Cronaca

Terrorismo: il rischio della radicalizzazione in carcere

Il caso del detenuto tunisimo che aveva esultato per gli attentati di Londra. Il Ministero dell'interno ne ha disposto l'espulsione

islamici in preghiera

Nadia Francalacci

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Euforia, gioia e frasi di apprezzamento per la strage appena avvenuta. È stato l’ultimo attentato a Londra a far scattare l’espulsione dal nostro Paese di un detenuto tunisino. Dopo un trasferimento dal carcere di Viterbo a quello di Cassino, il Ministero dell’Interno ieri ha deciso allontanarlo dal nostro Paese e soprattutto da centinaia di altri detenuti italiani e nordafricani .  

Percorso di radicalizzazione in carcere

Radicalizzato durante il suo percorso carcerario, il tunisino trascorreva le sue giornate a pregare e quando si fermava, inneggiava al martirio e alla jihad. Aveva festeggiato le stragi avvenute nei Paesi del Nord Europa e in particolare in Francia e Gran Bretagna fino a turbare l'ordine della vita carceraria.

Secondo quanto accertato dalla polizia, infatti, il tunisino si era radicalizzato in maniera estremista proprio nelle celle delle carceri laziali.

Radicalizzazione in aumento

“La radicalizzazione dei detenuti sta aumentando proporzionalmente all’aumento dei soggetti di nazionalità nordafricana - spiega a Panorama.it Angelo Urso, segretario generale della UilPa – è un fenomeno preoccupante che gli agenti della polizia penitenziaria stanno monitorando costantemente ormai da anni”.

Il Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria, infatti, redige costantemente rapporti al Ministero sulle dinamiche interne alle strutture detentive italiane e sui soggetti considerati “a rischio”.

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Il monitoraggio dei detenuti

"Gli agenti svolgono un lavoro di osservazione dei soggetti radicalizzati cercando di ricostruirne i contatti in ambito carcerario ma anche all’esterno. Vengono monitorati colloqui, visite e anche la corrispondenza di questi soggetti - prosegue Urso - inoltre, vi sono agenti specializzati che sono chiamati anche ad individuare i detenuti piùdeboli" ovvero quelli influenzabili che quindi potrebbero iniziare un percorso di radicalizzazione".

"Non dobbiamo dimenticarci che la radicalizzazione può iniziare in carcere ma si struttura esternamente. Quando il detenuto radicalizzato finisce di scontare la sua pena, lascia il carcere e raggiunge i luoghi, come i paesi del Nord Africa, dove inizia la fase di addestramento".

La sinergia tra forze di polizia 

"Il monitoraggio interno alle carceri è un anello fondamentale per ricostruire un percorso di radicalizzazione di questi soggetti ma è altrettanto importante anche la sinergia tra la polizia penitenziaria e le altre forze di polizia e intelligence in quanto permette di continuare a seguire gli spostamenti dei personaggi a rischio non solo sul territorio italiano ma anche all’estero”

Poi Urso conclude: “L’esempio del buon funzionamento di questa sinergia è proprio il caso dell’attentatore italo-marocchino, Yussef Zagba, dell’ultima strage di Londra con passaporto italiano”. 

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