Cronaca

Terrorismo, Anis Amri e le nuove forme di radicalismo

L'intervista a Matteo Bressan, analista e componente del comitato scientifico del NATO Defense College Foundation

Nadia Francalacci

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Tre anni fa, nel 2013, Anis Amri, il tunisino ricercato in tutta Europa per la strage del mercatino di Berlino, partecipò al progetto ''Attori dentro'' sponsorizzato dall'istituto comprensivo De Amicis di Enna nel carcere della città. Il laboratorio teatrale rappresentò, in quell’occasione, ''Rinaldo in campo''. Il terrorista tunisino, Anis Amri partecipò alle prove ma poi non fece lo spettacolo finale perché, pochi giorni prima, fu trasferito nel penitenziario di Palermo.

Eppure, l’uomo che ha ucciso 12 persone e ne ha ferite 50, quando si trovava in Italia era considerato dai volontari del carcere un ragazzo silenzioso, educato che nello spettacolo “Rinaldo in campo” suonava i tamburi. Gli fu assegnato quel ruolo di musicista perché era considerato molto schivo e silenzioso.

Ma come si è radicalizzato? Che cosa sta cambiando nelle metodologie di attacco e nelle formazione di nuovi integralisti?
Negli ultimi mesi, infatti, si è assistito a nuove forme di radicalismo. Come sta cambiando la radicalizzazione dei terroristi?

Panorama.it, lo ha chiesto a Matteo Bressan, analista e componente del comitato scientifico del NATO Defense College Foundation e autore del libro Eurasia e jihadismo, Guerre ibride sulla Nuova via della Seta, Carocci editore.

“L’impressionante filo rosso di morti e distruzione che, nel giro degli ultimi due anni, si è propagato da Beirut a Parigi, per poi passare agli attacchi in Tunisia, a Giacarta, Londra, Bruxelles, Lahore, Urumqi, Orlando, Dacca, Nizza e da ultimo Berlino, ha evidenziato in tutta la sua forza la potenza di fuoco, spesso ottenibile a basso costo, del moderno radicalismo armato jihadista. Non vi è dubbio che le nuove capacità comunicative dell’ISIS abbiano funzionato come un potentissimo moltiplicatore del messaggio del sedicente Stato Islamico tanto da “attivare” una serie di “lupi solitari” difficilmente monitorabili”.

Alla luce della nuova situazione siriana, quali sono le nuove rotte dei foreign fighters?
Chiariamo subito che nell’ultimo anno vi è stato un crollo dell’afflusso di foreign fighters in Siria e in Iraq a fronte dell’impressionante picco di circa 25.000 combattenti (stima fornita dall’Onu) attivi nel 2015. Lo scenario oggi è in parte cambiato.

Molti di loro sono morti in battaglia e altri sono tornati nei loro paesi di provenienza. Non dobbiamo però mai dimenticare che la Siria è il campo di battaglia di due diverse tipologie di foreign fighters: quelli schierati nel campo anti – Assad (al – Nusra, ISIS, varie sigle jihadiste e ciò che rimane del Free Syrian Army) e quelli che invece sostengono Assad (milizie iraniane, irachene, afghane ed Hezbollah).

Molti combattenti stanno rientrando in Europa. Attualmente qual è il ruolo della Libia?
Le stime dei rientri di foreign fighters sul suolo europeo sono in parte note dall’inizio del 2016 e abbiamo dati dettagliati suddivisi per paese. La sfida che attende la Comunità Internazionale e i singoli Stati sarà quella di capire quali tra questi individui che torneranno saranno mentalmente provati dalla loro esperienza nei teatri di guerra, quali non vorranno più essere associati all’ISIS e quindi disposti a collaborare e quali saranno realmente pericolosi per la nostra sicurezza. Per quanto riguarda la Libia non possiamo ipotizzare che tutti coloro che hanno combattuto con l’ISIS a Sirte decidano automaticamente di attraversare il Mediterraneo per raggiungere l’Italia e disperdersi in Europa. Dobbiamo tenere invece presente la storia e la presenza dei network jihadisti in Africa, nel Maghreb e nel Sahel per renderci conto che questi combattenti, una volta sconfitto del tutto l’ISIS in Libia, potrebbero spostarsi nei paesi confinanti.


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