Cronaca

Trattativa Stato-Mafia: per sconfiggere il male è giusto trattare

Combattere un Antistato obbliga a infiltrarsi, a promettere e compromettersi. L'Antimafia si basa invece su assurde pretese di purezza. A Palermo i giurati erano indifesi su questo fronte delicatissimo. Ne è uscita una sentenza grillina

Nino Di Matteo

Giuliano Ferrara

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La mafia è un'organizzazione criminale che fa politica, una rete collegata di gruppi territoriali e familiari che combina politica e crimine in mezzo a fumisterie iniziatiche e intimidenti lealtà sostenute dalla violenza. La mafia è grandi reati, piccoli reati, un Antistato medio di insubordinazione e di conformismo ideologico insieme, ruralità e urbanesimo spinti, è annidamento di quartiere, struttura per cosche, cupola dei capi.

Il contrasto è affidato alla legge, la legge è affidata in prima e decisiva battuta agli investigatori specializzati, ai magistrati e all'esecutivo, il governo e gli apparati della forza. Sapevano i giurati di Palermo, che vorrebbero mandare in carcere per sentenza politica i protagonisti del contrasto alla mafia, la consistenza di questi dettagli decisivi? No. Questo è il punto.

L'Italia irriconoscente contro il carabiniere che arrestò Riina

L'Italia unita fece morire Giuseppe Mazzini in clandestinità a Pisa, alla vigilia di un arresto, a Roma già liberata, nel 1872, dopo anni di esilio, elezioni cancellate a norma di legge, galera per il martire e profeta nel carcere militare di Gaeta. E Garibaldi morì nell'esilio autoimposto di Caprera.

È un Paese che sa essere irriconoscente, che sa esercitare una sua spavalda ferocia verso i figli maggiori. Non è così strano, per quanto inaudito, che ora voglia tenere in galera per il resto della sua vita il carabiniere che arrestò Riina. Ma per quali ragioni? Purtroppo è tutto molto semplice.

Combattere un Antistato vuol dire applicare regole di indagine, a partire dalla raccolta delle informazioni e dalla capacità di infiltrazione e scompaginamento del suo esercito, che discendono dalla cultura politica, gli eterni arcani del machiavellismo. Devi intrare nel male, se necessitato. Per sapere, devi promettere. Per promettere, devi comprometterti.

Compromettendoti, in base a un disegno di destabilizzazione e divisione del nemico, sfiori la collusione. Puoi agire quanto vuoi e quanto puoi con i guanti del codice, con le regole della legge e le sue caratteristiche speciali, ma alla fine i risultati importanti si ottengono solo con la decisione politica, delegata al personale militare e della magistratura penale, quelli che poi arrestano il capo dei capi e decapitano la struttura delle cosche.

Per combattere la mafia si deve entrare nel male

Ecco. Il punto è che, se questi sono i termini della lotta titanica tra lo Stato e i suoi nemici, l'Antimafia si basa invece da sempre su un codice moralistico, sulla pretesa che il patto col diavolo, sebbene stipulato entro i confini dello Stato di diritto e del senso comune, sia espressione di purezza, di incorruttibilità di principio, di estraneità reciproca assoluta degli eserciti in guerra. Una pretesa assurda, che apre la via alla calunnia, alla maldicenza, allo spirito critico che tutto nega, e che nel suo travestimento moralistico è una diavoleria, la vera diavoleria.

Tutti hanno parlato con i mafiosi, tra coloro che li dovevano combattere per nostro conto, su nostra delega, in nome dello Stato. Lo hanno fatto i Caselli, come i Mori, lo hanno fatto con mafiosi pentiti, con mafiosi interi, dovevano esaminare i margini, che sono sempre un argomento pericoloso, per scompaginare il fronte avversario, dovevano entrare nel male, nei confini di una "trattativa", per far cessare le guerre a suon di bombe, l'assassinio degli alti magistrati, l'eliminazione degli eroi.

Avevano alle spalle non già il fantasma evocato per bassa propaganda politica di Berlusconi o Dell'Utri, avevano alle spalle personalità specchiate come Giovanni Conso, Carlo Azeglio Ciampi, e altri investigatori che hanno fatto la storia del contrasto alla mafia, come Gianni De Gennaro, che infatti è in cima alla lista dei calunniati dalla famosa "icona dell'antimafia" e del sistema dei media, quel Massimo Ciancimino alle origini di questo processo e di questa incredibile sentenza.

Non potevano fare diversamente, se volevano dare un senso al loro dovere civile. Ma se in una prospettiva moralistica hanno "trattato" con la mafia, in una visione seria, responsabile, giuridica e politica nel senso più alto ed efficace del termine, hanno sconfitto la mafia nella sua stagione culminante, quella delle stragi. E con coraggio, intelligenza, lucidità. Altro che storie.

Una senteza grillina colpevolista

Al centro di tutto stanno i media, che possono essere la scuola della virtù o il teatro della calunnia, il fomite del venticello che tutto travolge. I giurati di Palermo erano indifesi su questo fronte delicatissimo e decisivo. Dovevano funzionare come imparzialità della legge e del diritto, hanno funzionato come una branca dell'opinione pubblica, e di quella più disinformata, di quella indotta, carezzata e coccolata dalle leggende metropolitane e dai facilismi antimafiosi.

Dieci anni di processo e un percorso dibattimentale segnato dalle "lotte", che sono il contrario della azione civile e militare di contrasto alla vera mafia, hanno portato alla formazione di un partito colpevolista che ha interagito con la politica, perfino con le elezioni, con il momentum, il segnacolo o bandiera dei tempi che corrono. Ne è uscita una sentenza grillina, che ha la stessa impronta del mandato d'arresto per Mazzini rifugiato clandestino nella casa di John Brown a Pisa e del bando al generale Garibaldi. Un inaudito pasticcio che solo in anni di dolore repubblicano verrà alfine sanato. Ma tardi. 


(Articolo pubblicato sul n° 19 di Panorama in edicola dal 26 aprile 2018 con il titolo "Se per sconfiggere la mafia devo trattare, trattativa sia")


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