Cronaca

Terremoto in Emilia tre anni dopo, la ricostruzione fai-da-te

Dopo il sisma del 2012, imprenditori e cittadini si sono rimboccati le maniche, mentre le istituzioni non sono state sempre all'altezza

terremoto Emilia

Carmelo Abbate

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La cosa straordinaria è che pensano di non aver fatto nulla di straordinario. Come se fosse normale rialzarsi e ripartire senza chiedere nulla a nessuno dopo un terremoto che ha ucciso 27 persone e distrutto case, scuole, chiese, capannoni per un totale di 13 miliardi di danni. In un paese come l’Italia, che a distanza di mezzo secolo fa ancora i conti con le sciagurate ricostruzioni del Belice e dell’Irpinia, diventate paradigmi di mala amministrazione e ruberie ai danni della povera gente.

 

Sono fatti così gli emiliani, di un impasto speciale che mette insieme mucche e Ferrari, gnocco fritto e valvole per cuori artificiali. Una tensione universale che sprigiona brevetti, cultura e solidarietà, che ti fa sentire l’impresa non come fonte di reddito ma come sorgente di vita. Non si sono mai fermati, gli emiliani, mai commiserati. Mentre la terra tremava sotto i piedi hanno assicurato continuità alla produzione spostando i macchinari fuori dai capannoni, poi hanno ricostruito con soldi presi a prestito o delle assicurazioni, vendendo auto e seconda casa, facendo fuori i risparmi. Senza aspettare la manna dal cielo. E oggi, a distanza di circa tre anni da quei terribili giorni di maggio del 2012, quasi tutti gli imprenditori, grandi e piccoli, hanno cancellato i segni e rimarginato le ferite.

Detto questo, la risposta delle istituzioni non sempre è stata all’altezza di tanta dignità e operosità. Ordinanze su ordinanze, burocrazia, richiesta di perizie anche sul numero dei respiri fatti prima, durante e dopo le scosse: alla fine il cosiddetto modello Emilia sulla ricostruzione è finito impantanato. Anche perché intanto qualcuno da Roma si è divertito a tirare il sasso e nascondere la mano. L’ultima bravata è arrivata con un comma nascosto nella legge di stabilità scovato e denunciato dai tecnici di Rete Imprese: a partire dal 1 luglio 2015 gli immobili produttivi e civili distrutti dal sisma, e quelli rimasti in piedi ma ancora inagibili, dovranno pagare l’Imu, anche se in misura ridotta del 50 per cento. Una beffa sulla beffa, visto che gli stessi fabbricati già a cominciare dal 2014 concorrono alla determinazione del reddito che verrà calcolato nella prossima dichiarazione.

C’è da tenere gli occhi aperti, perché alla fine il rischio è di passare per fessi e di continuare a essere spremuti dallo stato perfino nella disgrazia. Gli imprenditori hanno beneficiato della sospensione del pagamento delle tasse per il 2012 e il 2013, per le quali si è fatto carico la Cassa depositi e prestiti. Il governo aveva stabilito che questi soldi andassero restituiti a partire dal giugno di quest’anno, in 4 rate semestrali. Ci sono volute le pressioni delle associazioni di categoria per spostare di un anno in avanti l’inizio della restituzione e allungare le rate da 4 a 6. Come se non fosse chiaro anche a Roma e Firenze che la maggior parte degli imprenditori aspetta ancora che vengano liquidati i rimborsi dei soldi spesi per ricostruire. Come se non fosse evidente che molti sono rimasti in piedi per miracolo e che hanno buttato nell’azienda anche gli ultimi spiccioli rimasti in tasca.

Luci e ombre di una ricostruzione che va avanti pur nelle difficoltà, e che in ogni caso, va riconosciuto, non è nemmeno paragonabile alle malefatte italiche del passato. Più ombre che luci, per don Marino, parroco di Mortizzuolo, che a distanza di tre anni dice messa dentro un prefabbricato. “Non si è ancora fatto vivo nessuno per la nostra chiesa” sbotta il sacerdote. “Non c’è un progetto, nulla di nulla. E anche per la scuola materna siamo in alto mare. Dicono che manchi una firma, intanto quaranta bambini fanno ancora lezione all’interno di un container”. Più luci che ombre, per la regione Emilia Romagna e il suo presidente Stefano Bonaccini, che è anche commissario straordinario alla ricostruzione. Per lui parlano i dati riportati nelle tabelle in queste pagine. Dai quali si evince una certa discrepanza tra i soldi stanziati sulla carta e quelli effettivamente assegnati sia agli imprenditori che ai privati. Uno scarto che dagli uffici regionali spiegano attraverso il funzionamento della procedura di rimborso. Una volta approvato il progetto per la ristrutturazione, viene aperta una linea di credito presso una banca, sulla quale il privato non può operare ma solo autorizzare ad attingere l’impresa man mano che va avanti con i lavori. Discorso a parte quello delle imprese, che prima hanno fatto i lavori poi hanno presentato i rendiconti.

Come la Mix srl di Cavezzo, che costruisce macchine per miscelare paste e polveri. La produzione non si è mai fermata ed è andata in parallelo alla ricostruzione dei capannoni. A fine 2013 tutto è tornato alla normalità, come se il terremoto non fosse mai passato, per un costo complessivo di 4 milioni. Soldi coperti in parte dall’assicurazione e dai finanziamenti a tasso agevolato delle banche. A dicembre 2014 sono stati presentati i documenti per accedere ai finanziamenti statali, dai quali ci si aspetta almeno un milione e mezzo. Quello che nessuno potrà mai rimborsare è il danno alle componenti industriali rimaste sepolte sotto le macerie. Colpa di una burocrazia asfissiante, per cui si sarebbe dovuto dimostrare, per ogni singolo pezzo composto da una ventina di piccole parti, quando è stato costruito e la giacenza prima e dopo il terremoto. Alla fine, piuttosto che sprecare tempo e soldi in perizie, l’amministratore delegato Ermes Prati ha preferito investire in ricerca e sviluppo e oggi l’azienda conta circa 70 dipendenti, 10 in più rispetto al 2012.

Scelta in parte diversa quella di Susanna Benatti, titolare di 6 negozi di profumeria e pelletteria, 3 dei quali colpiti dal sisma e rimasti chiusi per 8 mesi, uno non ancora riaperto. Ha speso 30 mila euro per riparare i danni, ma alla fine non ha chiesto il rimborso. Era rimasta scottata dalle perizie per la merce distrutta tra le macerie, valore di 250 mila euro. Ha speso 18 mila euro per dimostrare la giacenza di ogni singolo profumo e oggetto di pelle nella speranza di recuperare il 40 per cento dei danni. Ma non ha ancora visto un soldo, perché la procedura prevede lei debba ricomprare la stessa merce dagli stessi fornitori. Peccato che nel suo settore le collezioni cambino ogni sei mesi e neppure una matta si sognerebbe di riempirsi i negozi di roba vecchia.

Anche Gloria Trevisani ha fatto di necessità virtù. Ha preso 15 mila euro subito come contributo per la delocalizzazione, altri 2.500 per il mancato reddito dei primi sei mesi, e anche con questi soldi ha spostato l’azienda in un locale in affitto. Messa in sicurezza la produzione, l’imprenditrice di Carpi ha riscosso i soldi dell’assicurazione privata e con questi ha riparato i danni del vecchio capannone. Dove non è mai tornata, perché spostare di nuovo tutto gli costerebbe dai 50 ai 70 mila euro. Lei ha fatto due conti, ha guardato negli occhi i suoi 14 dipendenti oggi rientrati tutti a pieno regime dopo un periodo di cassa integrazione, e ha preferito investire gli ultimi soldi per migliorare le performance aziendali. Chi invece ha fatto rientro a casa è Marta Zavatta, la straordinaria nonna di San Felice Sul Panaro che il giorno dopo il sisma aveva spostato il suo ristorante dentro un container, dove continuava a dare da mangiare anche a qualche bisognoso che non si poteva permettere di pagare il conto. Marta si è rimboccata le maniche, ha ricostruito da zero il suo vecchio ristorante, ha ricevuto i rimborsi, ed è rientrata. A 79 anni compiuti lavora ancora dalle 7 del mattino spesso fino alla mezzanotte. E in questi giorni maledice quelle poche ore di sonno, durante le quali sono entrati i ladri e le hanno portato via tutto, soldi, formaggio e olio dalla dispensa, perfino gli accendini. Marta non si arrende e ha appena fatto installare un sistema di allarme.

Rimane ancora aperta la questione dei moduli abitativi rimovibili, i cosiddetti Map, ovvero i container dentro i quali ancora vivono 1.400 persone. Circa la metà è in attesa di rientrare nella vecchia abitazione in ristrutturazione, gli altri sono la parte più difficile da gestire: senza reddito e con una ordinanza di sfratto prima del terremoto, indietro nel pagamento della luce o del gas, questa gente si è aggrappata al container come l’ultima speranza per avere una casa dal comune. Nelle scorse settimane la vicepresidente Elisabetta Gualmini ha fatto un giro nei container e alla fine ha stanziato 500 mila euro dal fondo sociale regionale. A Mirandola ci sono ancora 350 persone dentro i Map, il sindaco Maino Benatti li conosce tutti nome per nome, e non si lascia trascinare dalla logica dell’emergenza. “Ci vorranno dieci anni per concludere la ricostruzione” sancisce il primo cittadino eletto nel 2009 e confermato nel 2014. “Bisogna fare le cose al meglio con calma e senza prendere scorciatoie, perché quelle rischiano di portarti nell’illegalità”. Intanto, fai un giro per Mirandola e alla fine ti vengono cattivi pensieri: il terremoto non lo prevedi, non lo puoi impedire, e non vorresti mai tornare indietro. Ma una volta che c’è stato può diventare una straordinaria opportunità.

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