Trattativa Stato-mafia: tutti rinviati a giudizio

Sotto accusa Massimo Ciancimino, capi mafia ma anche politici (tra cui l'ex ministro Mancino) ed ex ufficiali dei carabinieri

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Un'immagine della strage di Capaci, nella quale venne ucciso Giovanni Falcone – Credits: Ansa Archivio

di Anna Germoni

Il Gup Piergiorgio Morosini ha deciso. Rinvio a giudizio per tutti i dieci imputati. Uomini dello Stato e capimafia tutti insieme. Era nell’aria. Una sentenza “pilatesca”.

Basilio Milio, legale degli ufficiali dei carabinieri, Mario Mori e Antonio Subranni, già nelle conclusioni in udienza preliminare aveva evidenziato non solo come “questo sia un processo vuoto” ma aveva sostenuto con vigore e con acutezza di analisi che “le stragi si interruppero per i malumori tra Bagarella ed i Graviano, e che i Graviano non sono imputati e che avrebbero dovuto esserlo” . Un particolare non da poco. L’avvocato Milio poi affonda:

”Per associazione di idee mi viene in mente uno strano e fenomeno curioso. Quello per il quale, nei processi per le stragi di via D’Amelio si riteneva e si sosteneva che il movente, o uno dei moventi della strage Borsellino, fosse l’indagine sugli appalti del Ros ed ora il movente è la trattativa. Mi chiedo, sempre per associazioni di idee perché quell’indagine venne archiviata in fretta e furia?”.

La stoccata del legale è chiara: è l’affaire del dossier mafia & appalti, firmato da Mario Mori e da De Donno. Oltre 900 pagine di informativa sugli intrecci fra mafia, economia e appalti italiani. Anticipatrice di Tangentopoli su cui hanno indagato sia Giovanni Falcone prima sia Paolo Borsellino dopo. E il pm Antonio Ingroia alla Corte d’Assise di Caltanissetta, al processo Borsellino bis, il 12 novembre 1997, sentito come teste risponde alle domande del pm Antonino Di Matteo, indica proprio questo dossier come possibile movente del suo assassinio:

“Il dottore Borsellino, ricordo che mi disse: Se il dottor Falcone ha deciso di appuntarsi queste frasi e questi riferimenti a questi episodi, vuol dire che dietro questi fatti e questi episodi c'e' molto di più di quanto non appaia. Pertanto, ritengo che si possa partire, si debba partire, dall'approfondimento anche di questi fatti e di queste vicende. Tra questi, per esempio, un fatto... uno di quelli - comunque e' facile verificare dall'agenda - comunque, uno di quelli cui egli mi fece riferimento fu la vicenda relativa all'ormai famigerato rapporto del Ros dei Carabinieri su mafia e appalti, rispetto al quale ora non ricordo esattamente quale riferimento vi fosse nel diario di Giovanni Falcone e rispetto al quale Paolo Borsellino ebbe dei colloqui sia con ufficiali dei Carabinieri sia con colleghi del mio Ufficio per cercare, insomma, un po' di ricostruire quella... la storia di quel rapporto”.

Tesi confermata anche da Liliana Ferraro in commissione antimafia e da Pier Luigi Vigna, che sempre in assise bicamerale d’inchiesta, dice al plenum:

“Dopo quasi due mesi viene commessa un'altra strage, quella di via D'Amelio, nei confronti del giudice che doveva essere l'erede di Falcone, colui che aveva in mano anche il noto rapporto sugli appalti, consegnato dai Carabinieri nel 1991 alla procura di Palermo e che l'allora procuratore aveva trattenuto per valutazioni. Un altro nemico di cosa nostra viene quindi eliminato”.

Questo rapporto, viene consegnato personalmente nelle mani di Falcone il 20 febbraio 1991, ma data la nomina del giudice agli affari penali del ministero di Grazie e Giustizia, il dossier rimane alla Procura palermitana, congelato fino a giugno. Poi viene smembrato e dimezzato con pochissimi ordini di custodia cautelare, fra cui quello ad Angelo Siino, il ministro dei Lavori pubblici di Cosa nostra. Ma il clamore dell’affaire di questo dossier è data dalla tempistica.

L’unica certezza è che il 20 luglio 1992, il giorno successivo alla strage di via D’Amelio, quando ancora c’era la camera ardente del corpo martoriato del giudice Borsellino, fu firmata dal procuratore della Repubblica di Palermo, Pietro Giammanco la richiesta di archiviazione dell’inchiesta, istanza presentata dai sostituti procuratori Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato il 13 luglio 1992. Il decreto di archiviazione viene sottoscritto dal gip Sergio La Commare, il 14 agosto 1992. Nella storia siciliana è mai stato depositato o firmato un altro atto giudiziario alla vigilia di Ferragosto? Misteri del Palazzo di Giustizia palermitano.

Ora dopo il rinvio a giudizio dei dieci imputati sulla trattativa Stato-mafia e con questo nuovo processo che si celebrerà il 27 maggio prossimo, speriamo che i magistrati della Procura di Palermo non debbano pentirsi un giorno di questa decisione per annoverarla fra i grandi fallimenti della storia giudiziaria. Errare è umano, perseverare no. Il pubblico ministero Di Matteo, ha già sbagliato. Quando a Caltanissetta a fase dibattimentale già avviata, affianca il pm Anna Maria Palma nelle fasi conclusive del Borsellino bis, processo sulla strage di via D’Amelio, non si accorse che il pentito Vincenzo Scarantino, era falso e mendace con verbali “aggiustati” e indagini su cui gravava l’ombra del depistaggio.

Il ruolo del magistrato Di Matteo nell’impianto Scarantino fu davvero rilevante, compresa la sua requisitoria dove rimarcava l’assoluta e specchiata attendibilità del collaboratore di giustizia. Mentre Ilda Boccassini che nel 94 era applicata da Milano a Caltanissetta, lasciò una relazione ai suoi colleghi nisseni e palermitani in cui affermava chiaramente che il pentito Scarantino era completamente inattendibile. Lei aveva applicato “il metodo Falcone”. Ma niente. I giudici siciliani non la ascoltarono.

Così come rimasero nell’etere, le irregolarità e le stranezze dei verbali di Scarantino, denunciate nel 1999 dal senatore Piero Milio, penalista di gran fama, mediante un’interrogazione ai Ministri della Giustizia e dell'Interno.

Solo dopo quasi vent’anni i giudici siciliani, senza fare mea culpa, giunsero alla conclusione che erano di fronte ad un falso pentito, depistatore e completamente inattendibile, quando si affacciò sulla scena Gaspare Spatuzza che rivendicò la paternità di aver portato lui la Fiat 126, imbottita di tritolo in via D’Amelio, riscrivendo così la strage di Borsellino e dei suoi agenti di scorta, con la conseguenza che il processo a Caltanissetta si sta celebrando di nuovo ora. Invece quello sulla trattativa Stato-mafia con i dieci imputati  si celebrerà a Palermo, il 27 maggio prossimo.

Il gup Morosini, nel decidere il rinvio a giudizio di uomini dello Stato e dei boss, ha ammonito i suoi colleghi dando un consiglio per il futuro: “Fonti di prova indicate genericamente nella richiesta di rinvio a giudizio”. Corsi e ricorsi storici giudiziari siciliani? Errare è umano, persevare…  
     

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