Trattativa Stato-Mafia: il Copasir smentisce i pm di Palermo

L’ultima relazione del Comitato parlamentare sui servizi segreti smonta l'operazione "farfalla" e riabilita Sergio Flamia, collaboratore di giustizia

Un momento del processo sulla trattativa Stato-Mafia – Credits: Ansa

Anna Germoni

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Altro duro colpo per l'impianto accusatorio dell'inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia, che vede sotto processo a Palermo una decina di imputati, e per il procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, che sostiene l’accusa in appello contro gli ex Ros del generale Mario Mori.

Il colpo viene dal Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica. Nelle 28 pagine della relazione trasmessa il 30 marzo scorso ai due rami del Parlamento, il Copasir smonta alcune delle accuse mosse dalla Procura di Palermo a Mario Mori. L’indagine è nata l’8 ottobre 2014 ed è terminata il 10 febbraio scorso, e riguarda un ipotetico accordo segreto tra il Sisde, guidato all’epoca da Mori, e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), diretto al tempo da Giovanni Tinebra. Nel biennio 2003-2004, secondo l’accusa, sarebbe stato realizzato un protocollo o un patto tra le due istituzioni, denominato “protocollo Farfalla” al fine di raccogliere informazioni a pagamento da detenuti di Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra, all’insaputa di investigatori e inquirenti. Ebbene: per il Copasir non esiste alcun protocollo “Farfalla”.

Di cosa si tratta

Il "pool antimafia" palermitano, che conduce l’inchiesta sulla presunta trattativa tra Stato e mafia, e che ha aperto un fascicolo proprio su questo protocollo, è convinto da anni dell’esistenza di accordi segreti e oscuri tra il servizio d’intelligence, con alla guida Mori, e detenuti mafiosi sottoposti al regime carcerario duro del 41 bis.

Il procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, aveva chiesto di acquisire agli atti "prove documentali" sul protocollo Farfalla durante il processo d'appello contro Mori per la mancata cattura di Bernardo Provenzano, (che il tribunale ha rigettato). Scarpinato aveva dichiarato che Mori aveva “sistematicamente disatteso” i suoi “doveri istituzionali” quello cioè di informare la magistratura delle sue mosse.

In realtà a un documento noto come “protocollo farfalla” fece riferimento il 23 dicembre 2011 il magistrato Sebastiano Ardita, oggi procuratore aggiunto a Messina, per 10 anni direttore dell'Ufficio detenuti del Dap. Ardita, rispondendo alle domande dell’allora pm Antonio Ingroia durante il processo contro Mori per la mancata cattura di Provenzano nel 1995, aveva dichiarato che “risultano contatti tra il Sisde e l'ufficio ispettivo del Dap”, aggiungendo di non conoscere “i contenuti di questi rapporti”.

Sul protocollo Farfalla, scrive oggi il Copasir, si sono però fatte "ricostruzioni e letture dietrologiche di deviazioni, calibrate a una trattativa tra lo Stato e la criminalità". Suggestioni e teoremi che per anni sono stati cavalcati nel circo bulimico massmediatico come mosaici affastellati e asincroni da uomini istituzionali che nei media avevano sostenuto, così come scrive il Copasir, "che l’attività dei servizi si sia svolta fuori da ogni controllo, compreso quello della magistratura".

"Nel corso del 2004" continua la relazione del Comitato parlamentare "si sono svolte 21 audizioni e acquisite 300 pagine di documenti". In quel modo "furono individuati d’intesa tra Dap e Servizi otto soggetti detenuti in carcere come potenziali informatori, ma non sono mai divenuti fiduciari della nostra intelligence": questo "per l’infondatezza dei presupposti e per l’impercorribilità di un’attività di contatto intermediata dal personale del Dap privo di specifica formazione".

Quindi, prosegue la relazione del Copasir "i detenuti Buccafusca, Cannella, Rinella, Genovese, Angelino, Pelle, Di Giacomo e Massaro (che per la procura di Palermo erano invece al libro paga del Sisde guidato da Mori, ndr), non sono mai divenuti fiduciari dei Servizi".

La relazione insiste: "Negli anni a seguire c’è stato un erroneo convincimento riguardo l’operazione Farfalla in merito all’esistenza di un segreto di Stato sul carteggio e atti operativi".

Il boss di Bagheria, Sergio Flamia

L’altra vicenda trattata dal Copasir riguarda il boss di Bagheria, Sergio Flamia: ritenuto cassiere, killer e per un periodo custode della latitanza di Bernardo Provenzano. Dal 2008 l’uomo è stato un informatore pagato dall’Aisi, l’Agenzia informazioni e sicurezza interna. Poi è stato arrestato il 9 maggio del 2013 ed è diventato collaboratore di giustizia il 30 ottobre dello stesso anno.

Per la procura di Palermo la sua attendibilità è sub judice. Il sospetto dei pm che conducono l’inchiesta Stato-mafia è che l'ex boss possa essere stato guidato o “condizionato” nel rendere dichiarazioni che hanno smontato l'impianto accusatorio nel processo d'appello per favoreggiamento alla mafia a carico di Mori.

Il procuratore generale Roberto Scarpinato durante il processo d’appello che si è svolto il 10 marzo scorso nell’aula bunker di Rebibbia a Roma, (Flamia era nella lista testimoni dell’accusa), aveva detto ai giudici: “Prima che venga introdotto il collaboratore noi riteniamo di poter provare documentalmente che su alcuni punti il signor Flamia ha mentito”.

Per il Copasir, invece il collaboratore di giustizia è altamente attendibile. Anzi, il Comitato sottolinea che “i dati recuperati dall’Aisi sui summit mafiosi, grazie a Flamia, hanno consentito di azzerare (…) i vertici, i quadri intermedi e i soldati delle più note famiglie siciliane, portando a compimento 98 arresti, forse la più grande operazione restrittiva contro la mafia di quegli anni”.
Inoltre "le risultanze dell’indagine consento di affermare che, anche in questo caso, il personale dei Servizi abbia agito nel rispetto della normativa" e che i gestori dell’Aisi, "lo hanno sollecitato a raccontare della sua collaborazione senza alcuna omissione".
Una vera doccia fredda per Palermo.

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