Terrorismo, come cambia la strategia dei detenuti integralisti

Sono 9 i soggetti tenuti sotto stretta osservazione. Ma stanno modificando il modo di comunicare con l'esterno

Saber Hmidi arresto

La bandiera nera dell'Isis e l'immagine del terrorista arrestato da Digos e Nic nel carcere di Rebibbia. 10 gennaio 2017 – Credits: ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Nadia Francalacci

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Saber Hmidi, il tunisino arrestato nei giorni scorsi perché appartenente all'organizzazione terroristica Ansar al-Shari'a, affiliata all'Isis, era solo uno dei dieci detenuti ad essere monitorati costantemente, ormai da diversi mesi, dagli uomini del Nic, Nucleo investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria.

Nelle carceri italiane, oltre ai 373 reclusi sotto osservazione per sospetta radicalizzazione e 39 terroristi, ve ne sono 9 considerati “estremamente pericolosi” per i loro contatti esterni ed interni alle carceri, la loro capacità di coinvolgere gli altri detenuti musulmani e la determinazione di andare a combattere.

Tre sono di nazionalità tunisina, proprio come Saber Hmidi, due sono egiziani e gli altri del Marocco, Algeria, Somalia e persino un italiano.

Il lavoro d'intelligence del Nic

Per individuare questi soggetti, gli agenti del Nic, hanno effettuato silenziosamente per moltissimi mesi un lavoro certosino monitorando ogni singola parola, atteggiamento ma anche conversazioni telefoniche o epistolari, versamenti di denaro effettuati a loro favore da soggetti esterni al carcere, pacchi recapitati e ovviamente visite.

Un lavoro che è diventato ancora più complesso negli ultimi mesi, dopo l’attentato di Nizza. A rendere più difficoltosa l’acquisizione di informazioni all’interno alle celle e tra i detenuti, sarebbero state alcune dichiarazioni dei politici sul monitoraggio dei detenuti all’interno degli istituti di pena.

Sarebbe stato proprio uno dei detenuti a dare questa spiegazione al cambiamento improvviso di abitudini così come della scomparsa di scritte, immagini e frasi tra i soggetti musulmani più religiosi e praticanti dalle celle delle carceri italiane.

I terroristi in carcere hanno cambiato abitudini

Quasi beffandosi della nostra intelligence, il detenuto, spiegò che dopo le dichiarazioni dei politici, i reclusi di fede musulmana per paura di essere assimilati ai terroristi hanno smesso di professare il loro culto. Coloro che hanno tendenze e simpatie integraliste hanno smesso di palesare tali atteggiamenti agendo nell’ombra e facendo sparire immagini, fotografie e scritte compromettenti. Non solo. Adesso, ancor di più, stanno attenti sia alla corrispondenza epistolare che telefonica e fanno a meno di simboli che possono ricondurli alla sub cultura integralista come abiti tradizionali, barba, atteggiamenti ed azioni.

Ancor più inquietanti sono le parole che questo detenuto che avrebbe detto: “Per farsi belli i politici italiani hanno dato una grossa mano ai terroristi che adesso conoscono le loro armi”. 

Nuove tecniche investigative, nuovi monitoraggi

Sicuramente il cambiamento operato dagli integralisti in carcere cercando di dissimulare la loro fede e soprattutto la loro tendenza all’integralismo, ha reso difficoltoso il lavoro degli agenti del Nucleo investigativo Centrale della polizia penitenziaria che proprio per questo motivo ha già affinato nuove tecniche investigative.

Dopo l’attentato di Nizza avvenuto il 14 luglio 2016, infatti, si è assistito ad una graduale e lenta diminuzione delle presenze all’interno delle stanze delle carceri adibite a moschee. Addirittura nel mese di agosto, la preghiera del venerdì, all’interno delle carceri è andata spesso deserta.

L’operazione di ieri, è la dimostrazione di quanto sia delicato e fondamentale il lavoro svolto dagli agenti della polizia penitenziaria all'interno delle strutture carcerarie.



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