniciata di un vecchietto. "Si chiamava Bruno Strada, era il macellaio del paese. Io avevo 26 anni, facevo il coltivatore diretto, andai a bottega da lui e mi innamorai di questo mestiere. Mi ha insegnato a scegliere la bestia migliore da macellare, quella più bella, in carne, con il pelo liscio. Bruno è morto l'anno scorso, a 100 anni, e fino a 20 giorni prima era ancora qui, dietro al banco. Eravamo soci. E non sarò certo io quello che metterà la parola fine a questa missione. Anche perché dopo di me arriverà Massimo, il nipote di Bruno, che ha 20 anni, ha finito con gli studi e sta imparando il mestiere". Ovvero a fare il salame dei Sibillini, con vino cotto e aglio, e il salame magro, con spalla di maiale disossato, sgrassato, e fondello di prosciutto. Prodotti non replicabili altrove, assicura Ferdinando, perché "l'aria di questo posto fa la differenza nella maturazione degli insaccati".

La mamma di Acquasanta Terme: "Crediamo nella rinascita dei borghi"

La lezione di Nicoletta Galiè ai figli non è un elenco di precetti come la celeberrima lettera di Rudyard Kipling. È la forza dell'esempio, della condivisione della paura nella disavventura, del guardare insieme "le cose per le quali hai dato la vita, distrutte. E piegarti a ricostruirle con i tuoi logori arnesi". La scelta di restare laddove tutto crolla, anche i sogni e le speranze, è una scelta che guarda al futuro, che scommette sul futuro. Acquasanta Terme è un paese di 2.900 abitanti distribuiti su 54 frazioni disseminate in 240 chilometri quadrati tra i Sibillini e i monti della Laga. Oltre il 70 per cento della popolazione è sfollata, una buona parte è stata strasferita negli alberghi sulla costa, molti hanno trovato ospitalità, altri dormono in tenda. Nicoletta, il marito Domenico, i figli Cristian, Manuel, Patrick (6,10,11 anni) dopo i primi giorni in macchina e poi in tenda, hanno trovato una roulotte e l'hanno parcheggiata nel piazzale del campo sportivo. Due letti, una piccola televisione in mezzo con la playstation collegata.

La scuola dei figli è sospesa, il marito muratore è al momento disoccupato, lei che normalmente farebbe la consulente assicurativa non si azzarda neppure a pronunciare la parola polizza: che motivo c'è di restare qui sotto la pioggia, al freddo, mentre la terra trema forte, anche durante il nostro incontro? "Perché non voglio abbandonare il mio territorio, perché Acquasanta non deve morire" risponde Nicoletta mentre i figli la ascoltano e la guardano con occhi adoranti. "Se le persone vanno via, le attività commerciali chiudono, il paese si spegne. L'altra sera abbiamo fatto un giro in auto, era tutto buio, vuoto, un mortorio". Nicoletta spiega perché la loro è una scelta di vita. "Perché credo nei borghi come fonte di sviluppo e benessere, invece dei centri commerciali dentro grandi casermoni". Si tratta soltanto di vincere la paura, di fare la doccia negli spogliatoi del centro sportivo e di aspettare che la costruzione della scuola più sicura d'Italia venga ultimata: "Una struttura in legno di 950 metri quadrati predisposta dopo il primo terremoto del 24 agosto. Cosa posso sperare di meglio per i miei figli?"

Il boscaiolo di Colle D'Arquata: "Se andassi via sentieri di aver tradito le mie montagne"

Tu pensi che il lavoro del boscaiolo sia quello di alzarsi presto dal letto al mattino, impugnare la motosega, buttare giù degli alberi, pulirli per andare a vendere la legna all'ingrosso. Semplice. Poi ti imbatti in quest'uomo che mentre la terra trema e il suo paese viene evacuato si rifugia con la moglie dentro una roulotte situata in alta quota pur di non lasciare le sue montagne, e allora ti domandi cosa non hai capito del mestiere di chi va per boschi.

Non è per niente facile arrivare a Colle D'arquata, una manciata di case abbarbicate su un ballatoio a 1.100 metri d'altezza, con le vette della Laga che ti guardano minacciose dall'alto mentre il torrente Chiarino scorre sotto i tuoi piedi. Quando le autorità gli hanno offerto una sistemazione in albergo sul mare a San Benedetto del Tronto, Mario Lauri, 59 anni, ha ringraziato ma ha declinato l'invito: "Fossimo in estate, ne avrei approfittato per andare a fare il bagno. Ma adesso non si può". Una battuta sulla quale si staglia una intera esistenza: "La montagna è sorgente di vita. La mia vità è qui. Non posso abbandonare la montagna proprio nel momento in cui si ritrova fragile e smarrita. Sarebbe un vero tradimento. E poi la terra trema anche a San Benedetto. Preferisco stare qui, dove mi sento più al sicuro, piuttosto che in una costruzione di cemento".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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