Tor Sapienza
Cronaca

Tor Sapienza, non chiamatela "razzista"

Perché nella rivolta degli abitanti della periferia romana contro gli stranieri il razzismo non c'entra niente

Voi prendete un quartiere e metteteci dentro tre centri per rifugiati politici, altrettanti residence destinati all'emergenza abitativa, tre palazzoni occupati abusivamente, un campo rom e una moschea. Poi citofonate a uno che vive nelle case popolari e chiedetegli come ci si trova. Se il quartiere che avete preso in esame è alla periferia di Roma e si chiama Tor Sapienza, l'inquilino della casa popolare vi risponderà che è appena rincasato dopo una notte passata a dare fuoco ai cassonetti, a tirare pietre ai poliziotti, a insultare e menare gli immigrati. Se non siete proprio degli ipocriti, voi penserete – anzi, state già pensando – che è il minimo. Ma se per coscienza civile, per credo religioso, per idee politiche invece non riuscirete proprio a giustificarlo, dovrete almeno sforzarvi di capirlo.

 


Tor Sapienza non è tanto diversa dalle altre periferie. Una borgataccia di case popolari fatte costruire trent'anni fa per levare da sotto gli occhi della gente bene dei quartieri buoni i poveracci della città. Quelli delle donne con il mollettone in testa e lo smalto scrostato, degli uomini con la tuta acrilica del mercato. Di chi oggi è accusato di essere “razzista e pure un po' fascista” perché ha cominciato a prendersela con quelli più poveracci di lui. Come se fosse strano che dove c'è sporcizia, povertà, illegalità, per quelle strade della periferia romana dove il sindaco Ignazio Marino si è fatto vivo forse troppo tardi, la rabbia, l'illusione di un riscatto perennemente mancato, finisca, prima o poi, per trasformarsi in violenza.

Qua, una decina d'anni fa, l'allora amministrazione capitolina aveva promesso di cambiare volto alla zona. Gli uomini e le donne che da giorni scendono in strada per lanciare sassi e insulti sono gli stessi bambini delle scuole ai quali, allora, fu chiesto di disegnare come volevano che diventasse il loro quartiere. Interpellati oggi te lo descrivono come un insulto alla loro dignità di persone e cittadini. Un chilometro quadrato di mura scrostate, erbacce e preservativi. Di maniaci che se lo tirano fuori davanti alle donne. Di prostitute e trans, a centinaia, sulla Prenestina, di spacciatori, di fumi tossici dai fuochi appiccati nel campo rom di via Salviati, di autobus che non passano mai. Di spaccio e caporalato; del più alto tasso di dispersione scolastica tra i municipi romani.

I giornali scrivono che al centro della protesta degli abitanti di Tor Sapienza c'è uno dei tre (tre!) centri per rifugiati della zona, quello di via Giorgio Morandi. Ma la verità è che al centro della protesta c'è tutto il resto. C'è il sindaco che non c'è; c'è il prefetto accusato di assegnare le gare per la gestione dei centri in deroga a tutte le norme; c'è Borghezio della Lega che oggi viene a rimestare in sofferenze che non gli appartengono; c'è il buio, troppo buio, perché di notte i lampioni non funzionano e di giorno il platano che nessuno taglia è arrivato all'ottavo piano e non fa entrare la luce. Ci sono i furti, le rapine, le violenze sessuali. C'è il rifiuto di farsi scaricare addosso il prezzo di un'integrazione che è impossibile imporre a questa gente a queste condizioni.

I giornali scrivono che la scintilla è scoppiata quando il proprietario di un bar ha impedito l'ingresso a un gruppo di stranieri. La verità è che la scintilla era esplosa già da molto prima. “La gente è talmente incazzata – ci spiega un'abitante – che nemmeno distingue più tra neri, rom, romeni, rifugiati, profughi. Non gli importa più niente”. A forza di sentirsi presa in giro, non si accontenta più nemmeno del trasferimento di quaranta ragazzini, vuole – se sono stranieri - che se ne vadano tutti.

E così, pur di placare la rabbia di chi si sta ribellando alla violazione quotidiana dei propri diritti, si finisce per negarli ad altri, ancora più disgraziati. Si prendono quaranta minori e, come fossero pacchi, si spostano da una periferia all'altra, da un postaccio, il centro rifugiati di via Morandi a Tor Sapienza, a un altro, il centro d'accoglienza di via Salorno all'Infernetto. Senza risolvere nemmeno questo dei mille problemi che affliggono le periferie romane, ferite nella città che nessuno sembra voler curare, nemmeno un sindaco chirurgo.

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